Quegli strani privilegi dei prefetti non sfiorati dalla spending review

Un prefetto è per sempre: la casta in crescita che beffa la spending review. Il governo taglia 24mila posti pubblici, ma apre il concorso per 30 futuri dirigenti del Viminale. Oggi sono 1.400, anche se i loro compiti sono sempre più ridotti. E una volta “investiti” sono inamovibili. Il pressing per sopravvivere al taglio delle Province. Stipendi e pensioni d’oro, e trattamento a 4 stelle

Un prefetto è per sempre. E allora, sotto con altri trenta. Il governo mette alla porta 24mila dipendenti pubblici e la lascia aperta per pochi, costosissimi, dirigenti del Viminale. In Gazzetta Ufficiale spunta un bando di concorso per 30 posti per “l’accesso alla qualifica iniziale della carriera prefettizia”, uno schiaffo alla spending review e al fantomatico piano per la riduzione delle province. Lì si licenzia, qui si assume. Un privilegio concesso ai rappresentanti di una casta di Stato rimasta nell’ombra e resistente a tutto, anche alla scure dei tecnici. Intoccabili, ben pagati e spesso impuniti se condannati e perfino premiati.

Non tutti, certo. Ma i prefetti d’Italia sono un corpo a parte, alta burocrazia che rappresenta il governo sul territorio e per questo tutto può fare e tutto può dire, come il prefetto di Napoli, Andrea De Martino (nella foto), balzato agli onori delle cronache per aver mortificato il prete anti-camorra Don Patriciello, reo di aver chiamato “signora” il prefetto di Caserta. Il boiardo di Stato è andato su tutte le furie, come si vede nel video che ha fatto il giro d’Italia. Il ministro Cancellieri s’è scusato, ma non ha preso provvedimenti e cadranno nel vuoto anche le interrogazioni presentate dai parlamentari Pina Picierno (Pd) e Stefano Pedica (Idv). Perché i prefetti non si toccano, una regola non scritta, ma regolarmente praticata. Retaggio dell’era napoleonica che si perpetua, hanno ormai competenze quasi esclusivamente in materia d’immigrazione e sicurezza, porti d’arma e ricorsi per le multe. E tuttavia in dieci anni il “corpo prefettizio” è calato di sole 198 unità e oggi conta ancora 1.400 dirigenti, tanti che le piante organiche straripano e il rapporto tra dirigenti e dipendenti (1 a 6) è tre volte superiore al resto della pubblica amministrazione, sbilanciato al punto che non è raro imbattersi in dirigenti che dirigono se stessi. Succede davvero, all’Ufficio V Relazioni esterne e comunicazione, dove un viceprefetto ha ottenuto un incarico di capo ufficio di staff, ma lo staff non c’è.

Hanno stipendi generosi che vanno dai 57mila euro del vice prefetto aggiunto ai 151mila del Prefetto, capo di Gabinetto del Ministro, capo dipartimento, per i quali lo Stato spende ogni anno 120 milioni di euro (guarda il documento del ministero dell’Interno sulle retribuzioni prefettizie). Compensi che possono “arrotondare” grazie a doppi e tripli incarichi e funzioni di amministratori straordinari, con relative indennità. Al momento sono 10 quelli a capo di comuni sciolti per infiltrazioni mafiose, con una retribuzione di posizione di 5.760 euro e un ulteriore compenso a carico degli enti locali parametrato sul 50% di quello del sindaco che sostituiscono. Il tutto mantenendo posizione e stipendio presso il Ministero. Un vero e proprio secondo lavoro, svolto durante l’orario d’ufficio o mentre sono in pensione, contro il quale si è espresso anche il sindacato della categoria Sinpref, chiedendo all’amministrazione di istituire un albo delle gestioni commissariali che assegni questi incarichi in via esclusiva, dando la stura al proliferare dei costi.

Da pensionati prendono l’80% della retribuzione, i prefetti di massimo livello a riposo 6.320 euro. Ma molti non si accontentano e trovano subito un’azienda privata felice di mettere a libro paga ex funzionari pubblici di alto livello (emblematico il caso della “saga dei prefetti” nel gruppo Ligresti, raccontata proprio da Il Fatto Quotidiano). Se proprio non trovano una collocazione finiscono “fuori ruolo” e – tanto per occuparli – viene affidato loro un “incarico di studio” presso un ministero o presso la Presidenza del Consiglio. Sono 24 oggi e dal ministero ricevono 4.855 euro al mese, più eventuale indennità aggiuntiva attribuita dall’amministrazione di destinazione. Anche il premier Monti non ha potuto sottrarsi a questa pratica e ne ha nominati un bel po’, perfino al Ministero per i Beni e le attività culturali o presso il Ministero per gli affari regionali, turismo e sport.

