Relazione semestrale della Dia, Cilona: “L’imprenditore deve avere il coraggio di denunciare”

Relazione semestrale della Dia, Cilona: “L’imprenditore deve avere il coraggio di denunciare”

Di redazione

24 Febbraio 2021

Pubblicata la consueta relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, un’analisi di dati freddi sulle organizzazioni criminali presenti sul territorio che fa riferimento appunto ai primi sei mesi del 2020. Un lavoro prezioso che ha l’obiettivo di esaminare la situazione attuale per prefigurare lo scenario criminale dei prossimi anni, che andrà evidentemente a sovrapporsi ad un sistema economico già segnato da un Pil in forte recessione. 

Ed è proprio quello che è stato fatto dagli agenti della Dia di Agrigento, guidati dal vicequestore Roberto Cilona, che hanno di fatto intercettato i segnali con i quali le organizzazioni mafiose punteranno, da un lato, a “rilevare” le imprese in difficoltà  finanziaria, esercitando il suddetto welfare criminale ed avvalendosi dei capitali illecitamente conseguiti mediante i classici traffici illegali, dall’altro, a drenare le risorse che verranno stanziate per il rilancio del Paese. Un anno caratterizzato dall’emergenza sanitaria Covid-19, un evento di portata globale non ancora superato, che ha avuto un impatto notevole con effetti devastanti sul piano sia della salute delle persone, sia della tenuta del sistema economico. L’analisi dell’andamento della delittuosità riferita al periodo del lockdown ha mostrato che le organizzazioni mafiose, a conferma di quanto previsto, si sono mosse con una strategia tesa a consolidare il controllo del territorio, ritenuto elemento fondamentale per la loro stessa sopravvivenza e condizione imprescindibile per qualsiasi strategia criminale di accumulo di ricchezza. Controllo del territorio e disponibilità di liquidità che potrebbero rivelarsi finalizzati ad incrementare il consenso sociale anche attraverso forme di assistenzialismo a privati e imprese in difficoltà.

Nuovo Corso, il boss all’imprenditore taglieggiato: «Siamo potenti, possiamo proteggervi»

Dal racconto dell’ex presidente Ance Francesco Siclari emerge uno spaccato inquietante: la cosca chiese la mazzetta fra i banchi della chiesa. E organizzò quasi un sequestro per costringere la vittima ad incontrare il capo-famiglia

di Consolato Minniti 25 febbraio 2021

Che la cosca De Stefano non si facesse alcuno scrupolo nel richiedere il pagamento del pizzo è cosa nota. Ma che l’abboccamento con le vittime avvenisse addirittura fra i banchi della cattedrale di Reggio Calabria è qualcosa che, ancora oggi, non si era mai riusciti ad accertare. Lo hanno fatto i poliziotti della Squadra mobile nell’inchiesta “Nuovo Corso” che ha portato in cella cinque persone con l’accusa di estorsione aggravata ai danni di due imprenditori. Ma c’è di più: per l’imprenditore che si ribellava alla richiesta, venne organizzata una “visita” al capo cosca, Paolo Rosario De Stefano.

Il pizzo in chiesa

Nelle carte d’indagine si legge come una delle vittime, l’ex presidente Ance Francesco Siclari, avesse ricevuto una particolare richiesta estorsiva. Questi, infatti, aveva ottenuto in appalto i lavori di rifacimento di corso Garibaldi, per i quali pagava già una mazzetta. Poi ebbe anche quelli per piazza Duomo. E proprio per questi ultimi, nel marzo del 2016, ebbe la visita di Andrea Giungo, appena scarcerato che gli chiese il pizzo all’interno del Duomo di Reggio Calabria. «A un certo punto esce di galera Giungo, esce di galera Giungo io lo leggo dai giornali, a un certo punto – racconta Siclari – un giorno intanto lavoravamo a piazza Duomo nel frattempo avevamo iniziato il lavoro di piazza Duomo … ah nella prima trattativa nella prima cosa io nel frattempo mi ero aggiudicato anche piazza Duomo, attenzione, e lui mi ha detto va bene piazza Duomo dato che sei solo eventualmente vediamo di farti un trattamento particolare, ok? Però di piazza Duomo non se ne era parlato. Quando nel 2016 lui esce, un giorno viene, io ero davanti alla recinzione …(..) a piazza Duomo, si avvicina un ragazzo e mi dice di entrare dentro la Cattedrale che c’era Andrea che mi aspettava, e io entro dentro la Cattedrale…

