Riccardo Iacona: si stanno riducendo in Italia gli spazi di democrazia

Una democrazia ridotta

Parla Riccardo Iacona, il giornalista d’inchiesta in viaggio per l’Italia a registrare la nuova serie di “Presa diretta” che andrà in onda a settembre su Rai Tre

Riccardo Iacona, classe 1957, laureato in Discipline dello spettacolo a Bologna, esordisce nel giornalismo televisivo nell’87 accanto a una grande firma, Andrea Barbato, in un programma di Rai Tre intitolato “Scenario”. Poi arrivano “Samarcanda”, “Il Rosso e il nero” e “Temporeale” di Michele Santoro. Reporter in Afghanistan e in Kosovo, giornalista d’inchiesta fra i più bravi in Italia, ha appena concluso la terza serie di sei puntate del suo “Presa diretta” e sta preparando la quarta serie.

Riccardo Iacona, l’Italia è un Paese democratico?
La democrazia si riduce, perde di sostanza, di forza. Lo vedo nel mio ambito ma anche fuori. Ogni volta che affronto una tematica sociale, i meccanismi che una volta servivano a mettere in rete le persone, i problemi, e a risolverli, sono molto diminuiti. I sindacati, le associazioni hanno meno forza. Siamo tutti più soli, anche nel nostro lavoro. La stagione della chiusura dei talk show durante la campagna elettorale è stata il segnale di una riduzione oggettiva degli spazi. Non si aprono nuovi spazi di informazione. E la crisi economica, che colpisce gli investimenti pubblicitari della Rai e di altre aziende televisive, ha un effetto drammatico perché è come se si abbattesse su distretti industriali già devastati. Sono diminuite anche le autonomie editoriali e questo è molto importante. Il nostro è un lavoro autonomo per definizione. Quindi penso che ci stiamo abituando a una democrazia semplice, dove al politico di turno non si devono mai chiedere risposte complicate. Le uniche che può dare sono tendenzialmente su cose a stretto termine, da rivendersi alla successiva campagna elettorale. È un Paese senz’altro meno libero ma bisognerebbe capire se abbiamo superato la soglia oltre la quale si può dire che il Paese non è libero. è libero solo formalmente. Già con l’attuale legge elettorale le persone che vanno in Parlamento sono decise dalle segreterie dei partiti. Per di più, chi in passato l’aveva criticata, ora continua a riproporla. Segno che, evidentemente, si tratta di una legge elettorale buona per questo periodo.

Ne va della qualità dell’informazione?
Certamente, soprattutto ne va dell’allargamento dell’universo del raccontabile. Noi immaginiamo sempre la censura come qualcosa che arriva dopo. C’è anche quella, ne abbiamo avuto tanti esempi in passato, ma la censura vera non si fa con la forbice. Quella vera è l’altra, che arriva prima, è l’autocensura: parliamo di questo e non parliamo di quello. Allora le cose che si raccontano nella scatola televisiva diventano sempre le stesse, è raro trovare qualcuno che investe in una parte di racconto diverso. Io che vado in giro tutto l’anno e non sto mai chiuso dentro uno studio, mi rendo conto di quante cose non entrano dentro la scatola. Fa paura, ti fa venire la vertigine, anche perché quel mondo dimenticato – a parte il fatto che è di grande interesse perché dice quello che sta per accadere nel nostro Paese – costringe i protagonisti delle storie che non vengono raccontate a vivere in totale solitudine. Eppure sarebbero cose interessanti per tutti. Per esempio, l’emergenza abitativa non si racconta mai perché si pensa che fa parte di un mondo ristretto, come quello di una volta del sottoproletario, dei senza lavoro. Poi scopri che l’emergenza abitativa, la fame da reddito, interessa tutti. La gente guadagna troppo poco. Se queste cose entrassero in circolo potremmo immaginare delle soluzioni a medio termine invece di stare lì ogni giorno di fronte alla tv da soli.

Cosa pensa dell’intreccio tra politica e informazione?
L’informazione è politica, quindi penso che l’intreccio ci debba essere però qui siamo in presenza di una patologia. Un Paese a democrazia sana non dovrebbe spaventarsi di un’informazione anche puntuta, aggressiva, anzi dovrebbe considerarla il sale della democrazia. Invece qui si sta svolgendo una guerra totale, l’aggressione, la pressione della politica. L’inchiesta di Trani è questo. A prescindere dalle sue valenze penali, che mi interessano poco e forse neanche ci saranno, si tratta di un buon esempio per capire quanta democrazia c’è da noi. Certe cose magari si facevano anche una volta ma non si rivendicavano. Il premier le rivendica e gli dà anche forza istituzionale visto che ha detto: «Io in quanto presidente del Consiglio e capo del partito più importante di questo Paese avevo il dovere di fare quelle pressioni e di dire che quella televisione a me non piace perché fa male». Ora, in un Paese che sta morendo dal punto di vista dell’economia, che non sa dove sta andando, prendersela con l’informazione è una cosa sintomatica.

