Ristoranti di Roma, a tavola con la camorra: un business da 2 miliardi

La Repubblica, 30 settembre 2020

Ristoranti di Roma, a tavola con la camorra: un business da 2 miliardi

“È sempre roba nostra”, ripeteva Angelo ai suoi, prima di finire nuovamente arrestato nell’operazione condotta ieri dai carabinieri e dalla DDA di Roma. Quella ” roba” sono i locali del centro di Roma: 14 in mano ai Moccia secondo quanto ricostruito dalle indagini

di DANIELE AUTIERI

Dal graffito in memoria di Antonio Moccia, rimosso nel 2018 dai muri di Tor Bella Monaca e dedicato al figlio di uno dei capi del clan di Afragola, alla Fraschetta di Sant’Agnese in Agone, a due passi da piazza Navona, ci sono trenta chilometri. È la distanza che divide la periferia dal centro, il piombo dei proiettili dalla carta degli assegni, le piazze di spaccio dai tavolini in piazza. La distanza coperta dalle ramificazioni della famiglia Moccia che ha messo via il ferro per indossare la giacca blu, operazione riuscita perfino ad Angelo, il capoclan, che – come ricostruiscono gli imprenditori amici nelle intercettazioni dei carabinieri – “c’ha centodieci omicidi sul groppone, e c’ha avuto seicento magistrati che l’hanno giudicato. Totò Riina ne ha avuti quattrocento”.

“È sempre roba nostra”, ripeteva Angelo ai suoi, prima di finire nuovamente arrestato nell’operazione condotta ieri dai carabinieri e dalla DDA di Roma. Quella ” roba” sono i locali del centro di Roma: 14 in mano ai Moccia secondo quanto ricostruito dalle indagini, centinaia, forse migliaia divisi tra clan, cosche e consorterie varie che in questi anni si sono seduti dietro la cassa senza cambiare insegna, e nascondendo l’odore dei soldi sporchi dietro i volti e gli abiti di imprenditori in cerca di una via di fuga alla crisi, o più semplicemente di una strada facile per arricchirsi.
Per capire quanto vale questo business il punto di partenza è il valore dei beni confiscati dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Roma. Ad oggi 2 miliardi di euro, passati dalle mafie allo Stato.

Nell’insieme 500 aziende, ” una goccia nel mare ” – come onestamente ammette il giudice Guglielmo Muntoni – se paragonato alle 500mila aziende attive nella capitale. Eppure, a scorrerla tutta d’un fiato, la lista di 95 pagine dei beni sequestrati ai clan e gestiti dal tribunale di Roma, restituisce la profondità e la vastità di questo mondo sommerso dove tutto è possibile.

Questo racconta l’operazione del 2016 quando vennero sequestrati alla famiglia Righi circa 30 locali, per un valore complessivo di 80 milioni di euro, che – secondo gli inquirenti – sarebbero stati controllati in realtà dal clan Contini, un’altra delle famiglie storiche della camorra napoletana. In quel caso Gennaro Cicio, uno dei prestanome cui erano stati intestati alcuni locali, non aveva mai presentato una dichiarazione dei redditi e, nonostante questo, era riuscito ad aprirsi quattro conti correnti presso filiali di grandi banche sui quali incassava i soldi frutto delle attività di riciclaggio.

Anche Ernesto Diotallevi, pezzo grosso della Banda della Magliana considerato per anni il referente della mafia siciliana a Roma, è incappato sotto la scure del sequestro. E anche in questo caso, nel corso delle indagini condotte dal Gico della Finanza, sono emerse ipoteche affidate senza garanzie, prestiti non saldati, e un mutuo di 10,7 milioni di euro concesso per coprire uno scoperto di conto corrente da 7,8 milioni. La triste verità ricostruita dalle indagini è quella di una città in mano all’illegalità. Questo racconta il sequestro del 2017 del ristorante ” Assunta madre”, trasformato in una centrale di riciclaggio dal suo patron Gianni Micalusi, detto Johnny, condannato nel 2019 a otto anni e nove mesi. Sequestri che si ripetono, trasversali alle organizzazioni criminali, fino a quello del giugno scorso quando sono stati sottratti beni per 20 milioni di euro ai Casamonica.

Nel ” mondo di sotto”, rimasto finora poco esplorato rispetto alle sue reali capacità di penetrazione nel tessuto produttivo della città, tutto è possibile. Grazie anche al regime di illegalità che sopravvive tra molte attività commerciali del centro. ” Ogni volta che sequestriamo un locale – spiega Muntoni – riscontriamo tantissime irregolarità. Dal personale in nero al mancato rispetto dei doveri fiscali, fino all’assenza di regole igieniche e di sicurezza “.
È un sistema malato che si regge sulle gambe di tutti quegli insospettabili che siglano un patto con il diavolo e finiscono per trovarsi come quel prestanome che – per capire chi avesse di fronte – compra su Amazon il libro ” Una mala vita. La vera storia di Angelo Moccia”.

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