Quanto ipocrita stupore quando emerge il rapporto ‘ndrangheta-massoneria

Quanto ipocrita stupore quando emerge il rapporto ‘ndranghetamassoneria

Martedì 19 Luglio 2016

di Pietro Orsatti

L’ipocrisia, da parte della politica e anche del sistema informativo italiano, raggiunge a volte livelli sublimi. L’ultimo clamoroso caso ce lo offre l’ultima operazione contro la ‘ndrangheta di questi giorni dove emergono con chiarezza tre fatti: 1 che la ‘ndrangheta si è evoluta da organizzazione criminale “di strada” in holding affaristica e lobby di potere; 2 che questa evoluzione è avvenuta attraverso il superamento della forma organizzativa tradizionale e un rapporto di collaborazione diretta con la massoneria, la politica e la finanza; 3 che ai vertici dell’organizzazione si sono poste figure anche di rilievo della politica.

L’operazione di questi ultimi giorni ha una grandissima importanza proprio perché svela e cerca di bloccare di fatto una trasformazione che è in atto da più di 40 anni, che ormai è diventata sistema e che si riproduce continuamente e si ripropone sia a livello nazionale che internazionale.

La cosa che stupisce (e preoccupa) è come i media raccontino questo successo da parte della magistratura e delle forze dell’ordine. Lascia a bocca aperta lo stupore – non si capisce se finto o reale – con cui spigano ai propri lettori e spettatori il grande mistero imprevedibile e misterioso del rapporto sistemico fra ‘ndrangheta, massoneria, finanza e politica.

Per capirci, sono quarant’anni che ci sono segnali chiari (e documentati anche in processi non solo in Calabria) di questo rapporto sistemico. Ma l’informazione ha snobbato per quarant’anni la faccia “perbene” della ‘ndrangheta politicomassonica. Perfino quando questa metteva pesantemente mano anche nell’eversione nera (Boia Chi Molla e strage di Gioia Tauro). E quindi ora tutti a mostrarsi stupiti.

Non lo sapevate?

Porto un esempio. Nel 2014 (febbraio) con Floriana Bulfon per Imprimatur editore pubblicai il libro Grande Racccordo Criminale (con il quale anticipavamo di quasi un anno quello che poi successe a dicembre con l’operazione Mafia Capitale. Ne riporto qui sotto un brano, frutto di un lavoro di inchiesta e di reporting basato in gran parte su fonti aperte (pubbliche) e su libri e articoli e documentazione a partire dalla fine degli anni ’60.