C’è modo di arrivare a una tregua, di abbassare i toni della guerra tra politica e informazione?
Più che abbassare i toni, bisognerebbe ripristinare le autonomie, rispettare le professioni. È avvilente vedere i giornalisti presi di mira e ridotti a marionette in mano ai partiti. La devono smettere.

Facciamo un esempio: Augusto Minzolini?
Minzolini è un direttore nominato da un consiglio d’amministrazione. Ci dovrebbero essere dei meccanismi interni alle aziende che valutano il lavoro delle persone anche da un punto di vista della
deontologia professionale.

Il ruolo della televisione è evidente. Influenza il suo lavoro di inchiesta?

L’impatto è enorme anche dal punto di vista emotivo. Io ne sento molto la responsabilità, sto sempre attentissimo nel rispettare le persone che entrano in gioco perché in fondo ti mettono la loro vita in mano. Se provo a immaginarmi di essere dall’altra parte, farei fatica a far entrare una telecamera a casa mia. Queste persone ti accolgono a casa loro, ti mettono in mano la loro vita, i loro figli. Quando poi si rivedono in televisione, se le hai tradite, è come averle accoltellate. Quindi da una parte c’è questa specifica responsabilità, dall’altra c’è anche una responsabilità politica con la P maiuscola, perché per me il lavoro dell’informazione e a maggior ragione dell’inchiesta, ha a che fare con la tenuta della democrazia. Mettere in circolo gli operai di Termini Imerese non significa fare un favore a loro, vuol dire mettere in circolo tutta la questione industriale del Paese. Allora, decidere di occuparsene o no è un fatto di responsabilità politica del giornalista.

Le querele vengono usate dai poteri forti per intimidire e fermare i giornalisti?
Io non ne ho ricevute per il momento, comunque possono essere utilizzate per fermare. Se sei forte economicamente e disponi di uno studio di avvocati, la spari grossa e magari riesci a spaventare il piccolo. Io comunque penso che oramai ci sono dei meccanismi di autocensura molto potenti. Lo capisci dal conformismo dell’informazione media. Prendi i telegiornali, hanno tutti lo stesso prodotto.
Cos’è se non conformismo?

Magistrale la sua inchiesta sulla scuola. Cos’ha trovato?
L’abbandono. È impressionante che fino a che non torniamo noi, non ci va nessuno. Al punto che si creano delle aspettative nei confronti del mezzo che non puoi neanche esaudire. Io ho 12 puntate l’anno e mi sono dato un metodo di lavoro che non è quello del settimanale. Mi sono ritagliato uno spazio di approfondimento più lungo. Se avessi dovuto ridurre il lavoro a una settimana non sarei stato in grado di fare una puntata così approfondita, in cui puoi seguire il precario da Messina e rincontrarlo tre mesi dopo a Milano. Quello che dà spessore al racconto è proprio l’inserimento della dimensione del tempo. Io non posso supplire quello che non fanno i telegiornali. Però quello che non fanno i telegiornali è terribile.

Cosa non fanno?
Il tg francese della tv pubblica, per esempio, è molto più aperto. Della mezz’ora del loro racconto, 20 minuti sono dedicati a fare pezzi e sono molto più orientati di noi verso l’estero. Da noi il grosso dello sforzo di racconto è sulla politica, e non in maniera autonoma ma dando voce ai politici. Si tratta di una parte di servizio pubblico che va fatto e la Rai, che è servizio pubblico, lo fa. Però un tg che mette come priorità nell’agenda delle notizie quello che la politica pensa sia interessante per il Paese, con poca autonomia e con scarso uso della seconda domanda, non fa un buon servizio. C’è poi da osservare una cosa palese: il  moltiplicarsi delle notizie leggere. Impressionante da vedere alle otto di sera. Ho visto pezzi sui cani e sul fenomeno italiano del parrucchiere a casa. Lì c’è tutto uno sforzo di produzione, le telecamere, lo speaker, la musica, la battuta. Ora, io penso che servizi di questo tipo non devono andare nell’edizione del tg delle otto, perché se va in onda a quell’ora toglie al notiziario autorevolezza. Può andare in una rubrica o magari a mezzanotte.

Ilaria Bonaccorsi

(Tratt da Left – Avvenimenti)

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