Riciclaggio, Comuni non obbligati a sapere con chi fanno affari. Sala: “A Milano faremo da soli, interessi enormi a partire dallo stadio”

Il Fatto Quotidiano

Riciclaggio, Comuni non obbligati a sapere con chi fanno affari. Sala: “A Milano faremo da soli, interessi enormi a partire dallo stadio”

Nel libro ‘Il giro dei soldi’, pubblicato da Altreconomia, i ritardi dell’Italia che non ha ancora istituito il Registro dei titolari effettivi delle società. Tra gli autori anche il consigliere milanese David Gentili: “Superati in trasparenza anche dal Lussemburgo, il paradiso fiscale dell’Ue”

di Franz Baraggino | 30 APRILE 2021

Affidereste i vostri soldi o i vostri beni a chi non conoscete? Con tutta probabilità lo avete già fatto o, più esattamente, lo ha fatto il Comune dove abitate e al quale versate le imposte. In concessioni, affidamenti, finanziamenti e appalti, le pubbliche amministrazioni non sono tenute a verificare l’identità della controparte, quella che la legge sull’antiriciclaggio chiama “titolare effettivo, cioè la persona alla quale “è attribuita la proprietà diretta o indiretta ovvero il controllo” di una società. Un obbligo per banche e intermediari finanziari che non vale per i Comuni. Tanto che a Milano, città che continua a cambiare volto soprattutto grazie ai miliardi di euro dei capitali privati, il sindaco Giuseppe Sala si dice pronto a “trovare una formula perché almeno sapere l’identità delle controparti sia obbligatorio”. Una strada in salita come quella del Registro dei titolari effettivi previsto dalla direttiva europea: il decreto del ministero di Economia e finanza che lo istituisce si è appena arenato di fronte al Consiglio di Stato, che ha sostanzialmente bocciato una legge scritta male, dove non è chiaro nemmeno chi si incaricherà dei controlli. Così, mentre altri paesi europei già si sono attrezzati, l’Italia si complica la vita da sola e rimane indietro, con buona pace di quei cittadini che vorrebbero sapere con chi fa affari il loro Comune.

La questione è annosa almeno quanto la sua battaglia. A Milano c’è chi la combatte da diverse legislature e oggi la racconta nel libro “Il giro dei soldi, storie di riciclaggio(Altreconomia, 2021). Tra gli autori, oltre agli esperti Ilaria Ramoni Mario Turla, il consigliere comunale David Gentili, presidente della Commissione antimafia del capoluogo lombardo e strenuo sostenitore del ruolo attivo delle amministrazioni comunali nella lotta al riciclaggio e del loro diritto a sospendere la contrattazione con soggetti che negano la loro identità. Nulla di evanescente, se si pensa che la discussione sulla realizzazione del nuovo stadio di San Siro si è incendiata proprio di fronte alla richiesta dell’amministrazione di conoscere chi c’è dietro ai capitali di Inter Milan. È appena il caso di ricordare che la compravendita del Milan di Silvio Berlusconi, oggi di proprietà del finanziere Paul Elliott Singer e del suo fondo di investimento lussemburghese, è questione in mano alla Procura di Milano, al lavoro per chiarire se nell’affare sia stato riciclato denaro sporco. “Ai titolari del Milan si è arrivati perché il fondo Elliot ha sede in Lussemburgo, dove il registro dei titolari effettivi già esiste: in Italia sarebbe impossibile quel tipo di verifica”, spiega Gentili a margine della presentazione milanese del libro dove è intervenuto anche il sindaco. “Si tratta di affidare concessioni su terreni comunali dove lo stadio è appena il cinquanta percento di ciò che si vuole costruire, è buonsenso pretendere di conoscere l’identità di chi si propone come partner del Comune in un’operazione immobiliare di queste dimensioni”, dichiara Sala. Che pretende chiarezza anche dalla proprietà dell’Inter per le voci di futuri passaggi di mano della società, “visto che si tratterebbe di lavori per almeno quattro o cinque anni”. Un’operazione già peraltro contestata da una parte dell’opposizione che esige il coinvolgimento della città. “Da mesi chiediamo una Commissione sul tema senza avere risposta, i cittadini non devono subire il volere degli speculatori immobiliari, perché di questo si tratta”, attacca il decano della sinistra milanese Basilio Rizzo.

