Quando noi diciamo che la colpa di tutto non é tanto dei protagonisti di certi fatti e comportamenti quanto,soprattutto,dei cittadini che li votano.Dice un vecchio detto “Vi é piaciuta la bicicletta ed ora pedalate e non vi lamentate”.

Cesaro, il mistero del fascicolo scomparso 

L’inchiesta 

Cesaro, il mistero del fascicolo scomparso 

Nel 1984 il deputato forzista incontra il luogotenente di Cutolo. E venti anni dopo è al summit con i casalesCorrieredelMezzogiorno 

L’inchiesta 

Cesaro, il mistero del fascicolo scomparso 

Nel 1984 il deputato forzista incontra il luogotenente di Cutolo. E venti anni dopo è al summit con i casalesi 

 

Luigi Cesaro con il giornalista Claudio Pappaianni durante un’intervista per la trasmissione «Servizio Pubblico»Luigi Cesaro con il giornalista Claudio Pappaianni durante un’intervista per la trasmissione «Servizio Pubblico»

«Ma che sta succedenn?» chiede divertita la vecchietta seduta su una panchina del centro di Napoli. Pensa di trovarsi nel mezzo di una gag, una scena improvvisata di una fiction prodotta all’ombra del Vesuvio.
«Lei è uno scostumato!», urla il protagonista inseguito da una telecamera, un fonico e un giornalista. Non è finzione. Quello che sembra un attore consumato, avvolto nel suo cappotto di cachemire blu, è un politico di primo piano con all’attivo un arresto per rapporti con la camorra di Raffaele Cutolo. È Luigi Cesaro, deputato ed ex presidente della Provincia di Napoli, fedelissimo di Silvio Berlusconi. «Lei la deve smettere, io sono stato assolto in Cassazione perché il fatto non sussiste», sbraita proprio passando davanti all’anziana e inconsapevole spettatrice. Sono giorni tesi, quelli, in cui il partito del Cavaliere aveva deciso — per volere dell’attuale ministro degli Interni del Governo Renzi, Angelino Alfano — di non candidare Nicola Cosentino. Impresentabile, l’ex sottosegretario all’economia oggi in carcere, per quella allora doppia richiesta di arresto per i suoi presunti legami col clan dei Casalesi. Ma che in quelle ore, un’altra richiesta pendesse sul capo di Luigi Cesaro, era il segreto di Pulcinella: a via dell’Umiltà a Roma, come tra i fedelissimi del Cavaliere a Napoli. 
 

Luigi Cesaro a una manifestazione per la sua candidatura alla Provincia di Napoli, presente lo stato maggiore del Pdl Luigi Cesaro a una manifestazione per la sua candidatura alla Provincia di Napoli, presente lo stato maggiore del Pdl 

