Relazione Dia: ”’Ndrangheta silente, leader nel narcotraffico in costante ascesa”

Relazione Dia: ”’Ndrangheta silente, leader nel narcotraffico in costante ascesa”

Pubblicata la relazione della Direzione Investigativa Antimafia al Parlamento del secondo semestre del 2019

17 Luglio 2020

di Davide de Bari – Pdf

Un’organizzazione “silente, ma molto attiva sul fronte affaristico imprenditoriale, sempre più leader dei grandi traffici internazionali di droga, quindi in costante ascesa per ricchezza e ‘prestigio'”. E’ questa la fotografia scattata dalla ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia al parlamento, secondo cui “l’affermazione criminale dei clan calabresi è da ricondurre, in prima battuta, ai vincoli tradizionalistici e familiari, che la rendono ben salda già dalla base, ossia dai legami di sangue, preservandosi in tal modo, quasi del tutto, dall’esposizione al rischio del pentitismo”. Proprio questo risulta tuttora “l’aspetto principale che pone la ‘Ndrangheta quale interlocutore privilegiato per i più importanti gruppi criminali stranieri, in quanto partner affidabile per qualsivoglia affare transnazionale. I narcos sudamericani, in particolare, paiono apprezzare ormai da diversi decenni l’impermeabilità delle consorterie calabresi a forme di collaborazione con le istituzioni, che potrebbero compromettere l’immissione nei mercati delle ingenti produzioni di droga”. Secondo il rapporto della Dia è proprio questo che rende la ‘Ndrangheta “l’organizzazione criminale più ‘referenziata’ sul piano internazionale e soprattutto, in grado di instaurare interazioni e forme di collaborazione con interlocutori di qualsiasi tipo. Le più importanti inchieste degli ultimi anni hanno fatto ampia luce proprio sulla spiccata attitudine degli ‘ndranghetisti a relazionarsi efficacemente sia con efferate organizzazioni criminali estere, quali appunto i narcos, sia con le altre organizzazioni mafiose del Paese, sia con esponenti politici, imprenditori o professionisti in grado di favorire la produttività dei propri business”. Una capacità della criminalità calabrese

adattativa che ha permesso ai clan di acquisire sempre più segmenti di infiltrazione anche nel panorama politico ed istituzionale, conseguendo appalti e commesse pubbliche. Allo stesso modo, la penetrazione dei più svariati settori imprenditoriali favorisce l’inserimento nei circuiti societari più sani, talvolta ‘scalandoli’ fino a raggiungerne la titolarità e, comunque, utilizzandoli per il riciclaggio dei proventi illecitamente accumulati al fine di acquisirne di nuovi sempre più ingenti”. In tal senso la relazione della Direzione Investigativa Antimafia richiama quanto detto in audizione presso la commissione parlamentare antimafia lo scorso 30 ottobre 2019: La ‘Ndrangheta “organizzazione fortemente strutturata su base territoriale, articolata su più livelli e provvista di organismi di vertice che si avvalgono del rispetto di usanze e ritualità consolidate …, che dà sostanza al vincolo associativo con un connubio del tutto peculiare di arcaicità e modernità … Quest’ultimo aspetto è reso evidente da una forte propensione all’internalizzazione delle proprie attività…”. Il ministero dell’Interno ha aggiunto che “…la vocazione imprenditoriale della ‘Ndrangheta continua ad essere alimentata dalle ingenti risorse provenienti dal narcotraffico internazionale, dalle infiltrazioni negli appalti pubblici, dalle estorsioni e da altre fonti illecite reinvestite nel circuito dell’economia legale. Anche le cosche calabresi annoverano oggi affiliati capaci di relazioni affaristico-imprenditoriali in grado di condizionare ambienti politico-amministrativo ed economici…I riscontri investigativi e giudiziari ne confermano il primato nel narcotraffico mondiale, aspetto per il quale le attività di contrasto si sviluppano attraverso un’intensa cooperazione internazionale…”.

