Quanta amarezza ! Le due antimafia:quella vera dell’indagine e della denuncia e quella delle chiacchiere e del business

CHE VERGOGNA !
E QUANTA AMAREZZA!

Le due antimafia:quella vera,dell’indagine e
denuncia e quella delle chiacchiere e del business.

A leggere articoli del genere ti senti saltare il
cuore in gola.
Ti senti arrivare schizzi di fango da tutte le
direzioni che ti fanno sentire sporco anche a te.
A te che levi soldi alla tua famiglia,ai tuoi figli,ai
tuoi nipoti per fare visure camerali per
individuare imprese mafiose,a te che ti vedi
arrivare spesso querele  e richieste di danni
morali intimidatorie  e che devi pagarti di tasca
tua legali e spese giudiziarie per difenderti,a te
che devi litigare con tizio e caio,sempre alla
ricerca di notizie che,poi,diventano oggetto di
relazioni e dossier che passi a chi devi passare,a
te che devi guardarti intorno per notare se
qualcuno ti segue e che vivi continuamente nella
paura di ritorsioni e vendette.

Tutto per colpa di un esercito di parolai,di attori
da strapazzo,che da un computer o da un palco
sputano giudizi e parlano di mafia senza sapere
nemmeno cos’è la mafia e senza aver mai avuto a
che fare con un mafioso e che lo fanno o per
camparci,o per vendere un libro che hanno scritto
scopiazzando qua e là dai vari siti,o per  carpire
voti.
Senza aver fatto mai un’indagine,una
denuncia,una segnalazione e non conoscendo
nemmeno l’ingresso di una caserma,di un
tribunale,di una procura.
L’antimafia delle chiacchiere e degli affari.
E dello spettacolo.
Quando finirà questo strazio ?
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L’antimafia che ha tradito se stessa
Domenica 08 Marzo 2015 – 06:00 di Roberto Puglisi Roberto Puglisi

C’era una volta l’antimafia delle belle bandiere, della speranza e della gratuità. Ma
le bocche che chiedevano verità sono state chiuse, cucite col filo di ferro. Ed è
nata l’altra antimafia, con i suoi tradimenti e le sue finzioni.

Le bocche che avevano fame di verità sono state cucite col filo di ferro. La bella antimafia è diventata
contraffazione di sé, ornamento di casta, il morso che segue l’appetito di soldi e poltrone. Ecco
l’impostura che si rivela nella sua crudezza, ecco la finzione che ha preso il sopravvento sulla genuinità di
una speranza.

Il cuore della reazione a Cosa nostra, deflagrata con le stragi – quel cuore pulsante di cortei, di
striscioni, di sguardi limpidi di ragazzi – è stato divorato da successivi figuranti muniti di denti
robustissimi. E venne l’antimafia che si organizzò in falangi, apparecchiando la tavola con i suoi interessi
privati, con i suoi affari, sotto il marchio doc della legalità. Banconote al posto degli striscioni, tanto
sempre di carta si tratta. Di mutazione in mutazione, si è giunti al paradosso dei paradossi, alla storia di
Roberto Helg, presidente della Camera di Commercio di Palermo, vicepresidente della Gesap, beccato

nelle vesti di estortore, sullo sfondo dell’aeroporto dedicato a Falcone e Borsellino. Il salmo legalitario
cantilenato dalla stessa bocca che mastica una tangente. Avia raggiuni don Mariano Arena quando
narrava del suo essere onestamente siciliano e onestamente mafioso: sotto il naso abbiamo appunto la
bocca. Per mangiare più che per parlare. E per chi parla assai, c’è il filo di ferro.

Appena dietro, nel corteo dei suoi paradossi atroci e ordinari, imbullonata alle sue poltrone,
segue l’antimafia che si è fatta potere, non necessariamente reato, per restare a galla. E che resiste,
appiccicata ai suoi trucchi, nonostante il progressivo scolorirsi delle maschere che indossa, nonostante la
svelata pervicacia con cui finge di rappresentare la speranza che non alimenta più.

