Roberto Scarpinato:”Storia al bivio: o classe dirigente si responsabilizza o sarà il fallimento”

Roberto Scarpinato:”Storia al bivio: o classe dirigente si responsabilizza o sarà il fallimento”

30 Gennaio 2021

E’ ancora presto per misurare l’impatto delle conseguenze economiche della crisi pandemica sull’evoluzione delle fenomenologie criminali che caratterizzano il nostro distretto giudiziario e sulla capacità di risposta degli uffici del Pubblico Ministero che si trovano in prima linea nell’azione di contrasto nelle province di Palermo, Trapani e Agrigento.
I dati statistici relativi al decorso anno giudiziario appaiono poco eloquenti perché si fermano alla data del 30 giugno 2020, quando la crisi era nella fase iniziale e non aveva ancora stabilizzato i suoi effetti negativi, proiettandosi nel lungo periodo.
II numero complessivo di nuovi procedimenti iscritti a carico di noti nel periodo 1 luglio 2019 – 30 giugno 2020 (47.201) non presenta uno scarto percentuale significativo rispetto all’anno precedente (48.497). Si tratta di appena 1296 iscrizioni in meno.
Il decremento in tale periodo dei reati predatori da strada come furti in appartamento -38,19 % e rapine – 8,54%, è stato compensato dall’aumento percentuale di altre tipologie di reato come, ad esempio, i reati informatici contro il patrimonio + 30,46%, i reati di usura + 57,55, i reati di corruzione + 31,58%.
Inoltre occorre considerare che proprio a fine giugno 2020, immediatamente dopo la lunga pausa del primo lockdown, sono riprese a pieno ritmo varie attività criminali tra cui l’attività estorsiva di Cosa Nostra con incendi posti in essere nel giro di poche ore in diversi cantieri, che hanno causato danni a macchinari per centinaia di migliaia di euro.
Ciò premesso quanto ai dati statistici, vari segnali provenienti dall’analisi della realtà dei territori, alimentano preoccupazioni sul pericolo di possibili evoluzioni negative.
Il primo dato di realtà che si può estrapolare è che sussistono le condizioni per una rilevante crescita delle aree della c.d. illegalità di sussistenza e della illegalità diffusa.
I dati economici ed il giudizio unanime di tutti gli osservatori sociali, attestano che il Covid ha ampliato le disuguaglianze economiche esistenti e sta scavando profonde linee di frattura sociale tra coloro che hanno la garanzia di un reddito e il numero crescente dei tanti che ne sono privi, soprattutto nei territori meridionali caratterizzati da cronico sottosviluppo, insicurezza economica e da contesti di lavoro fragile.
A fronte di circa 100.000 persone che a Palermo galleggiano ai limiti della sopravvivenza grazie all’erogazione del reddito di cittadinanza e di altre forme di sussidi temporanei, ve ne sono altre decine di migliaia rimaste prive di mezzi di sostentamento, tra cui tanti che vivono di lavori irregolari tipici della c.d. economia informale.
In assenza di fonti alternative di reddito, vi è il concreto rischio di uno scivolamento progressivo di quote significative di questa massa della popolazione nella c.d. illegalità di sussistenza che si declina in una ampia e variegata tipologia di reati che già oggi, nel loro sommarsi, costituiscono una quota molto rilevante delle statistiche giudiziarie dei reati in carico alle Procure del distretto: dai furti in danno di aziende che erogano energia elettrica, gas, acqua, ai furti in danno di supermercati e molti altri ancora.
Quanto al pericolo della crescita della illegalità diffusa, è elevato il rischio che un numero non irrilevante di operatori economici a fronte della decurtazione dei propri introiti e delle perdite subite, ceda alla tentazione di tagliare i costi della legalità, mediante l’incremento dell’evasione fiscale e contributiva, lo smaltimento illegale dei rifiuti, la violazione di norme in materia di igiene e di sicurezza ed altre condotte illegali.