I furti e danneggiamenti subiti

Quindi questo viene entro dentro la Cattedrale… ( ..) nel 2016, a un certo punto mi dice che lui aveva saputo che avevo avuto dei furti; che ho avuto danneggiamenti, che avevo avuto il furto dell’escavatore, due furti in deposito …(..) a piazza Duomo mi hanno rubato l’escavatore, a piazza Duomo. Abbiamo avuto due furti a distanza … allora l’escavatore mi è stato rubato l’11 di giugno 2015, il furto in cantiere il 18 di giugno a distanza di una settimana, a distanza di un mese ancora un altro furto in deposito da me, ok? Quindi tutta una serie di eventi uno dopo l’altro. E mi dice sai ho saputo tutto quello che è successo tutte ste cose qua dice sai pero c’è il sosp… so che tu stai facendo man mano il tuo dovere, così detta la frase, il tuo dovere». 

Alle parole di Giungo, Siclari risponde spiegando che gli era stato rubato un escavatore che valeva 50mila euro: «Gli ho detto io se parliamo di percentuale, proprio così, se parliamo di percentuale un milione di euro il 2% sono 20.000 euro sono creditore io nei vostri confronti proprio in questi termini gli ho detto io se la mettiamo su questo piano, gli ho detto io, e io non voglio più avere a che fare con nessuno gli ho detto perché ora sono stanco non posso perché non posso continuare ad avere questi danneggiamenti io secondo voi pago un’assicurazione più i danneggiamenti, questo era. Dice va bene tra qualche giorno ti faccio incontrare una persona, mi fa lui, gli ho detto guarda non voglio incontrare nessuno assolutamente, gli ho detto io vedi che è venuto un altro ragazzo uno alto gliel’ho descritto, si, si dice fa parte della nostra famiglia, dice quel ragazzo bassino che veniva non verrà più perché non viene più mi ha detto. Come se mi avesse fatto capire che ha avuto qualche problema loro interno ecco quindi non era più quello il riferimento».  

L’imprenditore condotto di fronte al boss

Il racconto di Siclari prosegue e fa riferimento a qualche tempo dopo, quando questi veniva praticamente quasi sequestrato da Giungo e da un’altra persona, annota il giudice nel provvedimento cautelare. L’uomo fu condotto nei pressi della Facoltà di Architettura dell’Università Mediterranea reggina, dopo essere stato costretto a salire a bordo di un’autovettura. Il racconto dell’imprenditore fa trasparire tutta la paura per la sua incolumità.

«A un certo punto un giorno mentre io ero … stavo facendo la strada del Policlinico con un motorino 50, del figlio della mia compagna, mentre stavo in strada – racconta Siclari – mi affiancano con sta motocicletta uno in moto e lui dietro, Giungo, io col motorino 50 questo con sta moto di grossa cilindrata… (..)2016 (…) era sicuramente autunno, era …( ..) ecco più o meno poteva essere… non era estate piena ecco. A un certo punto mi dice, mi affianca questa motocicletta e mi ha detto di seguirli, e ho detto scusate dove, no ci devi seguire. Io giustamente impaurito ho detto qua mi sparano ora, e mi fanno… li seguo questo avanti con la motocicletta io con sto motorino 50 e mi portano vicino all’Università … Architettura, sa che c’è il senso unico che esce di fronte all’ingresso dell’Architettura? Se poi lei gira sotto c’è un senso unico che esce, sotto i palazzi paralleli la strada parallela al sotto, arrivo là dice lascia il motorino e sali su quella macchina, io lascio sto motorino, ho detto aspetto non chiudere niente sali su quella macchina subito!