Oltre un anno prima, la Procura aveva inoltrato la richiesta all’ufficio gip del Tribunale di Napoli: se in quel lasso di tempo il magistrato incaricato avesse deciso, ieri forse non ci sarebbe stato bisogno di inoltrare gli atti alla Camera dei Deputati. Non è andata così: ci son voluti altri sedici mesi, prima del provvedimento. Il “postino”Quando Cesaro quel giorno vide la telecamera, cercò subito di deviare strada e discorso: in fondo, non ha mai avuto un buon rapporto con la televisione, pronta a immortalare le sue improbabili doti da oratore mancato. Usciva dalla sede della Provincia di Napoli, a piazza Matteotti, da quello che era stato il suo quartier generale fino a pochi mesi prima. Conquistato con un plebiscito di voti, contro l’ex ministro Luigi Nicolais, sul quale il centrosinistra aveva riposto le sue speranze. Da un lato uno scienziato, dall’altro l’uomo che evitava comizi e incontri pubblici per evitare brutte figure: Napoli, la sua provincia, scelsero il secondo, ai più noto come Giggino ’a Purpetta. E insieme agli elettori, anche politici, imprenditori, Prefetti, professionisti, accademici, pure giornalisti: tutti con lui, senza imbarazzi. Nonostante le prime pesanti accuse nei suoi riguardi di un pentito, Gaetano Vassallo, fossero già finite sui giornali. Parte di quelle contemplate nell’ordinanza notificata ieri a Montecitorio. Accompagnato dal suo ex vicepresidente, Antonio Pentangelo, che ne aveva ereditato ruolo e poteri senza essere stato eletto, Cesaro prova a respingere le accuse: «I rapporti con Cutolo? Ho chiarito tutto», dice. Ignora, in quelle ore, che don Raffaele Cutolo, il fondatore della Nuova camorra organizzata, lo abbia tirato in ballo: «Questo ora è uno importantissimo» dice il boss alla nipote, durante un colloquio intercettato in carcere. «Io non ci ho mai mandato nessuno ma è stato il mio avvocato e mi deve tanto», dice don Raffae’ a proposito di Cesaro, del quale scandisce bene il cognome. «Faceva il mio autista, figurati», chiosa il boss. Accuse respinte con forza dal parlamentare, che tuttavia quel giorno non chiarisce del tutto quei rapporti ravvicinati del terzo tipo con la Nco. La sentenza firmata da Corrado Carnevale, passato alla storia come “giudice ammazzasentenze”, lo assolve «perché il fatto non sussiste», dopo una condanna in primo grado a 5 anni e assoluzione «per insufficienza di prove» in Appello. Ma non cancella i dubbi dei suoi incontri con Rosetta Cutolo, sorella del boss, allora latitante, e quelli con il reggente del clan durante la detenzione all’Asinara di don Raffae’. Quel Pasquale Scotti, Pasqualino ‘o collier, che ancora oggi resta il più longevo latitante nella lista dei ricercati del Viminale. Cesaro giustifica quegli incontri perché, dice, vessato dalle richieste del clan: «Ero vittima di estorsione», si difende. Non va dai Carabinieri, però, nonostante i suoi buoni uffici con ufficiali dell’Arma. Si rivolge a Rosetta Cutolo, che gli affida una lettera da far arrivare a Scotti. La lettera viene consegnata e, grazie a quel messaggio, Scotti entra in contatto direttamente con Cutolo, chiuso in un carcere di massima sicurezza. Non dovrebbe avere contatti con l’esterno, il boss, tanto meno con il regista della stagione stragista del suo clan. I fatti dimostrano il contrario. E Cesaro, probabilmente in modo inconsapevole, fa da “postino” in quella che appare come un’altra “trattativa” tra Cutolo e pezzi dello Stato. Che nessuno ha mai chiarito.Deja vu«Non è un “politico-camorrista” ma un “camorrista-politico”, perché solo una persona che ha una caratura camorristica può incontrarsi con un personaggio di spicco della camorra come Guida Luigi, detto ’o Drink, che a quel tempo, da latitante, era il massimo esponente del gruppo Bidognetti», ha raccontato ai magistrati Gaetano Vassallo, uno dei due pentiti che accusa Cesaro. Sassi, non parole. Macigni. Negli atti del procedimento a carico del parlamentare e dei suoi fratelli, i Cesaros, viene descritto l’incontro tra lui e Luigi Guida. Non uno qualunque: il reggente della fazione Bidognetti dell’allora potente cartello dei Casalesi. Stavolta si parla di affari. Senza missive, in maniera diretta: una tangente del 10 per cento da riconoscere alla camorra che ha fatto aggiudicare un appalto pubblico alla famiglia del politico. 

Accuse che, se confermate, darebbero un significato diverso anche a quella vicenda passata, per quanto penalmente archiviata. E che rafforzano quel concetto espresso appena una settimana fa dal pm Antonello Ardituro, uno dei titolari dell’inchiesta sui Cesaros, durante la sua dura requisitoria al cosiddetto “Processo Fabozzi”: «Il sistema di Gomorra non è quello che si regge sui Casalesi. È quello della corruzione della gestione della cosa pubblica e dell’economia. In questo sistema c’è innanzitutto la politica, poi vengono la camorra e l’impresa». Che, in alcuni casi, sono un tutt’uno indistinto

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