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Reagire alle mafie ed all’illegalità è un dovere di ogni cittadino onesto. Non fare niente è connivenza con le mafie

L’Europa che ci considera ormai apertamente un paese ad altissimo rischio corruzione. E’ la situazione dell’Italia, in questo autunno che rischia di non essere più una semplice stagione, ma un tempo di crisi morale destinato a durare. Mi vengono in mente alcune parole di Antonino Caponnetto. “Certi modi di pensare”, diceva, “sono ormai così diffusi da sembrare normali, ed invece non per questo cessano di essere distorsioni, forme patologiche. Allora la scelta diventa se aderire alla patologia o salvarsene. Reagire”

Carte tenute troppo a lungo in un cassetto che fanno emergere oscure ipotesi di trattativa tra Stato e mafia e aprono scenari ancora più inquietanti sulla morte del giudice Borsellino. Casi di appalti e tangenti che tornano a salire agli onori, si far per dire, delle cronache. Un uomo politico coinvolto in inchieste su camorra e rifiuti come possibile candidato del Pdl alla guida della regione Campania. Uno scudo fiscale che è come dicesse ai cittadini che l’illegalità è meno grave dell’esigenza di far cassa e che la legge si può pure infrangere, tanto poi in un modo o nell’altro una soluzione si trova, tutto si aggiusta. E l’Europa che ci considera ormai apertamente un paese ad altissimo rischio corruzione. E’ la situazione dell’Italia, in questo autunno che rischia di non essere più una semplice stagione, ma un tempo di crisi morale destinato a durare.
Mi vengono in mente alcune parole di Antonino Caponnetto. “Certi modi di pensare”, diceva, “sono ormai così diffusi da sembrare normali, ed invece non per questo cessano di essere distorsioni, forme patologiche. Allora la scelta diventa se aderire alla patologia o salvarsene. Reagire”.
Già, resta questa l’alternativa di fondo di fronte alla quale ci troviamo tutti.
Questo è il compito che abbiamo, qualunque sia il nostro ruolo, la nostra responsabilità, il nostro lavoro: reagire all’idea che le mafie debbano continuare a tenere prigioniere intere aree del nostro Paese, rifiutare il fatto che l’illegalità e la corruzione siano una patologia ormai cronica e incurabile in un Paese dove il favore conta e conterà sempre più del diritto.

Ogni giorno la mafia si infiltra nella vita del Paese. Ogni giorno può servire per inquinare sempre di più settori sani dell’economia e per condizionare lo sviluppo di interi pezzi di territorio. E’ un sistema che va spezzato. Innanzitutto colpendo le organizzazioni criminali in ciò che hanno di più caro, mirando alle risorse finanziarie, confiscando i loro beni. E poi predisponendo strumenti e politiche di controllo più efficaci. Troppe opere pubbliche, ad esempio, non vengono completate o vedono tempi eccessivamente lunghi di costruzione. Vuol dire che molte cose non vanno. Non basta aumentare i finanziamenti per accelerare i lavori, bisogna impedire che ogni appalto si spezzetti in più subappalti. Per questo resto dell’idea che serva una stazione unica appaltante e che si debbano aumentare i controlli, a partire da un imperativo per le amministrazioni pubbliche: allontanare tutti quei funzionari corrotti che hanno favorito clan e cosche criminali nelle gare. Come pure vanno tutelati tutti quegli imprenditori onesti che intraprendono una durissima battaglia per dire di no a chi chiede loro il pizzo. La politica non deve lasciarli soli, deve essere vicina alle associazioni antiracket che fanno un lavoro prezioso e faticoso.

Ma certo politica e istituzioni debbono innanzitutto assicurare pulizia e trasparenza al loro interno. Va spezzato ogni legame, vanno estirpati tutti i focolai di contiguità. Nella scelta delle candidature e delle classi dirigenti la mafia deve rimanere fuori e, quando si individuano le responsabilità, la politica non si deve chiudere a riccio delegando tutto alla responsabilità penale, ora per esaltarla ora per denigrarla. Per quanto riguarda le istituzioni, è una grande questione nazionale: come costruire nel modo più compiuto le condizioni di imparzialità e di trasparenza che diano forza a una concezione etica e ad una pratica concreta di una pubblica amministrazione che consideri la legalità, formale e sostanziale, non un limite, un impaccio con cui occorre di necessità fare i conti, ma la leva di una convivenza sociale libera e giusta. Si tratta ad esempio di avere una rigorosa normazione interna a disciplina dei procedimenti più “delicati”: i regolamenti per i contratti, gli acquisti e le forniture, come anche quelli per la progettazione, l’esecuzione e il collaudo dei lavori pubblici. E poi i regolamenti per il reclutamento del personale, o l’individuazione dei criteri e delle modalità per la concessione di sovvenzioni, contributi o sussidi economici o di altro genere. Altro nodo da sciogliere è quello dello snellimento delle procedure della burocrazia, perché è facile comprendere cosa può nascondersi dietro la necessità di un imprenditore o di un qualsiasi cittadino di bussare alla porta di venti uffici diversi per avere un permesso o un qualsiasi documento.
Ripeto, è una sfida che riguarda tutti. In un altro tempo, un uomo con un’altra storia e un’altra grande sfida da vincere, disse un giorno: “Ciò che mi impressiona non è il rumore dei malvagi, ma il silenzio degli onesti”. Quell’uomo si chiamava Martin LutherKing, e la sua sfida, quella del suo popolo, l’ha vinta. Noi dobbiamo avere la stessa fiducia, la stessa determinazione nel rompere il silenzio, nel contrastare concretamente il male e nel costruire pazientemente una cultura della legalità. Abbiamo le risorse per farlo. Le hanno le istituzioni. Le ha il nostro popolo, gli italiani per bene, gli italiani onesti, che sono la grande maggioranza di questo Paese.
Walter Veltroni

(Tratto da AprileOnline)