Salvare ’a Purpetta: la sceneggiata di Camera e Senato

IL FATTO QUOTIDIANO, Giovedì 13 Giugno 2019

Salvare ’a Purpetta: la sceneggiata di Camera e Senato

Oggi un vertice tra le giunte di Palazzo Madama e Montecitorio per decidere sulle intercettazioni del forzista

ILARIA PROIETTI

F orza Italia è intenzionata a resistere fino allo stremo pur di salvare Luigi Cesaro, accusato di aver promesso posti e commesse di lavoro in cambio di voti per suo figlio Armandino alle Regionali in Campania del 2015. E tale ostinata determinazione, appoggiata e sostenuta dalla Lega, pare immutata pure ora che la decisione della Giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama, presieduta dal forzista Maurizio Gasparri, di dichiararsi incompetente sulla richiesta di usare alcune intercettazioni compromettenti formulata dai magistrati del Tribunale di Napoli, ha innescato un cortocircuito tra Senato e Camera. Che, se non verrà risolto, aprirà inevitabilmente un conflitto tra poteri di fronte alla Corte costituzionale. Ma questo scenario, a quanto pare, non basta a convincere i centurioni di Cesaro che sembrano intenzionati a tirare dritto, fino alle estreme conseguenze.

MA RICAPITOLIAMO: a gennaio la Giunta in questione ha deciso che i magistrati napoletani avrebbero dovuto chiedere l’au – torizzazione a Montecitorio dove Cesaro era deputato all’epoca dei fatti contestati, anziché bussare agli uffici di Palazzo Madama dove oggi è senatore. Decisione ritenuta a quantomeno anomala, almeno a parere della Giunta della Camera dei deputati. Che invece, regole e precedenti inequivoci alla mano, ha stabilito che la competenza a decidere su tali richieste, spetti a quel ramo del Parlamento a cui attualmente appartiene il parlamentare: e in base a questa impostazione si è dichiarata incompetente a decidere sul caso del leghista Roberto Marti, oggi senatore e deputato all’epoca dei fatti oggetto di indagine. “La nostra decisione è stata assunta ai sensi della legge 140 del 2003 sul riparto delle competenze: il significato letterale e sistematico della norma non lascia dubbi e una diversa interpretazione restituirebbe invece l’idea di un privilegio ad person am. E poi c’è un clamoroso precedente che taglia la testa al toro perché, nel caso di Denis Verdini, Senato e Camera confermarono nel 2012 che l’au to – rizzazione si debba chiedere a ll ’attuale Camera di appartenenza” spiega il presidente della Giunta di Montecitorio, Andrea Del Mastro Delle Vedove che da settimane ha aperto una interlocuzione con Gasparri. In claris non fit interpretatio aggiunge respingendo una suggestione che pure qualcuno ha usato al Senato per smontare il precedente, ossia che fosse stato Verdini stesso a optare tra le due Giunte. “Non è certo l’indagato che si può scegliere il giudice”, taglia corto Del Mastro delle Vedove.

FATTO sta che, dati gli opposti orientamenti, la situazione paradossale che si è venuta a creare è la seguente: la Giunta della Camera e quella del Senato risultano entrambe incompetenti su Cesaro e pure su Marti. Il che, detta così, suona come una barzelletta che però non fa ridere. Ora proprio perché la gravità di questa situazione non sfugge ai due presidenti Fico e Casellati si è infine deciso che oggi gli uffici di presidenza delle due Giunte si riuniscano per cercare un soluzione che consenta di uscire d al l ’impasse, imbarazzante a dir poco. Come? Per evitare che sia la Consulta a dover intervenire, la Giunta del Senato dovrebbe rivedere la sua decisione, cosa che non è consentita dal regolamento della Camera. Oppure dovrà essere l’aula di Palazzo Madama o quella di Montecitorio a smentire le decisioni assunte dalle rispettive Giunte. Nel frattempo il tempo scorre e i magistrati aspettano. A Cesaro, come detto, viene contestato l’attivismo suo e dei suoi due fratelli, sodali dell’im – prenditore Antonio Di Guida, ritenuto vicino al clan dei Polverino, per far eleggere a Palazzo Santa Lucia suo figlio Armandino. A Marti vengono invece contestati i reati di tentato abuso di ufficio, falso ideologico aggravato e tentato peculato per l’asse – gnazione, tra le altre cose, di una casa popolare a Antonio Briganti. Ossia il fratello di Pasquale Briganti del clan omonimo ritenuto bacino elettorale di Luca Pasqualini, considerato il delfino di Roberto Marti. Insomma due storiacce ben poco onorevoli.

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