La crisi pandemica non ha certo prodotto questi fenomeni che sono tipici di una risalente economia criminale del sottosviluppo, ma li ha aggravati in misura rilevante, rendendo ancor più evidenti tutti i limiti della c.d. “illusione repressiva”, della illusione cioè di potere utilizzare la risposta penale per governare complessi problemi socioeconomici la cui soluzione va invece ricercata nella pianificazione ed attuazione di politiche di risanamento sociale e di sviluppo che eliminino o riducano a monte le cause sociali che alimentano a valle la riproduzione incessante di talune forme di illegalità.
Una illusione repressiva che continua ad impegnare ancor oggi quote rilevanti di energie e di risorse degli apparati giudiziari per produrre un prodotto finale il cui esito sociale è in buona misura evanescente in termini di deterrenza e di recupero dei condannati alla cultura della legalità.
Le sentenze di condanna al pagamento di pene pecuniarie risultano infatti ineseguibili in un numero rilevante di casi a causa della indigenza e della conseguente insolvibilità dei condannati.
Le pene detentive e le misure alternative non sono in grado di assolvere alcuna reale funzione rieducativa perché – come di anno in anno continua a ripetere nelle sue relazioni il Presidente del Tribunale di Sorveglianza – a causa dei tagli delle risorse all’amministrazione penitenziaria scarseggiano le proposte formative relative a corsi scolastici e a corsi professionali, sono sempre più deficitarie le offerte riguardanti il lavoro, il numero degli educatori è insufficiente e “i contatti dei singoli detenuti con gli operatori di tale categoria professionale sono rari e rimangono così deluse le molteplici esigenze personali dei diversi condannati’.
Sicché dopo la conclusione dei processi, i soggetti condannati vengono nella maggior parte dei casi restituiti alle stesse condizioni di degrado economico e ambientale che costituiscono l’habitat ideale per il riprodursi di una illegalità di sussistenza che alimenta anche un inesauribile serbatoio di consenso sociale e di manovalanza per la criminalità organizzata mafiosa.
Le indagini svolte dalla Direzione distrettuale antimafia continuano ad evidenziare il notevole tasso di consenso popolare riscosso dalle famiglie mafiose in tanti quartieri della città caratterizzati da elevati tassi di povertà quali lo Zen, Borgo Vecchio, la Kalsa, l’Arenella, Vergine Maria ed altri.
Per citare un esempio emblematico tra i tanti, basti considerare che – come è emerso nell’ambito delle indagini condotte dalla Dda di Palermo – quando è stato scarcerato 
Gaetano Scotto, importante capo della famiglia mafiosa dell’Arenella, ha trovato ad attenderlo un intero quartiere con atteggiamento di “devozione”.
Devozione documentata anche nel corso della festa di Sant’Antonio di Padova, patrono della borgata marinara dell’Arenella, quando lo Scotto e la sua fidanzata sono stati invitati a salire a bordo del peschereccio dove era posizionata la statua del Santo per essere trasportata via mare, e dove, secondo le regole della processione, era vietato in maniera categorica fare salire persone diverse dal sacerdote che officiava la funzione e dalla banda musicale.

Non si tratta di episodi isolati. Le indagini della Dda di Palermo documentano che vicende similari si verificano in altre zone della città e nella provincia.
Quali sono i motivi del perpetuarsi di un consenso sociale ancora così diffuso in ampie fasce popolari per esponenti della mafia?
Nei quartieri dove non arriva lo Stato arriva il Welfare State mafioso che in cambio di consenso e di fedeltà offre risposte immediate a bisogni elementari di sussistenza destinati altrimenti a restare insoddisfatti.
Risposte che consistono nel reperimento di posti di lavoro presso imprese ed esercizi commerciali di soggetti taglieggiati o collusi, oppure nell’inserimento di soggetti bisognosi nelle catene produttive dell’economia criminale quali semplici pusher o fiancheggiatori, o, ancora, nella distribuzione di generi alimentari durante la fase acuta del lock down, come è emerso in recenti indagini della DDA di Palermo.
A questo riguardo credo siano meritevoli di attenzione i molteplici segnali di allarme lanciati da accreditate associazioni da tempo impegnate nei territori sul fronte dell’antimafia sociale.
Mi riferisco, ad esempio, ad un comunicato del 10 gennaio 2021 nel quale l’Associazione 
Addio Pizzo, in prima linea nel sostegno a commercianti e imprenditori per la denuncia di estorsioni, pur plaudendo all’ incessante attività repressiva posta in essere dalla magistratura e dalle Forze di Polizia, ha evidenziato il rischio di una vanificazione del proprio impegno e di quello dell’autorità giudiziaria perché i vuoti creati dall’azione repressiva continuano a restare tali e senza risposte politiche, concludendo: “Se l’emergenza abitativa cresce, l’occupazione è ai minimi storici, la dispersione scolastica aumenta e il diritto alla salute si assottiglia, i fenomeni criminali […] sono destinati a perpetuarsi, divenendo l’unico ammortizzatore sociale in grado di assicurare la sopravvivenza”.