Buona lettura

«Sarà stata la fine degli anni Sessanta o poco dopo quando a Reggio si tenne una riunione con dei pezzi grossi dei siciliani», raccontava Francesco Fonti, il pentito di ‘ndrangheta, nella lunga chiacchierata che ci ha concesso qualche anno fa. «Mi dissero che oltre a Paolo De Stefano e altri boss sia di Reggio che della Piana di Gioia Tauro partecipò per Cosa nostra Giuseppe Di Cristina. Nella riunione chiese che fosse tolto il blocco che c’era all’epoca sul transito dell’eroina in Calabria. I vecchi capi si opponevano. E l’affare era enorme già allora e sarebbe cresciuto, come è successo. Non so cosa si decise, ma so che subito dopo iniziò una strage di quelli che si erano opposti ai siciliani. E poi che la Santa, l’apertura ai rapporti con la politica e con la massoneria, comparve segretamente in quella fase». Un’alleanza? Se fu così, ancora una volta fu fondata sulla droga.
Due nomi precisi quelli che pronuncia Fonti. Due nomi che hanno un peso. Il primo: Giuseppe Di Cristina, spesso descritto come capo mafia rozzo e brutale della Sicilia rurale, come uno di quei mafiosi con la coppola e la lupara. Ma Di Cristina, il capo della famiglia di Riesi, era tutt’altro: vicinissimo a Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate, quel mafioso dall’entroterra era uomo rispettato e soprattutto ascoltato da più di un decennio a Palermo.
Fu lui il primo ad andare allo scontro con Liggio e Riina e per questo finì ammazzato nel 1978 all’alba della mattanza. Un uomo con relazioni complesse e mai del tutto svelate con pezzi dello Stato, tanto che poco prima di essere ucciso si era messo a fare il confidente dei cara binieri, cercando in questo modo di colpire i corleonesi.
E il suo nome finisce persino nell’inchiesta sulla morte, 184nel 1962, del presidente dell’Eni Enrico Mattei, indicato come possibile esecutore materiale del piano di sabotaggio attuato nell’aeroporto di Catania. O forse qualcosa di
più. La morte di Mattei, un capitolo oscuro, e mai risolto, della storia italiana in cui si intravede di tutto, dall’intrigo internazionale ordito dalle Sette sorelle a pezzi della politica dell’epoca, dall’estremismo di destra che si incarnava
nella figura di Junio Valerio Borghese alla mafia, non solo siciliana, fino all’avvocato Vito Guarrasi di Alcamo, accusato di depistaggio delle indagini, uno degli uomini più potenti dell’epoca, cugino di Enrico Cuccia, frequentato
re e amico della famiglia Agnelli, già presente, nonostante fosse solo un sottotenente di complemento, alla firma dell’armistizio sottoscritto a Cassibile nel ‘43 fra le Forze Alleate e il Regno D’Italia.
Il secondo nome è quello di Paolo De Stefano, il boss di Reggio Calabria che ha compiuto una rivoluzione e aperto le porte della ‘ndrangheta al rapporto con l’eversione di destra e la massoneria in un momento cruciale della storia del Paese, quello della strategia della tensione. Nell’estate del 2003, davanti al sostituto procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì, sono i collaboratori Alfa e Beta, Giacomo Lauro della famiglia Imerti e Filippo Barreca dei De Stefano, a spiegarlo. Lauro, dopo aver ammesso di aver fornito l’esplosivo necessario a far saltare i binari, racconta dettagli inquietanti sulla strage di Gioia Tauro del 22 luglio 1970, a pochi giorni dall’inizio dei “moti di Reggio Calabria” passati alla storia come “Boia chi Molla”. «Durante la mia attività nell’ambito della malavita comune, sono entrato in contatto con elementi appartenenti ad Avanguardia Nazionale e in genere con elementi di estrema destra: questi infatti nella prima metà degli anni Settanta erano sempre alla ricerca di armi ed esplosivo e si rivolgevano appunto alla malavita organizzata». Filippo Barreca spiega poi come, per conto di Paolo De Stefano, poco prima della sentenza di Catanzaro sulla strage di Piazza Fontana, si fosse occupato di curare la latitanza di Franco Freda e di partecipare alla sua fuga in Costa Rica. «Prima di andare via da casa mia, Freda mi lasciò una lettera scritta di suo pugno, indirizzata a
Paolo De Stefano all’epoca detenuto, con la quale lo ringraziava dell’ospitalità ricevuta a Reggio e si impegnava a interessarsi della sua scarcerazione […]. So anche che dopo essere andato via da Reggio, Freda venne ospita
to in casa di un calabrese abitante a Ventimiglia, che era nello stesso tempo affiliato alla ‘ndrangheta e massone, iscritto in una loggia segreta di cui parlerò fra poco. Questa persona aiutò Freda a espatriare in Francia, da dove
raggiunse il Costa Rica in aereo […]. Ho partecipato ad alcuni degli incontri avvenuti a casa mia fra Freda, Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Tali discorsi riguardavano la costituzione di una loggia segreta, nella quale dove
vano confluire personaggi di ‘ndrangheta e della destra eversiva e precisamente lo stesso Freda, l’avvocato Paolo Romeo, l’avvocato Giorgio De Stefano, Paolo De Stefano, Peppe Piromalli, Antonio Nirta, Fefè Zerbi. Altra loggia
dalle stesse caratteristiche era stata costituita a Catania.
La superloggia di cui ho parlato doveva avere sede a Reggio Calabria e veniva ad inserirsi in una loggia massonica ufficiale, e precisamente quella di cui faceva parte il preside Zaccone, personaggio notoriamente legato al gruppo
De Stefano. Queste logge avevano come obiettivo un progetto eversivo di carattere nazionale, che doveva essere la prosecuzione di quello iniziato negli anni Settanta con i “moti di Reggio” […]. Freda ebbe a dirmi che se fosse
stato condannato avrebbe fatto rivelazioni che potevano far saltare l’Italia, intendendo riferirsi ai suoi collegamenti con i servizi di sicurezza e il ministero dell’Interno». La ‘ndrangheta e quella passione per la massoneria mai
spenta, tanto che nel novembre 2013, il Grande Oriente 186d’Italia, per intervento del Gran Maestro Gustavo Raffi, ha sospeso la loggia Rocco Verducci con sede a Gerace in provincia di Reggio Calabria. Motivazione: infiltrazione
di elementi della ‘ndrangheta. Un caso unico in Italia. La decisione è stata presa dopo le numerose segnalazioni di iscritti che erano contemporaneamente esponenti di spicco dell’organizzazione mafiosa calabrese. Come del resto
era emerso chiaramente nell’operazione “Saggezza” coordinata dalla Dda di Reggio l’anno precedente.
Con quel “biglietto da visita” i De Stefano si presentano e partecipano all’instaurarsi del “sistema”, apripista della corsa calabrese alla Capitale. Una corsa particolarmente importante perché «operare su Roma garantisce
prestigio, rappresenta un viatico per agganciare pezzi di potere reale: politico, economico e sociale. Oltre a pezzi della pubblica amministrazione regionale e nazionale», spiega il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nico
la Gratteri. Un sistema complesso di penetrazione che sul piano politico ha avuto un impatto dirompente. Per ché attraverso il proprio potere economico e coercitivo – basato sull’intimidazione e il ricatto – la ‘ndrangheta,
come in Calabria anche a Roma, ha la capacità di spostare blocchi di voti rilevanti in cambio di appalti e favori. La ‘ndrangheta media tra affari e politica, perché nella Capitale prima di tutto contano le conoscenze. Soprattutto
quelle nei palazzi del potere.

fonte:http://www.antimafiaduemila.it/

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