Salgo su questa macchina, c’era una Citroen grigia, C3 doveva essere alla guida c’era un ragazzo giovanissimo forse 25 anni, capelli rossi, barbetta rossa… loro se ne vanno e sto ragazzo comincia a camminare, e questo ragazzo non ha detto neanche una parola, ho detto scusa dove mi stai portando e questo qua non mi ha neanche risposto, ha cominciato a camminare, facciamo la strada scendiamo dal Consiglio Regionale, sa che dietro il Consiglio Regionale c’è una strada che riesce insomma via Marconi qualcosa c’è una scuola là vicino che poi esce al benzinaio di fronte al Policlinico, appena noi facciamo questa strada quasi poco prima che finisse la strada che poi a un certo punto stringe sta strada a un certo punto mi dice scendi dalla macchina dice e entri qua dentro. L’unica cosa che mi ha detto sto ragazzo. Impaurito ho detto mi stanno portando ad ammazzarmi da qualche parte così che pensi tu in quel momento tutta sta strategia da film. Entro in questa casa…». È in questo momento che l’imprenditore si ritrova all’interno di una stanza quasi disabitata e quasi buia con Andrea Giungo. E da lì, dal buio sbuca una persona. Giungo gliela presenta: «Lui è il capo famiglia nostro, è uscito da poco». 

La protezione della “famiglia”

Anche in questo caso il racconto di Siclari è emblematico in tutta la sua potenza narrativa: «Veramente io non sapevo chi fosse, “Signor Siclari salve mi ha detto Andrea che voi siete un amico nostro, che voi … lui vi conosce da ragazzi noi vi portiamo tanto rispetto  sappiamo che avete avuto un sacco di danneggiamenti in questi anni, ma sapete molte volte sono queste altre famiglie sti ragazzi che fanno le tragedie, dice, però noi dice siamo in grado di proteggervi, e mi ripete la frase di Giungo, da Melito fino a Locri fino a Gioia Tauro noi non abbiamo problemi siamo una famiglia potente che possiamo intervenire dappertutto. Lui non si è presentato.

Ho detto guardi allora voi io vi dico questo, ho detto io, è chiaro impaurito gli ho detto guardate a me mi dovete lasciare in pace, ho detto io, io maledico il momento in cui sono tornato a lavorare a Reggio Calabria, gli ho detto io, perché tutti questi problemi non li ho avuti in giro e io non posso vivere in questa maniera, gli ho detto io, io quell’impegno che ho preso lo mantengo, gli ho detto io, io e il mio socio il resto non mi chiedete nulla non ho bisogno protezione se un giorno quando avrò problemi me li so sbrigare da solo, gli ho detto io. No, ma sapete vi hanno rubato pure in cantiere due volte vi hanno fatto un sacco di danni vi hanno rubato l’escavatore e vi hanno rubato qua, e ho capito ho detto io mi hanno fatto danni mi hanno rubato tutto questo gli ho detto e quindi? Alla fine cosa dovrei fare secondo voi io? No se voi state vicini alla nostra famiglia noi vi potremmo proteggere.

Gli ho detto guardate non mi interessa stare né vicino alla vostra famiglia, non vi offendete e né alla famiglia di nessuno, ho detto io, io ho la mia famiglia, gli ho detto io, personale non mi interessa di altre cose vuol dire che chiusa sta vicenda e non vedo l’ora che si chiuda sta vicenda, gli ho detto io, vuol dire che so che a Reggio Calabria io gare non ne devo fare più, gli ho detto io, perché questa situazione non mi sta bene (…) mi fa lui ma io signor Siclari la vedo sempre in giro, mi ha detto, dice lei ha una macchina bianca eee e qualche volta nei giorni a seguire questo mi sfilava a fianco tipo in via Marina su un motorino dietro però lui non guidava mai e si abbassava pure lo sguardo quasi con un mero sorriso allora io non capivo se quel sorriso era un sorriso intimidatorio per dire “io sono vicino se voglio so che fai quello che fai ti sto seguendo” e questo stato d’animo non è che mi faceva stare bene dottore naturalmente quindi io me li vedevo passare sfrecciare accanto sempre questo sorriso quasi sarcastico sto sorriso quasi di…». Siclari poi va a controllare sul web e riconosce la foto dell’uomo incontrato in quella stanza semibuia: era Paolo Rosario De Stefano, già Caponera. Quello che Giungo gli presentò come il capo della famiglia De Stefano. 

Fonte:https://www.lacnews24.it/

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