QUANDO PARLI DI CAMORRA ,DI TRAFFICI E DI INVESTIMENTI OSCURI ,GAETA RAPPRESENTA SEMPRE UN GROSSO “BUCO NERO”:”NUN SACCIU NIENT'” TI RISPONDE LA GENTE.NESSUNO SA ,NESSUNO PARLA.UN’OMERTA’ ASSOLUTA ED INTANTO LA CAMORRA LA FA DA PADRONA-CROCEVIA DI GRANDI AFFARI ,DI GRANDI INVESTIMENTI E DI “PATTI” CHE SAREBBERO STATI STIPULATI FRA CAMORRA E PEZZI DEVIATI DELLO STATO,GAETA E TUTTO IL SUO CIRCONDARIO –FORMIA,FONDI,SPERLONGA,ITRI ECC—SEMBRANO RAPPRESENTARE UNA SORTA DI “ZONA FRANCA “ PER LA CAMORRA

Gaeta – LE NAVI DI ILARIA ALPI, LE ARMI, I CASALESI

gaeta panoramica icoGAETA (LATINA) – Bisogna salire su una collina per capirla questa città. Un golfo così grande è raro vederlo: sulla destra la base Usa – o quel che ne rimane – proprio a fianco alla scuola nautica della Guardia di finanza. E poi, sulla sinistra, verso Formia, il nuovo porto, con le navi cargo che caricano i rottami ferrosi arrivati dal sud, dalla Terra di lavoro, la provincia di Caserta che sfiora il sud pontino.

È Gaeta, città antica, marinara per vocazione. Crocevia di tanti destini, interpretati da nomi di navi esotici e impronunziabili.

Il golfo di Gaeta (foto Ardd Gaeta)

Il golfo di Gaeta (foto Ardd Gaeta)

Se scendi verso la città trovi l’anima più antica. Dal vecchio porto le stradine salgono verso il Duomo, nel dedalo di vicoli e profumi della Tiella, la torta rustica tipica della zona. Carmine Schiavone da Casal di Principe saliva spesso da queste parti. A Formia – appena quattro chilometri – fin dagli anni ’80 abitano i Bardellino, la famiglia del capostipite Antonio. Prima di essere ucciso in Brasile – nel maggio del 1988 – era lui il capo indiscusso del cartello dei Casalesi. «C’è una stradina proprio dove c’era il porto – racconta – e qui c’era un locale, lo chiamavamo “‘a chiavatoia”, tanto per essere chiari». Un bordello, per chi non frequenta quel dialetto.

«Era uno dei luoghi controllati dal nostro uomo nel sud pontino, Gennaro De Angelis, che ufficialmente aveva delle concessionarie, tra la provincia di Latina e quella di Frosinone», spiega stringendo gli occhi, cercando la precisione, arma di salvezza per ogni collaboratore di giustizia.

La motonave 21 Oktobar II della Shifco (veritaprivatadelmobyprince.com)

La motonave 21 Oktobar II della Shifco (veritaprivatadelmobyprince.com)

Un nome, quello di De Angelis, ben noto all’antimafia, fin dal marzo del 1996, quando Schiavone – collaboratore dal 1993 – aveva raccontato per ore la geografia criminale della provincia di Latina ai carabinieri guidati dall’allora capitano Vittorio Tomasone, poi passato negli anni scorsi ai vertici dell’arma. Aggiunge però qualcos’altro Schiavone: «Quel locale era frequentato dai somali e da gente dei servizi». Occorre un passo indietro.

TUTTE LE NAVI DI ILARIA

Gaeta era la base di partenza delle navi della compagnia somala Shifco, società creata negli anni ’80 con i soldi della cooperazione italiana. Nel 1993 aveva stretto un accordo con la Panapesca colosso del pesce congelato con sede operativa nel sud pontino; secondo alcune fonti consultate da Left, già da anni, però, esisteva un accordo di fatto: «I somali giravano a Gaeta con la borsa piena di timbri, pronti a firmare le autorizzazioni necessarie», racconta un operatore portuale che chiedono l’anonimato.