Come accennavo prima, il Covid ha accelerato e drammatizzato nel meridione una crisi economica le cui cause strutturali sono molto risalenti nel tempo ed ascrivibili ad una pluralità convergente di complessi fattori.
Fattori che chiamano in causa non solo responsabilità politiche, ma anche la rapace e predatoria illegalità praticata da segmenti portanti delle classi dirigenti che, a fini di arricchimento personale, hanno sistematicamente sottratto miliardi di euro destinati allo sviluppo economico dell’isola, compromettendo così il riscatto sociale e l’emancipazione economica delle masse popolari.
Le statistiche giudiziarie del decorso anno giudiziario attestano che se la stasi forzata imposta dal Covid ha determinato un decremento dei reati predatori di strada – furti e rapine – non ha sortito lo stesso effetto per i reati predatori dei colletti bianchi.
I delitti contro la Pubblica amministrazione registrano nel distretto un incremento di circa l’8 % che raggiunge il picco del 32% circa per i reati di corruzione.
Le relazioni dei Procuratori della Repubblica del distretto su tale tipologia di reati offrono un campionario agghiacciante di un ininterrotto ladrocinio – praticato da soggetti che occupano postazioni strategiche all’interno di vari apparati istituzionali – di importi ingentissimi di fondi pubblici destinati alla formazione professionale, agli investimenti in settori strategici, allo sviluppo industriale ed ad altri servizi essenziali.
Particolarmente colpita la Sanità, persino in questa fase di emergenza, come emerge anche da una recente inchiesta della Procura della Repubblica di Palermo che ha condotto all’arresto, tra gli altri, anche del Coordinatore della struttura regionale per l’emergenza Covid-19, per corruzione e induzione indebita a dare o promettere utilità.
Nella relazione del Procuratore della Repubblica di Palermo si legge: “Il quadro complessivo emerso è a dir poco allarmante, poiché il settore degli appalti pubblici della Sanità siciliana appare essere affetto da una corruzione sistemica che permette il conseguimento di ingentissimi illeciti profitti, in danno di tutta la collettività, a beneficio di pubblici amministratori infedeli, faccendieri, aziende, imprenditori, manager e loro collaboratori destinatari di custodia cautelare in carcere”.
Alla proliferazione dei fenomeni corruttivi nel paese ha contribuito una lunga stagione legislativa che per circa due decenni ha in vari modi depotenziato la forza deterrente e l’efficacia repressiva della risposta penale, stagione alla quale ha posto fine la più recente politica legislativa mediante un articolato ventaglio di innovazioni normative: dalla riforma della prescrizione, all’esclusione dalle misure alternative per i condannati per i più gravi reati contro la P.A, all’innalzamento delle pene, alla estensione della disciplina delle intercettazioni prevista per i delitti di criminalità organizzata ai procedimenti per i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni.
E, tuttavia, il cambio di politica legislativa in tale settore cruciale rischia di essere in buona misura compromesso da altre leggi di segno opposto.
La necessità di fronteggiare la crisi economica determinata dalla pandemia velocizzando e snellendo al massimo le procedure di erogazione dei sussidi, di finanziamenti, di misure di accesso al credito, ha prodotto infatti una legislazione di emergenza che ha privilegiato l’urgenza e l’ampliamento della discrezionalità a scapito dei controlli, aprendo così pericolosi ed ampi varchi alle manovre corruttive e truffaldine nonché alle infiltrazioni mafiose.
Si consideri al riguardo la pericolosa smagliatura nel sistema di prevenzione e di repressione creata con la riforma del reato di abuso di ufficio (art. 323 c.p.) introdotta dal D.L. 16.7.2020 n. 76 in vigore dal 17.7.2020 che ha ulteriormente ridotto l’area degli abusi di ufficio penalmente rilevanti, già significativamente ridotta in passato dalla Legge di riforma del 16 luglio 1997 n. 234 che aveva depenalizzato l’abuso di ufficio non patrimoniale.
Il D.L. in parola ha infatti ristretto la punibilità solo agli abusi commessi mediante la violazione di regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge dalle quali non residuino margini di discrezionalità, con esclusione delle fonti primarie prive di tali caratteristiche nonché di tutti i regolamenti attuativi che costituiscono una parte importante delle normative in materia di appalti e di erogazione della spesa pubblica.

