Raffiche di kalashnikov e bombe. Le mafie uccidono sempre di più

La Stampa, 5 Maggio 2018

Venti vittime nei primi quattro mesi del 2018. Nel 2017 il minimo storico: 46 in tutto

di MATTEO INDICE

GENOVA

La sera del 25 aprile Antonio Fabbiano sta aprendo il suo portone nel cuore di Vieste (Foggia), perla costiera del Gargano frequentato in estate da due milioni di turisti: ha 24 anni, lo falciano con venti colpi di kalashnikov dopo che due settimane prima l’esponente d’un clan rivale, Giambattista Notarangelo, era stato trucidato alla schiena, nello stesso paese, mentre andava a nutrire i maiali. Lottano per il narcotraffico e il sangue torna a opprimere dopo otto mesi di pace una zona capace di rialzare la testa e ribellarsi, provocando così il fermento criminale che sta alla base delle ultime mattanze: «Lo Stato – spiega il sindaco Giuseppe Nobiletti – aveva già risposto mandando rinforzi (il 9 agosto 2017 un regolamento di conti aveva provocato quattro morti fra i quali due contadini innocenti, ndr), ma manca il colpo di grazia: siamo a metà d’un guado e così credo altrove, dove le cosche in difficoltà si agitano alla ricerca di nuovi spazi». Passano meno di ventiquattr’ore e al rione Conocal di Ponticelli (Napoli) un ragazzo di 19 anni è freddato davanti a casa con un colpo alla schiena: si chiamava Emanuele Errico detto “Pisellino”, in un post su Facebook aveva scritto tempo fa che sarebbe morto giovanissimo nel proprio quartiere. Non era un affiliato alla camorra, ma chi lo ha ucciso sì e doveva vendicare una risposta storta.

Nei primi quattro mesi del 2018, sebbene alcuni moventi vadano ancora sviscerati fino in fondo, in Italia sono avvenuti almeno venti omicidi collegati alla criminalità organizzata. È il trend più alto dell’ultimo quinquennio (uno ogni 5/6 giorni) dopo che nel 2017 si era registrato il minimo storico con 46 in dodici mesi, uno ogni otto giorni abbondanti. Erano 342 nel 1992, 131 nel 2008, ma dal 2013 si erano attestati a quota 50 o meno.

La nuova mappatura ci dice pure che tre vittime sono donne e due di loro avevano ruoli importanti nei rispettivi gruppi: Annamaria Palmieri di 54 anni, assassinata con tre proiettili vicino all’appartamento del figlio a San Giovanni a Teduccio (Napoli) il 22 gennaio; Fortunata Fortugno ammazzata in auto a 48 anni, il 16 marzo a Reggio Calabria mentre era con l’amante a sua volta esponente d’una famiglia. Ancora: i morti sono distribuiti in modo omogeneo tra cosa nostra (5, in un frangente si tratta della mafia rurale che ha straziato un pastore), camorra (5), ’ndrangheta (5 probabili) e mafie pugliesi (4). Una vittima è invece da attribuire al racket albanese della prostituzione e il Nord non è immune, essendo avvenute due sparatorie fatali in Lombardia e in Emilia Romagna.

L’esame complessivo di casi altrimenti parcellizzati in un florilegio di episodi marginali, rubricati a ’cosa loro’ e di norma lontani dalle cronache nazionali, obbliga a sgravarsi dalla retorica d’un Paese alla mercé dei clan. Le cosche sparano di più perché in molte zone boccheggiano per l’offensiva di magistrati e poliziotti e carabineri, tuttavia provano a riorganizzarsi rimanendo un pezzo d’Italia. In questo senso vanno le parole pronunciate a gennaio dal presidente della Corte d’appello palermitana Matteo Frasca: «Cercano spiragli diversi, gli omicidi aumentano». E la pensa così Salvatore Lupo, storico e autore con Giovanni Fiandaca del libro “La mafia non ha vinto”: «È molto probabile – la frase ripetuta sovente agli studenti universitari – che queste siano le organizzazioni più deboli mai esistite in Sicilia». Cosa nostra ovviamente controlla ancora parecchio e talvolta gli omicidi illuminano l’immarcescibile contaminazione delle amministrazioni medio-piccole: il 14 febbraio a Barrafranca (Enna) l’ex ragioniere capo del Comune Antonio Zuccalà è stato abbattuto con 5 colpi in faccia, e per gli inquirenti è un delitto mafioso. Eppure l’esercito si è ridotto (secondo la Dia gli affiliati non sono più di duemila, erano mille in più a metà anni ’90) e i ricavi s’attesterebbero al 50% di quelli ’ndranghetisti.

Pure in Calabria si muore più che negli ultimi anni, con l’exploit del 9 aprile a Vibo Valentia dove una bomba in auto ha ucciso il quarantenne Matteo Vinci e ridotto in fin di vita il padre. Si erano ribellati alle angherie dei Mancuso, s’è materializzata la ritorsione. Nelle ore precedenti il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, nel descrivere una retata, aveva spiegato come nella geografia della ’ndrangheta che spadroneggia tra i narcos mondiali le formazioni vibonesi siano «affamate e perciò pericolose come e più di quelle storiche». Ecco perché nel circondario di Vibo si registra l’escalation più preoccupante. La camorra è l’unica che non ha incrementato i suoi morti, le faide si spostano da Scampia e Secondigliano e molti affari sono esternalizzati fuori dalla Campania o dall’Italia, sebbene resti altissimo il numero di agguati che non uccidono e però feriscono: l’8 aprile a Case Nuove (Napoli) da una moto hanno mitragliato il diciannovenne Vincenzo Mazio, che prima di entrare in coma ha detto d’essersi fatto male da solo.

Si diceva del Nord. E a Caravaggio in provincia di Bergamo, confermano qualificate fonti d’indagine, va inserita in un «contesto mafioso» l’esecuzione di Carlo Novembrini, 45 anni, ex detenuto al carcere duro per reati di mafia, e della sua compagna Maria Luisa Fortini, 51 anni, ad opera del fratello di lui Maurizio. Era il 4 aprile dentro una sala slot, in ballo c’erano forse le divergenze sulle possibili alleanze con i calabresi. Anche qui per colmare qualche vuoto e tentare di rilanciarsi.

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