Oltre a fornire un importante strumento contro l’utilizzo di denaro sporco in attività lecite, “conoscere l’identità effettiva di chi firma una convenzione urbanistica o un contratto di appalto significa stroncare sul nascere anche gli eventuali conflitti di interesse degli stessi dirigenti della pubblica amministrazione, spiegano gli autori nel libro. Ma non tutti la pensano così. “Rischiamo che qualcuno che non vuole dichiarare chi è non investa nella nostra città ma vada da un’altra parte”, sono le ragioni dei consiglieri di centrodestra contrari alla mozione di indirizzo che nel 2018 provò a istituire l’obbligo di dichiarazione del titolare effettivo per chi fa affari col Comune di Milano. Peggio, parere negativo sulla possibilità di rifiutare un contratto a chi non riveli il proprio titolare arriva nel 2019 dall’autorità anticorruzione (Anac), interrogata proprio dalla Segreteria generale di Milano. Secondo l’Anac le ragioni per escludere un soggetto non possono superare quelle già tassativamente previste dal codice degli appalti. Questione di come si interpreta la legge, visto che per il Comitato di esperti e giuristi nominato dal sindaco Sala l’obbligatorietà della dichiarazione del titolare effettivo integra perfettamente i casi di esclusione da bandi pubblici previste dal codice. Alla luce di quel parere, nel 2020 Milano torna a interpellare l’Anac. Il responso deve ancora arrivare e Sala spera che sia favorevole: “Ma se non si esprimessero in maniera chiara, troveremo una formula noi, perché almeno sapere chi è il titolare effettivo deve essere obbligatorio”. E Gentili rilancia: “Siamo certi che qualsiasi tribunale amministrativo ci darebbe ragione”.

Nel frattempo Mef e ministero dello Sviluppo economico iniziano le consultazioni sul decreto per il Registro dei titolari effettivi, già in ritardo di un paio d’anni e dietro a paesi come il Lussemburgo, paradiso fiscale al centro dell’Unione che ha già applicato la direttiva europea. Inoltre, quando il Registro sarà finalmente attivo le pubbliche amministrazioni non potranno accedervi gratuitamente. “Non c’è una spiegazione logica”, scrivono gli autori nel libro, che però fanno notare come “le pubbliche amministrazioni sono comunque obbligate a inviare dati e informazioni all’Unità di informazione finanziaria (Uif) e sono anche sanzionabili nel caso non svolgessero il loro ruolo”. La richiesta di accesso gratuito al Registro per la PA arriva ai ministeri anche da ong come Transparency International Italia Oxfam Italia, ma viene respinta. Come non bastasse, sarà sufficiente dichiarare di temere rapimenti, ricatti, frodi o estorsioni per impedire l’accesso al Registro, tra gli altri, anche alle Pubbliche amministrazioni. Eccezioni previste dalla direttiva europea sulle quali ong e associazioni hanno allertato il Mef perché le declinassero adeguatamente, a partire da chi dovrà verificare la situazione di quanti vogliono impedito l’accesso ai dati. “Nessuna delle osservazioni mosse dalle associazioni è stata accolta”, scrivono gli autori del libro. E ben poco è stato risolto, tanto che il decreto uscito dal Mef si è già inchiodato al Consiglio di Stato, che rimanda la palla al ministero chiedendo una lunga serie di chiarimenti. Così quando i Comuni aprono le porte a investitori nazionali e stranieri, agli italiani resta negato il diritto di sapere chi entra, di chi sia davvero la proprietà, di chi i soldi.


	                    
	                
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