Roma, il business dei rifiuti e l’ombra del racket

La Repubblica, Lunedì 11 luglio 2017

Roma, il business dei rifiuti e l’ombra del racket

Perché i roghi tossici si levano dalle bidonville: nelle baraccopoli l’economia ruota intorno allo smaltimento illegale di rifiuti a rischio

di FEDERICA ANGELI

“È una brutta storia questa. C’è una filiera criminale dietro i roghi tossici che stanno distruggendo la vita di noi residenti. Dove il rom è l’ultima pedina che viene sfruttata e per pochi spicci si vende la salute pure lui. Col recupero del rame ci sono milioni di euro che girano e noi ne subiamo gli effetti peggiori”.

Roberto Torre, presidente del comitato di quartiere Tor Sapienza da 15 anni denuncia la Terra dei fuochi a Roma est, “ma ora la situazione sta precipitando giorno dopo giorno. Mai vista Roma come in questo periodo e la sindaca Raggi rispetto al problema non ha mai risposto alle nostre mail. Però parla di ecologia e Formula1”. La Terra dei fuochi capitolina coinvolge almeno cinque quartieri: da Tor Sapienza al Casilino, dal Collatino al Prenestino fino a Centocelle. Un’emergenza urbana in cui la mappa dei roghi tossici da cui ogni sera partono nubi di fumo nero e polveri scure che si posano ovunque, è circoscritta non solo ai campi rom ma anche a insediamenti improvvisati.

Punti precisi, perimetrati, ormai noti a tutti, dove la manovalanza della mala lavora notte e giorno e si dà da fare a caccia dell’oro rosso che, nel mercato nero, vale milioni. Milioni barattati con la salute. Via Costi, via Salone, via Salviati, via della Martora, via di Tor Cervara, via Collatina nell’area Atac trasformata in discarica abusiva dove hanno portato di tutto negli anni, da traversine a tetti d’amianto. E ancora: il parco archeologico di Centocelle, via Togliatti, via Grotta di Gregna, via Prenestina all’altezza di Tor Tre Teste. “Qualcosa arriva anche da La Rustica, a seconda di come tira il vento”.

Inceneritori illegali di cui tutti sanno. Eppure restano lì, alla luce del sole e, autorizzati da un silenzio istituzionale, continuano a produrre puzza, fumo, polveri malate.

Si brucia qualsiasi cosa in quelle discariche a cielo aperto: da frigoriferi a vecchi televisori, da computer a frullatori da materassi a microonde. Da lì si estrae il rame, mentre la plastica brucia e sprigiona sostanze tossiche come la diossina o il cadmio. Nelle discariche più piccole si bruciano persino le batterie delle auto per recuperare piombo e l’acido solforico è ciò che vola nell’aria insieme a filamenti neri che ondeggiano fino ai balconi delle case. Polvere che si posa ovunque: sulle zanzariere, sulle balaustre dei terrazzi, sui pavimenti di casa quando si lasciano le finestre aperte.

L’aria è irrespirabile e il panorama inquietante. Nuvole nere si sollevano verso il cielo non solo la notte, anche il giorno. I residenti a qualsiasi ora immortalano nubi che da terra svettano tra i palazzi. Nessuno sa cosa fare, a chi rivolgersi, come difendersi. “L’assessore all’Ambiente del V municipio — ha spiegato ancora Roberto Torre — ci ha detto che va dimostrato con dati scientifici l’inquinamento. Capisce perché poi ci cadono le braccia e ci sentiamo abbandonati e inermi?”. E alla Regione non è andata poi tanto meglio: dall’Arpa hanno fatto sapere che non esiste ancora una centralina che può rilevare questo tipo di sostanze.

Eppure alcuni romani continuano ancora, per pigrizia, per comodità o per menefreghismo, ad affidare vecchi elettrodomestici a giovani dell’est che con furgoncini, sostituendosi all’Ama, fanno il porta a porta per dieci euro a viaggio. O, peggio ancora, abbandonano nelle aree verdi di Roma est rifiuti ingombranti che diventano subito bottino per i cacciatori di oro rosso. “Non è un’esagerazione — spiega Paola Angelo, residente del quartiere — ci sono anziani che soffrono d’asma e molti di noi si svegliano con bruciore di gola e agli occhi. La situazione si sta facendo davvero pericolosa”.

Fuori dal campo di via Salviati, vicino all’ufficio Immigrazione della questura, ci sono due vigili di pattuglia in piedi accanto alla macchina di servizio. Spalancano le braccia, non possono entrare nel campo perché sono solo loro. Alle 19 di ieri l’odore di un nuovo rogo li ha costretti a coprirsi naso e bocca con un fazzoletto. “Non ce lo meritiamo, paghiamo il bollino blu alle caldaie e se non sono a norma ci multano — ironizzano — e poi lo schifo lo respiriamo nell’aria”.

Ma l’emergenza urbana nel pentagono della Terra dei fuochi romana resta, ad oggi, un problema solo dei residenti. L’annunciato tavolo tecnico in Prefettura per organizzare task force che arginassero il fenomeno roghi tossici a Roma è in sospeso. Proprio come la vita di chi respira i fumi del business dell’oro rosso.

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