Quello di Andrea Palladino su “Terra ” a prima vista non è un servizio che riguarda i territori laziali. Ma, trattandosi degli stessi soggetti che operano anche nel Lazio, il modus operandi di questi signori resta immutato. Le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone a “Il Tempo”, cronaca di Latina, del 4 settembre u.s., se fondate, gettano ombre inquietanti sulle omissioni di talune istituzioni. QUALCUNO che ha raccolto a suo tempo quelle deposizioni non avrebbe proceduto come doveva procedere. CHI è questo QUALCUNO? Ne sanno qualcosa DDA e DIA di Roma e di Napoli

Sopralluogo nel nuovo sito indicato dal collaboratore. È sui terreni della Curia, a Casal di Principe. Ai tecnici è bastato scavare una buca per avere conferma dell’ennesimo scempio.

Le persiane della casa elegante a tre piani sulla via Circonvallazione di Casal di Principe sono ormai chiuse da mesi. Qui abitavano gli “americani”, le famiglie dei soldati Usa che hanno abbandonato la terra avvelenata dei Casalesi dopo aver letto le analisi sulle acque. Dall’altra parte della strada un lungo muro di tufo chiude la discarica tossica scoperta mercoledì mattina dagli agenti del posto fisso di Casapesenna, guidati fino a qui dal collaboratore Vargas. I suoi ricordi erano chiari, netti: nel 1992 i clan hanno imbottito quel terreno di 8.000 metri quadri di scorie, fanghi tossici, monnezza, resti di cantiere. Per metri e metri, scafando in profondità, fino a raggiungere la falda acquifera che alimenta gli orti della campagna tra Casal di Principe e Casapesenna, il regno incontrastato di Michele Zagaria.

Per ora i tecnici dell’Arpa Campania – aiutati dai Vigili del fuoco – hanno scavato una sola buca al centro del terreno, larga una decina di metri, tanto per capire cosa si nasconde nel sottosuolo. È bastata una giornata di lavoro per vedere apparire l’acqua della falda, intrisa di idrocarburi, scura e maleodorante. Il ventre di Casal di Principe è oggi questo, una stratigrafia dell’economia criminale. Sulle pareti del fosso appaiono gli immancabili tondini del cemento, vero culto da queste parti. Poi i resti dei sacchi industriali, terre che alternano colori, tra il grigio, il nero, l’avana.

La parte più pericolosa ancora non è stata raggiunta. Sarà l’Antimafia di Napoli a decidere come si dovrà procedere. Il racconto di Vargas non termina dove appare la falda acquifera. Quel terreno fu prima svuotato per ricavare le terre utilizzate per la costruzione della superstrada Villa Literno-Nola, tra la fine degli anni Ottanta e il 1992. Poi arrivarono i bidoni, infilati nella parte più bassa e nascosta. Poi furono gettati i fanghi industriali, mescolati con i resti di cantiere e la monnezza. Infine uno strato di quasi un metro con materiale da riporto mescolato con il cemento, creando una suola solida, tombando la discarica. Per 19 anni quei veleni hanno agito sull’acqua che alimenta i pozzi degli agricoltori, senza che nessuno dicesse una sola parola. Silenzio assoluto, nonostante i tumori che hanno colpito gli abitanti e i contadini, senza risparmiare le famiglie di camorra che vivono a pochi metri.

Nel terreno, completamente chiuso dalle mura di tufo, da tempo vivevano alcuni ragazzi marocchini, fuggiti quando mercoledì mattina la polizia ha sfondato il cancello per entrare e iniziare a scavare. L’area appartiene da sempre all’Istituto per il sostentamento del clero della Curia di Aversa. Saranno dunque loro i responsabili della bonifica, che avrà tempi e costi altissimi. Il terreno fu affittato alle famiglie legate al gruppo Schiavone, che negli anni Novanta controllava l’area di Casal di Principe palmo a palmo. Poi per anni non si è più saputo nulla, i vecchi contratti sono scaduti, forse mai pagati, in un giro senza fine di carte e nomi. Nessuno, di certo, è mai entrato in quell’area per capire cosa avessero fatto i Casalesi per tanti anni su un ettaro di terra che al massimo poteva servire da deposito.

Di fronte alla discarica, proprio di fianco alla casa degli “americani”, ormai abbandonata, c’è una rigogliosa coltivazione di fragole, pronte per il raccolto. Poi il terreno prosegue con le verdure, altri alberi da frutta, coltivazioni che i contadini di Casale – gente abituata a lavorare massacrandosi sotto il sole – vorrebbero difendere con i denti. Frutti della terra che ora non possono che andare al macero, intrisi di idrocarburi e chissà quali altre sostanze chimiche. La Asl ieri, dopo un primo sopralluogo, sta pensando a chiedere un’ordinanza che vieti l’uso dell’acqua dei pozzi, bloccando l’intera agricoltura. Sarebbe la prima volta a Casal di Principe, regno degli Schiavone. «Ci hanno ucciso, gratis», sussurra qualcuno. Poi i volti tornano quelli di sempre, bassi, spesso rassegnati. Silenziosi, come accade da decenni. Un intero paese che prima ha subito le faide, i morti per strada, le sparatorie, il pizzo, le angherie, il controllo totale di ogni minimo aspetto della vita, perfino della fede. Ora la camorra è arrivata forse ad un punto senza ritorno, condannando la propria gente, togliendo anche la speranza.

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