Rinascita-Scott

Nello scorso semestre preso in esame dalla Dia, si è svolta una delle più grandi operazione contro la ’Ndrangheta, denominata “Rinascita-Scott”, condotta dalla Procura di Catanzaro, che nel dicembre 2019 con l’esecuzione, da parte del ROS e dell’Arma territoriale, di 334 misure restrittive per un totale di 416 indagati, che ha fatto luce su una lunga serie di rapporti tra la potente cosca dei Mancuso di Limbadi, egemone in tutta la provincia di Vibo Valentia, e il mondo politico-imprenditoriale con segmenti di massoneria deviata annessi. Un contesto definito dal Giudice per le Indagini Preliminari tipico di una “’Ndrangheta massona”. Secondo il rapporto l’inchiesta “ha consentito di sviscerare le dinamiche criminali della cosca dei Mancuso, facendo luce sull’operatività di strutture di ‘Ndrangheta in grado di controllare il territorio di riferimento e di gestirne capillarmente ogni attività lecita o illecita, nonché l’utilizzo di tradizionali ritualità per l’affiliazione per il conferimento delle doti. È chiaramente emersa anche la rilevanza della consorteria a livello extra provinciale, con consolidati rapporti, analizzati al mutuo soccorso ed allo scambio di favori criminali, instaurati, tra gli altri, con i De Stefano di Reggio Calabria e i Piromalli di Gioia Tauro, nonché con esponenti di cosa nostra, databili già dall’epoca pre-stragista. Per quanto concerne strettamente le dinamiche delittuose, ha avuto conferma l’oramai consolidata capacità di infiltrazione nell’imprenditoria, attuata con meccanismi sempre più sofisticati, grazie al contributo di professionisti collusi, e documentata da numerose intestazioni fittizie e da svariate operazioni di riciclaggio, svolte a partire dalla provincia vibonese per arrivare fino a Roma e all’estero. Al tempo stesso, però, la consorteria non ha mai rinunciato alla pressione estorsiva e all’usura in danno di commercianti e imprenditori locali, al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti ed alla commissione di omicidi e di altre condotte violente”. Una significativa risultante dell’inchiesta, ha evidenziato il rapporto, è stata “la costante ricerca di contatti con esponenti politici, massoni deviati, con utenti professionisti, rappresentanti delle istituzioni e dell’imprenditoria, analizzata al perseguimento di illeciti. Si fa riferimento, ad esempio, ad un noto professionista e politico catanzarese, nonché a un amministratore locale del Comune di Pizzo Calabro, risultati in rapporti diretti con esponenti delle consorterie criminali”. “L’indagine – ha proseguito la Dia – ha comunque mostrato che la ‘Ndrangheta è un’organizzazione criminale molto attiva, al contempo tradizionale e moderna, ancorata saldamente a vincoli associativi interni, attraverso i quali accresce il consenso, soprattutto in aree economicamente e socialmente depresse. Allo stesso tempo dimostra di essere camaleontica nei processi di adeguamento ai contesti socio-economici nazionali ed internazionali, perfettamente inserita nei meccanismi di progresso e globalizzazione”.

Un Giano bifronte”

Il rapporto ha evidenziato che l’inchiesta Rinascita-Scott ha “confermato l’unitarietà formale della ‘ndrangheta nella sua complessità e ricostruito il sistema di controllo e gestione del territorio, nonostante l’accertata autonomia delle sue articolazioni territoriali, collegando tra loro anche una serie di omicidi e tentati omicidi perpetrati nel corso degli ultimi anni”. Nei rapporti tra ‘Ndrangheta e mondo imprenditoriale “un ruolo centrale” è stato ricoperto da “un avvocato catanzarese, descritto in atti come ‘un Giano bifronte’, accreditato nei circuiti della massoneria deviata e in grado di far relazionare la ‘ndrangheta con società straniere, università, circuiti bancari e con le istituzioni in generale, “fungendo da passe-partout dei Mancuso, per il ruolo politico rivestito, per la sua fama professionale e di uomo stimato nelle relazioni sociali.”. Un vero e proprio “uomo cerniera” che “avrebbe messo sistematicamente a disposizione dei criminali il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale, del mondo imprenditoriale e delle professioni, anche per acquisire informazioni coperte dal segreto d’ufficio e per garantirne lo sviluppo nel settore imprenditoriale”. La Dia ha anche riportato una delle intercettazioni più significative dell’inchiesta della procura di Catanzaro: “La ‘Ndrangheta non esiste più! … una volta, a Limbadi, a Nicotera, a Rosarno, a …c’era la ‘Ndrangheta! … la ‘Ndrangheta fa parte della massoneria! … diciamo … è sotto della massoneria, però hanno le stesse regole e le stesse cose … ora cosa c’è più? … ora è rimasta la massoneria e quei quattro storti che ancora credono alla ‘Ndrangheta! una volta era dei benestanti la ‘Ndrangheta! … dopo gliel’hanno lasciata ai poveracci, agli zappatori … e hanno fatto la massoneria! … le regole quelle sono! … come ce l’ha la massoneria ce l’ha quella! perché la vera ‘Ndrangheta non è quella che dicono loro…, perché lo ‘ndranghetista non è che va a fare quello che dicono loro… perché una volta, adesso sono tutti giovanotti che vanno.., vanno a ruota libera sono drogati!…”.