Di quella compagnia italo-somala si stava interessando Ilaria Alpi durante il suo ultimo viaggio in Somalia, qualche giorno prima dell’agguato del 20 marzo 1994, dove morì insieme a Miran Hrovatin. Molto probabilmente era questa l’inchiesta che l’aveva portata a Bosaso, nell’ex Migiurtina italiana. Il 4 marzo del 1994 – ovvero dieci giorni prima del suo arrivo nel nord della Somalia – uno dei pescherecci costruiti dalla cooperazione italiana e gestiti dalla Shifco, la Faraax Omar, era stato sequestrato dai pirati migiurtini.

L'ultima intervista di Ilaria Alpi al sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor

L’ultima intervista di Ilaria Alpi al sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Bogor

Ilaria, nella sua intervista al Bogor di Bosaso, cercava di capire meglio il vero ruolo della Shifco, scontrandosi con risposte evasive. O allusive: «Lei è del Sismi?», chiede ad un certo punto, sorridendo, il Bogor. Una sigla citata non a caso: secondo la newsletter “Indian Ocean” i servizi italiani in quel momento si stavano occupando del caso. Una circostanza mai confermata dall’intelligence militare. Somali e servizi segreti, ricorda oggi Carmine Schiavone, parlando di Gaeta. Un’alleanza decisamente curiosa.

I PORTI, LE ARMI, I CASALESI

«Sono sicuro che anche da Gaeta partissero le armi e i rifiuti, proprio in quel periodo», prosegue nel racconto Carmine Schiavone. Nei locali vicino al porto – ricorda – i somali parlavano. E i suoi uomini ascoltavano. Per poi riferire a Casal di Principe, la capitale del cartello comandato da Francesco “Sandokan” Schiavone. «Così avveniva a Napoli – prosegue l’ex collaboratore di giustizia – dove le navi che portavano il cemento sfuso della nostra società Eurocem e ripartivano cariche di armi, verso i paesi del nord Africa e del Medio Oriente». Organizzate da chi? «Non da noi, ma dai servizi di sicurezza». Parole che dovranno essere confermate dalle inchieste della magistratura, se mai ve ne saranno, visto il tempo passato. In ogni caso fino ad oggi Schiavone è stato ritenuto un collaboratore «attendibile e di alto profilo», come hanno attestato nel 2010 i magistrati antimafia in un rapporto.

Il trafficante d'armi Monser Al Kassar

Il trafficante d’armi Monser Al Kassar

L’utilizzo delle navi gestite dalla Shifco per il trasporto delle armi trova un importante riscontro nei documenti delle Nazioni unite, che dal 1992 monitorano i commerci di armamenti verso la Somalia, paese otto embargo Onu. Nel rapporto divulgato il 25 marzo del 2003 gli analisti delle Nazioni unite riportano il caso di un trasporto clandestino di armi, avvenuto nel 1992, attraverso un trasbordo – avvenuto al largo delle coste somale – che sarebbe stato garantito «apparentemente da un peschereccio della compagnia Shifco», verso il porto di Adale. Il direttore della società italo-somala Farah Munye – sentito dagli esperti – aveva però negato ogni coinvolgimento. L’organizzatore del traffico – secondo il rapporto – era Monzer al-Kassar, noto broker di armi, arrestato nel 2008 dalla Dea. E proprio nel 1992 dalla comunità somala di Roma sarebbe partito un bonifico di 500 mila dollari diretto ad al-Kassar, come documenta un documento declassifica del Sismi, depositato nei fascicoli di un’inchiesta della procura di Torre Annunziata.

I porti da dove partivano le armi – e i rifiuti, sottolinea Carmine Schiavone – non erano solo Gaeta e Napoli. «A Trapani c’era una collaborazione tra Cosa nostra e i servizi – racconta l’ex cassiere dei Casalesi – come mi raccontava in carcere un boss di Mazara del Vallo». Anche in questo caso il suo racconto è “de relato”, ma probabilmente attendibile, visto lo stretto rapporto esistente tra il clan casertano e Cosa Nostra. Un rapporto non solo di fiducia, ma di scambio di informazioni. Il caso Alpi è oggi sostanzialmente fermo dal punto di vista giudiziario. L’unico approfondimento su Gaeta e il traffico d’armi risale al 1995-1996. Tutto, allora, venne archiviato e nessuno chiese a Carmine Schiavone chi fossero i veri padroni del porto. E cosa finisse in quelle navi spedite verso la Somalia.

Il collaboratore di giustizia Carmine Schiavone

Fonte : Andrea Palladino – toxicleaks.org

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