Questione politica e questione morale

Cosa c’è di diverso rispetto al passato? Da un certo punto di vista poco, l’organizzazione del rapporto di affari tra politica, imprenditoria, amministrazione più o meno appare inalterata. Così come non pare cambiato il ruolo di “supplenza” esercitato dalla magistratura nei confronti della politica. Ma ci sono almeno due elementi di evidenti “diversità” rispetto all’epoca di Tangentopoli: il primo si riferisce alla reazione del ceto politico di governo che tenta di coartare, per via legislativa, la giustizia. Il secondo elemento emerge dall’analisi dei fatti portata avanti dai principali mezzi di comunicazione di massa

“Questione politica e questione morale”: un titolo usato e abusato nel corso degli ultimi 30 anni (ed anche prima..) per commentare lo sviluppo delle vicende politiche italiane: un titolo che torna ancora d’attualità (se mai ce ne fosse stato bisogno) in questi giorni, davanti ai fatti che si stanno dispiegando davanti all’opinione pubblica.

Cosa c’è di diverso rispetto al passato?
Da un certo punto di vista poco, l’organizzazione del rapporto di affari tra politica, imprenditoria, amministrazione più o meno appare inalterata (nelle intercettazioni rese pubbliche pare riecheggiare il fatidico: “A Fra’ che te serve?”, in certi passaggi giustificazionisti pare tornare di moda “la macchia nera su di un vestito bianco” dal titolo di Rinascita, nel 1985, quando si tentò di denunciare la malversazione imperante negli Enti Locali imperniata su di un distorto ruolo “pivotale” del PSI che le vicende Biffi Gentili a Torino e Teardo in Liguria avevano disvelato, ma della quale non si voleva prendere coscienza per timore di alterare il quadro delle alleanze nel Comuni, nelle Province e nelle Regioni : solo sette anni dopo il “mariuolo” Mario Chiesa consentì di mettere allo scoperto gran parte del traffico).
Così come non pare cambiato il ruolo di “supplenza” esercitato dalla magistratura nei confronti della politica (a differenza di allora, però, il partito dei PM è anche presente in Parlamento).

Enucleiamo però almeno due elementi di evidenti “diversità” rispetto all’epoca di Tangentopoli: il primo si riferisce alla reazione del ceto politico di governo (tipica di chi si sente arroccato nel fortino del “cartel party”) che tenta di coartare, per via legislativa, la giustizia ( penso che tutti si saranno accorti che certe leggi non sono “ad personam” come si tentava di far credere, ma riguardano un intero ceto politico, all’interno anche di una idea di “alternanza”); il secondo elemento emerge dall’analisi dei fatti portata avanti dai principali mezzi di comunicazione di massa ( parlo dei giornali: perché dalla TV si capisce davvero ben poco ed il messaggio dei “talk-show” è comunque indirizzato a quella che, abbastanza impropriamente, è stata definita “anti- politica”. Una “anti-politica” sparsa a piene mani anche in passato, per far sì che dalla “questione morale” emergessero i fattori determinanti di uno spostamento complessivo a destra: populismo, personalizzazione della politica, cooptazione dall’alto e/o “dal basso” se guardiamo ai criteri di selezione del ceto dirigente, cui ovviamente non possono opporsi le “primarie all’italiana” che, fra l’altro, non si fanno proprio nelle occasioni in cui potrebbero anche avere un senso, al di là del nostro personale giudizio negativo sullo strumento in sé; giudizio ancora più negativo per l’assenza dei minimi strumenti di garanzia che il PD rifiuta di adottare quando decide di usare quest’arma a doppio taglio).

Non basta per fronteggiare questo stato di cose, assai grave, quella che è stata definita “bella” o “buona” politica: intenzioni di cui appare lastricata di sassi la strada dell’inferno, come dimostrano casi clamorosi che non possono essere dimenticati soltanto perché ci si trova in campagna elettorale.
Serve, invece, prima di tutto l’ingresso sulla scena politica italiana di un soggetto che manca: un soggetto in grado di indicare, in prospettiva, un diverso modello di società, di relazioni politiche, economiche sociali.

Un soggetto dove l’interesse pubblico e collettivo prevale, che non sia “un’isola”, si confronti con il resto, ma si realizzi comunque attraverso strumenti di agibilità dell’azione politica in modo da tenere assieme la partecipazione, la rappresentanza, la capacità di direzione.
Serve un partito che intrecci assieme questione politica e questione morale, nell’accezione in cui Machiavelli distingue i partiti dalle fazioni (portatrici di disordini), quali portatori degli “umori sociali”: un partito portatore, insieme, di una ragione universale e strumento per l’intervento nelle istituzioni ed, insieme, punto di coagulo del blocco sociale più avanzato.

Abbiamo ceduto su questo terreno; abbiamo ceduto al corporativismo e ad una idea, sbagliata, di democrazia diretta di tipo sostanzialmente “referendaria” (non a caso tutte le ultime tornate elettorali in Italia, sono state praticamente dei “referendum” su di una persona).
Occorre questa idea di partito, comprendendo appieno come quella che è stata definita “partitocrazia” (da Maranini) può essere superata soltanto tornando alla piena rilevanza della rappresentanza politica collettiva.
A questo modo, nel recupero di questo tipo di idea di partito, può sciogliersi in positivo l’intreccio tra “questione politica” e “questione morale”, interpretando la crescente complessità sociale nella forma della tensione al cambiamento ed impedendo che il definitivo crollo della partecipazione politica apra la strada al trionfo finale dei “corpi separati”.
Franco Astengo

(Tratto da Aprile Online)

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