Raffaele Imperiale, condannato, latitante ma libero di rilasciare interviste (da Dubai)

Il Fatto Quotidiano

Raffaele Imperiale, condannato, latitante ma libero di rilasciare interviste (da Dubai)

Il narcotrafficante ricercato numero uno della Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha parlato con “Il Mattino” dalla sua latitanza dorata usando parole e toni che suonano beffardi per i magistrati che ne ottennero l’arresto e per il ministero di Giustizia che sta provando a estradarlo

di Vincenzo Iurillo | 28 GENNAIO 2021

Può il ricercato numero uno della Direzione distrettuale antimafia di Napoli rilasciare interviste dalla sua latitanza dorata di Dubai usando parole e toni che suonano beffardi per i magistrati che ne ottennero l’arresto e per il ministero di Giustizia che sta provando a estradarlo? Certo che può, lo ha fatto: l’intervista a Raffaele Imperiale è apparsa venerdì scorso su Il Mattino, a firma di un tenace cronista di giudiziaria, Leandro Del Gaudio. E per capire l’importanza dello scoop e il rumore che ha provocato nel Palazzo di Giustizia di Napoli, è necessario fare un passo indietro e spiegare ai non addetti ai lavori di chi stiamo parlando.

Imperiale ha 47 anni e una fama mondiale: è l’uomo che ha ricettato due Van Gogh rubati nel 2002 dal museo di Amsterdam e ritrovati nel 2016 dietro l’intercapedine di un muro della villa dei suoi genitori a Castellammare di Stabia. Da quasi quindici anni vive a Dubai, alla luce del sole. Da uomo libero, al riparo da rogatorie e tentativi di estradizione che lo inseguono da cinque anni. Contro di lui ci sono accuse di narcotraffico internazionale, cristallizzate in un’ordinanza di custodia cautelare che ne ha ripercorso i trascorsi nel clan degli Scissionisti, e le trasferte ad Amsterdam nel coffee shop aperto dal fratello e frequentato dai grossi narcotrafficanti olandesi coi quali inizierà a fare affari. Su Imperiale grava anche una sentenza di colpevolezza confermata dalla Cassazione che però ha chiesto alla Corte d’Appello di ricalcolare la pena, fissata in primo grado a 18 anni e ridotta poi a otto anni.

Nel 2019 lo avevamo lasciato tra le pieghe di quindici arresti contro un cartello della droga a Napoli. L’ordinanza lo indicava come superbroker del rifornimento di quintali di cocaina spacciata al dettaglio nella zona ovest della città. A tenere i contatti tra Napoli e Dubai provvedeva Massimo Liuzzi, definito nelle carte “referente locale dell’organizzazione di narcotraffico internazionale di Raffaele Imperiale”. Gli inquirenti hanno intercettato Imperiale al telefono, nonostante le cautele: aveva fornito ai suoi intermediari dei Blackberry con una app che avrebbe dovuto schermare le chiamate. Dall’ascolto di quelle conversazioni hanno rafforzato la convinzione che Imperiale era, è e continua a essere il più potente narcos d’Europa. E le attività imprenditoriali avviate a Dubai sarebbero solo una copertura.

Di qui il tema della perdurante, mancata estradizione di Imperiale e di un’altra dozzina di ricercati eccellenti domiciliati nella città degli Emirati Arabi Uniti. Estradizione che fonti di staff del ministero di Giustizia, consultate dal Fatto quotidiano per un articolo pubblicato il 28 aprile 2019, facevano intuire come imminente: in quelle settimane si stava perfezionando il testo di un trattato ancorato sulla limacciosa questione dei chiarimenti necessari quando nell’altro stato è in vigore la pena di morte. Chiarito quel punto, ottenute dall’Italia le rassicurazioni che mai sarebbe stato giustiziata una persona estradata verso gli Emirati, il trattato doveva diventare operativo e consentire il tragitto inverso, da Dubai all’Italia. E invece i nostri ricercati sotto tutti ancora lì. A cominciare da Imperiale. Per l’ostruzionismo dello stato arabo.