Resiste la mascherata dell’antimafia declinata in politica, da Palazzo d’Orleans a scendere, con
un presidente della Regione che, nel nome della sua presa della Bastiglia, sta spargendo sale sulle ferite
di una terra piagata. Al detto di chi osa muovere appunti, segue l’immancabile contraddetto crocettiano:
se io sono il rivoluzionario, tu che mi attacchi sei un colluso, un aficionado delle cosche, un cuffariano di
riporto, un lombardiano di seconda generazione. Ed è talmente penetrante l’icona del giustiziere che
perfino i malcapitati destinatari dell’anatema si frugano le tasche, per vedere se – chissà – sia rimasta
impigliata nella stoffa la buccia ammuffita di un cannolo.

C’è l’antimafia dei paraventi e dei cognomi, che Lucia Borsellino non ha mai sfruttato per sé,
ma di cui è rimasta prigioniera. Se Lucia si fosse chiamata in un altro modo, oggi sarebbe libera di
ricevere le critiche che merita per la sua gestione della Sanità siciliana. Potrebbe finalmente rassegnare le
dimissioni, o controbattere con la forza dei suoi argomenti al mormorio di addebiti che accerchiano
l’assessorato. Invece ogni sussulto di dignità boccheggia, impastoiato nella palude della santificazione che
immobilizza, nel paravento fornito alla nudità dei regnanti. Un cognome magnifico e onorato si è
trasformato in gabbia del coraggio e del pensiero, mentre accorti venditori di fumo sfruttano il marketing
del martirio, per interposta figlia.

C’è l’antimafia giornalistica, di firme che da anni svolazzano intorno allo stesso scoop – che
non è mai stato tale – ottenendo contratti importanti, perché il cronista-eroe compone sempre un bel
vendersi nella vetrina di un giornale.

C’è l’antimafia della commedia dell’arte trattativista, il canovaccio di un dibattimento che va
essiccandosi nelle sue sedi deputate, nelle aule della giustizia, eppure viene mediaticamente
gonfiato. Si trascrivono i sussurri, i sospiri, le occhiate, tralasciando le carte. Poi, quando un intellettuale,
per giunta di sinistra, come il professore Fiandaca, si permette di azzerare a lume di diritto i presupposti
giuridici del processo, cioè il processo stesso, si alza in coro la protesta dei sepolcri imbiancati. Come vi
permettete di irrompere sul più bello, sulla scena degli illusionisti, con l’arroganza della verità?
C’è l’antimafia cannibale che divora se stessa. Dietro gli spettri delle vecchie bandiere si
combatte al coltello per un posto al sole. Manifestarsi riconoscibili come antimafiosi chic – più
antimafiosi dei vicini di legalità – significa acquisire visibilità, incarichi; governare un campo vastissimo di
influenze e patrimoni. Sui vessilli ridotti a brandelli è proliferato un miscuglio associazionista di sigle e
singolari personaggi che conservano la foto di Falcone e Borsellino nel portafoglio. E’ pericolosissimo
criticarli questi manager della palingenesi. Se colpiti, sanno come muoversi. Sanno cosa fare. Antonello
Montante, presidente di Confindustria sotto inchiesta, è l’emblema dell’antimafia che si auto-cannibalizza,
che distribuisce patenti, che organizza il consenso intorno alla sua buona novella; per finire nel medesimo
tritacarne, in un baluginare di lame, mezze verità e oscuri pentiti.

C’è, infine, l’antimafia di freschissima generazione che ricorre al consanguineo del boss. Sia
detto con la massima considerazione per la buonafede di chi la sostiene e per la scelta di Giuseppe
Cimarosa, nipote di Messina Denaro, che ha rinnegato lo zio e può rivendicare il valore della rottura con
l’ascendente criminale della sua famiglia. Però, tutto quel trascinarsi da un teatrino all’altro, da un talk-
show all’altro, da un entusiastico accorrere all’altro, espone anche lui all’ombra di un sospetto. Si avverte
l’odorino dell’ennesima tavola apparecchiata. Si sente il fruscio della pagina che si riapre, per rinnovare il
catalogo antimafioso.

Tutte queste antimafie – qui catalogate e sommariamente definite – appaiono diverse, perché
battono strade differenti. Ma – tutte insieme – condividono le sfumature dell’unica finzione, dell’impostura
del potere che ha preso il sopravvento sulla genuinità della speranza. Così, l’antimafia dei finti si specchia
nel suo opposto: nella disillusione di chi ci aveva creduto ed è stato sconfitto. Così si riflette nell’antimafia
dei vinti e delle bocche cucite.

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