Attraverso quali meccanismi il ceto prefettizio diventa “casta”? Prima di tutto grazie al loro peculiare inquadramento contrattuale. A differenza degli altri dirigenti della pubblica amministrazione (e in compagnia di magistrati, diplomatici e Forze dell’ordine), il rapporto di lavoro dei prefettizi è regolato in regime di diritto pubblico. In pratica realizzano una sintesi perfetta tra la certezza dell’impiegato statale e i privilegi economico-contrattuali del dirigente privato. Non timbrano il cartellino, ma hanno i buoni pasto. Sono illicenziabili e irremovibili, anche quando si rivelano inidonei o vengono condannati per reati gravissimi. Chiedergli di rinunciare a qualcosa, a quanto pare, è impossibile. Un affronto, lesa maestà. Lo sa bene l’ex ministro Roberto Maroni. Due anni fa accennò a possibili tagli e in un baleno oltre 100 prefetti da tutta Italia si materializzarono al Teatro Capranica a Roma minacciando il primo sciopero della categoria. Non era mai successo, in oltre 200 anni di storia, che i rappresentanti dello Stato sul territorio si incontrassero in un’assemblea così numerosa. Alla fine Gianni Letta se ne fece portavoce in Consiglio dei Ministri. E i tagli svanirono.

Oggi la storia rischia di ripetersi perché quelli previsti dalla spending per tutti i dipendenti pubblici (10% della spesa per il personale e 20% dei dirigenti) sono stati eccezionalmente sospesi in attesa del riordino delle province che avverrà solo dopo il 30 aprile 2013. E a Roma sono già in corso grandi manovre per non far saltare le prefetture orfane, ma sostituirle con “presidi territoriali”, quasi un cambio di nome. Al Viminale in questi giorni è un via vai di prefetti che fanno la spola da tutta Italia per perorare la loro sopravvivenza mentre il presidente del sindacato Claudio Palomba avverte circa il rischio di “sguarnire il territorio e lasciare intonsa la struttura centrale, dove c’è tanto da tagliare”. Comunque sia, il rischio che non se ne faccia niente è forte.

La malcelata superiorità della casta prefettizia deriva anche da una carriera che inizia per meriti e spesso progredisce per referenza politica. Entrano nella categoria per concorso (art.4 D. Lgs. n.139/2000) e sono subito “consiglieri” a 2mila euro netti di stipendio, fanno due anni di scuola superiore a Roma (con vitto e alloggio pagati in una struttura a quattro stelle sulla Veientana dotata di palestra, piscina, eliporto e campi da tennis) e vengono immessi in ruolo come dirigenti. Saranno poi le frequentazioni istituzionali e politiche ad aprire ad alcuni il soglio prefettizio: il ministro li propone, il Presidente del consiglio li nomina. Dal giorno dopo, saranno a tutti gli effetti degli “intoccabili”. Le cronache abbondano di esempi. L’ultimo, la reprimenda del Prefetto di Napoli, è il simbolo di un’arroganza ostentata. Ma ce ne sono di molto più gravi che non fanno notizia o vengono passati sotto silenzio. Ci sono prefetti che i magistrati condannano per reati gravissimi e che i governanti coprono regolarmente, spostandoli di ruolo o destinazione, in alcuni casi addirittura premiandoli. Intoccabili.

Thomas Mackinson – Il Fatto Quotidiano – 5 novembre 2012

La casta dei prefetti: mai rimossi, sempre promossi. Anche dopo gli scandali

De Gennaro assurto al governo nonostante il G8. Ubaldi reclutato al ministero dell’Interno dopo una condanna per peculato. Gallitto a presiedere i “Cavalieri” dopo tanti guai giudiziari. Gli alti dirigenti non pagano mai, tranne quando si scontrano coi politici. Come Carlo Mosca, troppo “morbido” coi rom, e Fulvio Sodano, che a Trapani si è permesso di denunciare collusioni mafiose.

E’ assurto, suo malgrado, a emblema dell’intoccabilità prefettizia l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, già prefetto. Un anno fa veniva assolto in Cassazione dall’accusa di istigazione alla falsa testimonianza, ma il suo nome resta indelebilmente legato ai drammatici ai fatti del G8 di Genova. E tuttavia il governo lo ha nominato sottosegretario di Stato, per di più delegandolo alla sicurezza della Repubblica.

Sparsi per l’Italia ci sono tanti altri episodi che, in sedicesimo, raccontano dell’impunità prefettizia. Il più recente è quello dell’ex prefetto di Verbania Riccardo Ubaldi che nel 2009 ha pensato bene di farsi scarrozzare con l’auto blu e due agenti armati al mare. Non proprio dietro casa, ma a Positano, a 929 chilometri di distanza. Il procuratore capo Giulia Perrotti gli contesta anche tre viaggi a Roma in giorni in cui era in ferie. Ubaldi viene condannato per peculato a sette mesi di reclusione, pena sospesa e beneficio della non menzione della condanna (ancora non definitiva). Ma dov’è Ubaldi a fronte di tutto questo? Sbaglia chi si immagina che l’abbiano trasferito nell’ultima provincia d’Italia o in un ufficio a timbrare visti. E’ stato trasferito dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni al Viminale, all’ufficio affari legislativi e relazioni parlamentari, dove oltre allo stipendio percepisce un’indennità di posizione aggiuntiva. Dal primo novembre sarà trasferito agli Affari Interni e territoriali e con la qualifica, niente meno, di vice capo Dipartimento. Insomma, condannato, protetto e premiato due volte. Un prefetto, è per sempre.

