Roma ed il Lazio sotto il tallone delle mafie nell’indifferenza di gran parte della politica e della gente

Tra clan, colletti bianchi e boss locali. Libera: “La quinta mafia nel Lazio”

Beni confiscati per un valore di 330 milioni di euro a Roma, oltre 400 immobili e 100 aziende sequestrate nel Lazio. A cui bisogna aggiungere i 27 omicidi commessi nella Capitale. Tutto questo solo nell’ultimo anno. Sono i numeri delle mafie, studiati e pubblicati dall’associazione di Don Ciotti

Beni confiscati per un valore di 330 milioni di euro a Roma, oltre 400 immobili e 100 aziende sequestrate nel Lazio. A cui bisogna aggiungere i 27 omicidi commessi nella Capitale. Tutto questo solo nell’ultimo anno. Sono i numeri delle mafie, studiati e pubblicati dall’associazione Libera.

Un complesso mix di clan tradizionali, colletti bianchi e boss locali, in grado di reinvestire i soldi delle organizzazioni criminali “classiche” (Cosa nostra, Camorra e ’Ndrangheta) nel ciclo dei rifiuti, nel cemento o nelle attività commerciali. È la “quinta mafia” che da anti-stato cambia pelle e si trasforma in soggetto integrato nel tessuto socio culturale e politico. Guidata dai nuovi boss, quelli senza coppola e senza lupara che fanno la gavetta riciclando i soldi del traffico degli stupefacenti.

Nel modus operandi della criminalità organizzata, intenta oggi alla contaminazione del potere politico-finanziario, rientrano anche gli episodi di gambizzazione. Il 29 settembre dello scorso anno, viene ferito ai Parioli l’avvocato penalista Piergiorgio Manca, difensore di un imputato nel processo sul maxiriciclaggio di due milioni di euro che ha convolto i vertici di Fastweb e Telecom sparkle (e che ha come personaggio centrale dell’inchiesta Gennaro Mokbel). Ed è solo il primo di una lunga serie.

Negli ultimi quattro anni, solo nel Municipio di Ostia si contano decine di attentati ai danni di stabilimenti balneari ed esercizi commerciali. Il Med, l’Happy surf, Anima e core e il Caffè Salerno, sono solo alcuni dei locali devastati. Una tecnica di condizionamento dell’economia del litorale di Ostia e più in generale di quello romano. Solo ad Ostia sono attivi, secondo il documento di Libera, cinque clan criminali di origine autoctona.

Le aziende sottratte ai boss rappresentano l’8 per cento del totale nazionale, segno che il Lazio è terra di conquista per chi vuole riciclare. La provincia di Roma, con 104 aziende sequestrate, è tra le prime province italiane, seguita da Latina che si ferma a quota 70 immobili confiscati.

Ma le mafie sono globali, fanno girare i capitali grazie alla velocità delle intermediazioni finanziarie. Sono 5495 le segnalazioni di operazioni sospette, il 15 per cento del dato di tutto il Paese. Dal 2009 l’aumento è dell’80 per cento, portando il Lazio a essere la seconda regione d’Italia dopo la Lombardia.

Nella relazione finale della Direzione investigativa antimafia del 2010, il Lazio è al quinto posto nella classifica di fatti estorsivi e, con 402 episodi, supera la Calabria.

L’aggressione all’ambiente è il nuovo obiettivo della “quinta mafia”. Oltre tremila le infrazioni accertate, con una media di 8 reati al giorno. In questo campo, la provincia della Capitale si distingue come maglia nera a livello nazionale. Senza dimenticare che dal 2007 al 2010 sono andati in fumo circa 22mila ettari di terreno, di cui la metà solo in provincia di Latina.

Tutto senza abbandonare il più tradizionale narcotraffico. Il Lazio infatti è uno dei nodi nevralgici del traffico di droga e lo dimostrano i sequestri di cocaina, che rappresentano il 18 per cento della polvere bianca intercettata dalle forze dell’ordine a livello nazionale.

Oggi i principali investimenti riguardano i locali di lusso, bar e ristoranti frequentati dalla politica. A Roma un esercizio su cinque è nell’orbita dei boss: i Piromalli di Gioia Tauro, i Bidognetti di Aversa e gli Alvaro di Sinopoli. Tutti si infiltrano nella dolce vita romana. Così la faccia economica della “quinta mafia” si presenta in tutta la sua potenza con i sequestri del Caffè de Paris, del Teatro Ghione o dell’Antico Ceff’ Chigi, a due passi da Montecitorio. Locali utilizzati per incrociare le classi dirigenti e stringere accordi. E per iniziare la contaminazione.

(Tratto da PaeseSera)
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