Si tratta di una liberalizzazione dell’uso della discrezionalità ammnistrativa che incrementa il rischio di degenerazioni incontrollate.
A ciò si aggiunga che il medesimo Decreto legge n. 76 del 16 luglio 2020 ha limitato l’azione delle Procure della magistratura contabile sino al 31 dicembre 2021 solo ai casi in cui la produzione del danno conseguente alla condotta del soggetto agente è da lui dolosamente voluta, escludendo così – secondo le prime interpretazioni – una serie di condotte quali l’affidamento di incarichi in modo arbitrario, le condotte di chi fa debiti fuori bilancio e di chi usa impropriamente i contributi pubblici.
Tali smagliature si aggiungono a tante altre già aperte in precedenza – sempre per sbloccare i fondi da destinare alla ripresa economica – prima con il decreto Sblocca cantieri e poi con il Decreto Semplificazioni.
Per citare solo un esempio, si consideri che per l’affidamento diretto – un appalto pubblico che può essere indetto senza gara e senza che la stazione appaltante debba dare conto di questa scelta – le soglie minime sono state elevate a 150 mila euro per i lavori e a 75 mila euro per i servizi.
In tante inchieste è stato accertato come il ricorso a tale tipologia di appalto costituisca uno degli strumenti più frequenti per attuare favoritismi e manovre corruttive, spesso anche mediante l’artificioso spacchettamento di appalti di ingente valore in più appalti di minor importo, in modo da restare sotto la soglia che consente di evitare di indire una gara pubblica, giustificando il ricorso a procedure di affidamento diretto. L’anno che ci attende è un anno determinante.

I 222 miliardi di euro del Recovery Plan rappresentano una occasione unica e imperdibile per rilanciare il paese e rimetterlo in corsa verso il futuro, mediante la pianificazione e la concreta messa in opera di un articolato piano strategico di investimenti di largo respiro e di lungo periodo.
Siamo dinanzi ad un bivio della storia e ad una sfida che chiama in causa la responsabilità di tutta la classe dirigente nelle sue varie articolazioni.
Se questa sfida dovesse essere perduta anche a causa del prevalere degli interessi particolari, personali e corporativi, sugli interessi generali, e del perpetuarsi della predazione di quote consistenti delle risorse destinate alla ripresa, attuata nelle forme più svariate anche approfittando dell’affievolimento dei controlli imposti dall’emergenza, ci troveremmo più che dinanzi ad una mera sommatoria aritmetica di responsabilità individuali, dinanzi ad un fallimento collettivo.
In tal caso le future statistiche giudiziarie potrebbero essere lette come la metafora e lo specchio fedele di un paese immobile che galleggia nel presente, prigioniero dei vizi del suo passato e dei suoi limiti.

 

*Procuratore Generale di Palermo

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/254-focus/82010-storia-al-bivio-o-classe-dirigente-si-responsabilizza-o-sara-il-fallimento.html

 

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