La ‘Ndrangheta fuori dalla Calabria
Nella reazione semestrale, la Dia ha anche evidenziato il radicamento e presenza delle ‘ndrine fuori regione, come già sostenuto nei precedenti rapporti. “Il radicamento delle consorterie criminali in Piemonte, specie per quelle di matrice ‘ndranghetista, è stato agevolato dal fenomeno migratorio degli anni ’50, allorquando numerosi nuclei familiari dal sud si insediarono nel nord Italia. – si legge – Dalle prime cellule di ‘ndrangheta, dunque, si è arrivati, nel tempo, alla costituzione di veri e propri locali. Tra le cause dell’insediamento delle consorterie criminali organizzate non va trascurata anche la presenza, in Regione, di condannati a regime detentivo differenziato presso le Case Circondariali di Novara e di Cuneo, fattore di possibile richiamo per i familiari dei detenuti che tendono a stabilirsi nelle aree limitrofe, creando presupposti di radicamento. Diverse inchieste negli ultimi anni hanno fatto rilevare come i clan mafiosi abbiano tenuto, in Piemonte, condotte criminali tipiche delle Regioni d’origine, dalle più violente ed asssianti azioni estorsive, alle illecite commistioni con autorevoli rappresentanti delle Istituzioni e dell’imprenditoria, creando quell’area grigia di esercizio del potere a vantaggio di pochi, ma che danneggia tutta l’economia locale. Un fenomeno, tuttavia, troppo spesso sottovalutato o, peggio, negato dalla collettività”. Per quanto riguarda la regione della Liguria, la Dia ha sottolineato come “accertato dalle diverse inchieste che si sono succedute nel tempo, la ‘Ndrangheta si è affermata sul territorio attraverso una struttura criminale denominata Liguria1306, alla quale sono state ricondotte tre unità periferiche, c.d. locali (dotati di autonomia strategico-operativa seppure strettamente collegati al Crimine reggino), presenti a Genova e Ventimiglia (IM) – riconosciuti giudiziariamente in via definitiva – cui si aggiunge quello di Lavagna, di cui si argomenterà più avanti”. “Anche per questa ragione, la Liguria appare molto esposta, proprio perché ideale punto d’approdo e area di transito dello stupefacente verso le piazze europee e del nord ovest del Paese”. In Lombardia, che già da tantissimi anni si è registrata la presenza e il radicamento della ‘Ndrangheta, a riguardo nella relazione si legge che “Stando alle evidenze giudiziarie del 2° semestre 2019, in Lombardia l’azione di contrasto ha riguardato prevalentemente la ‘ndrangheta, che da alcuni anni rappresenta la più insidiosa organizzazione criminale. L’organizzazione è emersa in inchieste coordinate sia dalle Procure della Repubblica lombarde che di altri Distretti. Una ‘ndrangheta in silente sottofondo, di cui si sono colti comunque diversi segnali”.
Infine, per quanto riguarda Emilia Romagna la ’Ndrangheta si conferma “l’organizzazione criminale più presente e strutturata, con una forte capacità di sfruttare i canali economici e finanziari. Le risultanze investigative più recenti hanno confermato questa capacità e svelato i legami con categorie professionali, all’apparenza insospettabili”.

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fonte:http://www.antimafiaduemila.com

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