Due anni dopo, il numero uno tra i ‘wanted’ dell’Anticamorra non è stato estradato, ma è libero di rilasciare interviste lette con attenzione da chi vorrebbe estradarlo. Alcuni passaggi meritano sottolineature. Il primo: “Ho amato quei Van Gogh, li comprai dal ladro che li ha rubati perché ero consapevole del loro valore artistico. Il secondo: “Vengo da una famiglia di persone per bene, oneste e agiate, devo la mia sensibilità artistica a mio padre che mi portava in giro per città storiche e musei”. Il terzo: “Sono orgoglioso di aver contribuito a far sì che il museo di Amsterdam ne rientrasse in possesso, la verità è che questa storia mi ha nuociuto mediaticamente ma giovato processualmente. Una chiara allusione allo sconto di pena in sentenza, un premio per il contributo fornito affinché la Finanza li ritrovasse con una perquisizione mirata. Perquisizione che avvenne a casa dei genitori “agiati, onesti e perbene”, lì erano nascoste le tele. Nella villa di Ludovico Imperiale, che fu in affari calcistici con Renato Raffone detto ‘Battifredo’, il numero due del clan D’Alessandro. Raffone finirà i suoi giorni da detenuto agli arresti domiciliari per ragioni di salute in seguito a una condanna a venti anni di reclusione per associazione camorristica e traffico di droga.

Il papà di Raffaele Imperiale, Ludovico Imperiale, sviluppò una importante carriera imprenditoriale nel settore dell’edilizia – un intero quartiere a Gragnano porta il suo nome, con annessa scuola che fu la prima a essere intitolata a Giancarlo Siani e per questo spesso vandalizzata – durante i pericolosissimi anni ’70-80. Sono gli anni in cui la Dc stabiese agli ordini di Antonio Gava coltiva, tramite i politici del territorio, relazioni e clientele con i clan camorristici che torneranno utili nella trattativa con le Br per la liberazione di Ciro Cirillo. In quegli anni Raffaele Imperiale è solo un bambino, che però subisce la traumatica esperienza del sequestro in circostanze misteriose. Il padre paga il riscatto e poi per minimizzare, per non avere problemi, fa sapere in giro che il figlio è riuscito a scappare da solo. Una vicenda mai del tutto chiarita.

Ora Raffaele Imperiale si lamenta su Il Mattino di una fama che “stimola facili accuse sul mio conto da parte chi aspira ad avere ruoli di collaboratore di giustizia, ma mette anche e ingiustamente il mio nome al centro di tutte le attività illecite legate al narcotraffico”. Si difende, ed è legittimo. E lo fa da Dubai. È il luogo che l’ufficio della Procura di Napoli guidata da Giovanni Melillo ritiene sia la sede permanente dei vertici di un cartello che governa il brokeraggio degli stupefacenti a livello planetario, attraverso riunioni durante le quali si decide a tavolino la ripartizione dei flussi della droga provenienti dalla Colombia e la loro redistribuzione nazione per nazione. Un cartello criminale potentissimo, la cui ricchezza senza limiti sarebbe in grado di condizionare i sistemi finanziari occidentali. È il luogo dove i magistrati napoletani hanno provato, soltanto negli ultimi due anni, a inoltrare una dozzina di rogatorie su Imperiale. Puntualmente rimbalzate indietro dalle autorità degli Emirati Arabi. Lo stato che nel 2018 ha ospitato, proprio a Dubai, l’ultima conferenza mondiale dell’Interpol, l’organizzazione internazionale chiamata a combattere i crimini transnazionali. Lo stato che aveva proposto un suo generale maggiore, nonché ispettore generale del suo ministero degli Interni, alla presidenza dell’Interpol. Le elezioni si sarebbero dovute tenere sempre negli Emirati, stavolta ad Abu Dhabi, il 7 e 8 novembre 2020. Sono state rinviate per l’emergenza Covid. La candidatura del generale aveva suscitato la protesta di 19 organizzazioni umanitarie preoccupate per le violazioni dei diritti umani negli Emirati. C’è poi da aggiungere che se l’Interpol fosse controllata da chi protegge i ricercati e i latitanti responsabili dei crimini che l’Interpol dovrebbe perseguire, ci troveremmo di fronte al corto circuito perfetto.

 

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