Vincenzo Gallitto. Digitando questo nome su Google saltano fuori una serie di articoli che raccontano le plurime condanne dell’ex prefetto di Livorno, concorso in corruzione in atti giudiziari per gli abusi edilizi sull’Isola d’Elba, peculato per aver portato la moglie a Montecatini Terme sulla solita auto blu. Nel 2003 la Corte dei Conti lo interdice dai pubblici uffici, ma Gallitto non demorde. Per tutti, del resto, è sempre il “signor prefetto”. E infatti lo ritroviamo quest’anno a benedire, in qualità di presidente onorario della sezione perugina, il convegno dell’Unci Cavalieri d’Italia, associazione nata per riunire cavalieri del lavoro, grand’ufficiali, commendatori e “tutti coloro che sono insigniti di onorificenze cavalleresche al fine di mantenere alto il sentimento per il riarmo morale, di tutelare il diritto e il rispetto delle istituzioni cavalleresche e di rendere gli insigniti esempio di probità e correttezza civile e morale”. Appunto.
Ma i requisiti di moralità dei prefetti, chi li verifica? Dopo la vicenda di Napoli, assurta a emblema dell’arroganza della casta prefettizia, vale solo la pena ricordare che De Martino ha preso il posto di Carlo Ferrigno, ex commissario nazionale antiracket che ha patteggiato 3 anni e 4 mesi per millantato credito e prostituzione minorile. Ferrigno chiedeva (e otteneva) prestazioni sessuali da ragazze, tra cui una minorenne, in cambio di permessi facili e posti di lavoro. Come se non bastasse, il suo nome compare anche nell’inchiesta sul caso Ruby e le bollenti serate di Arcore. A Milano il dominus prefettizio è Gian Valerio Lombardi. Il suo nome compare regolarmente nelle cronache cittadine e non sempre per meriti: l’ultima volta nell’inchiesta sulle tangenti per le Case vacanza del Comune. Lombardi, secondo i pm di Milano, era parte dello schema della “cerchia” che dispensava e consumava favori, tanto che il figlio poteva godere di un appartamento in centro a prezzi stracciati gentilmente messo a disposizione dall’Istituto dei Ciechi.
Lombardi si attiva anche per piazzare persone e favori, forte dei rapporti politici derivanti dal suo ruolo istituzionale (non a caso il suo nome era già comparso nel Ruby-gate). Dopo aver parcheggiato in uno spazio riservato ai disabili, Lombardi pensa bene di fare ricorso a se stesso (guarda il documento) per annullare un verbale da 78 euro. Per una vicenda simile il vice prefetto di Torino Roberto Rosio è stato indagato per abuso di atti d’ufficio. L’alta burocrazia di Stato è così alta che fa spesso storia a sé.
Ma non sono tutti così, i prefetti d’Italia. Tanti hanno lasciato segni importanti nelle comunità in cui hanno operato, altri hanno pagato un prezzo altissimo per la loro resistenza alle interferenze della politica. Tre esempi, tre epiche battaglie. Nel 2009 a Venezia il prefetto Michele Lepri Gallerano finisce nel mirino della Lega perché ritenuto troppo morbido con i rom. La sua colpa? Non aver impedito il trasloco della comunità dei sinti di via Vallenari nel nuovo villaggio nella notte del 24 e 25 novembre. Il Ministro Maroni non la prende bene e lo rimuove un mese dopo. Per punizione, in accezione leghista, andrà a occuparsi della Sicilia.

Stesso destino per il prefetto di Roma Carlo Mosca destituito nel 2008 perché si era rifiutato di schedare i minori della comunità rom di Roma. Il terzo è un esempio di fermezza contro la collusione tra criminalità e politica. Fulvio Sodano, prefetto di Trapani, fu cacciato dal governo Berlusconi nel 2003 perché, nel denunciare collusioni e mala gestione dei beni confiscati alla mafia, incappò nelle ire del senatore Pdl Tonino D’Alì, allora indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Il tutto fu raccontato in una memorabile puntata di Annozero del 2006 e il senatore citò tutti in giudizio, compreso l’ex prefetto. Il tempo ha dato torto a lui e ragione agli altri. E anche se fiaccato dalla Sla, Sodano è rimasto il simbolo di un certo modo di essere prefetto. Un signor prefetto.

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