Quando la Banda della Magliana dettava legge nella città eterna

Quando la Banda della Magliana dettava legge nella città eterna

La pentita, poi nuovamente coinvolta in indagini giudiziarie, Fabiola Moretti, ex convivente di Danilo Abbruciati, uomo di vertice della Banda della Magliana, ricorda l’ascesa e la strategia dei Casamonica: «Stavano vicino a chi comandava perché quando c’è un divo, non può esserci un altro divo»

A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

07 aprile 2021

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Dopo la serie sull’omicidio di Mario Francese, quella sul patto tra Cosa Nostra e i colletti bianchi e quella sulla seconda guerra di mafia, si passa adesso al racconto dei Casamonica.

La pentita, poi nuovamente coinvolta in indagini giudiziarie, Fabiola Moretti, ex convivente di Danilo Abbruciati, uomo di vertice della Banda della Magliana, non ha voglia di fare interviste, ma due parole sui Casamonica vuole dirle: «Sono tutti amici miei, li conosco tutti. Ora sembra che i Casamonica sono tutti cattivi, non esiste una capocciata mafiosa, io ne ho date tremila. Io vengo li e mi faccio rispettare». Ma nessuno si azzardi a fare un paragone tra Casamonica e Banda della Magliana: «Non c’è più la Banda, qualcuno deve fare qualcosa. Roma è piatto ricco, mi ci ficco. Quando non corrono i cavalli, corrono pure i somari. I Casamonica non hanno un Giuseppucci (Franco Giuseppucci, figura criminale di primo piano della Banda della Magliana, n.d.a.). Esistevano negli anni nostri, erano usurai, con noi si comportavano bene. I Casamonica sono ovunque. Quando c’era la Banda, pero, controllavamo noi». E loro? «Se ne stavano per cavoli loro, bravi ragazzi, rispettati. Facevano truffe, vendevano macchine. Non rompono le palle, hanno la loro cultura.»

«I Casamonica vengono deportati a Roma durante il fascismo, una periodizzazione che mi è stata riferita da un loro avvocato» mi spiega il magistrato del Tribunale di Roma Guglielmo Muntoni. In realtà altre fonti riferiscono successivo l’arrivo, ma riportiamo questa ipotesi anche perché inquadra l’eterogeneità delle famiglie. Quando arrivano a Roma dall’Abruzzo, dal Molise, negli anni cinquanta, si piazzano sui terreni comunali, poi iniziano a costruire. Pezzo per pezzo, palmo a palmo, tirano su stalle, cortili, case, ville. E una groviera di edilizia abusiva che ridefinisce le periferie e le trasforma in un serpentone di cemento senza controllo, senza pianificazione, senza legge. Così i Casamonica hanno messo su dimore regali occupando strade, divorando marciapiedi, sottraendo terreni anche a privati. Giostre e, soprattutto, cavalli richiedevano spazi larghi come solo Roma sud poteva offrire, e poi Cinecittà per dare sfoggio di antica arte sinti: la danza, il ballo, la persuasione.

PER I GIUDICI NON C’È MAI STATA MAFIA A ROMA

Fabiola Moretti, che non vuole fare interviste, ma vuole precisare alcuni concetti, ricorda l’ascesa e la strategia: «Stavano vicino a chi comandava perché quando c’è un divo, non può esserci un altro divo». Nella mielosa celebrazione della Banda, Moretti ridimensiona i Casamonica che, però, sono rimasti tutti lì anche senza essere divi. Capaci di stare vicino a chi comanda, passando per inferiori perché zingari, ma non abbassando la testa mai e resistendo alle tempeste – poche – giudiziarie e agli assetti criminali cangianti. Sono diventati grandi nella città che ha allevato le batterie riunitesi nella Banda della Magliana, cresciuta con il traffico di stupefacenti, il controllo di bische, locali notturni, scommesse clandestine negli ippodromi e in rapporti costanti con le altre mafie e con pezzi dei servizi segreti e della destra eversiva. Battezzata dalla camorra cutoliana, l’organizzazione, però, non ha mai subito la condanna per associazione mafiosa.

A Roma, per la giustizia, la Banda della Magliana non è mai stata mafia. Un dato che è stato una garanzia per le altre organizzazioni presenti a Roma, di importanza primaria.

Senza un pronunciamento per associazione mafiosa, infatti, le conseguenze sono state l’assenza di un riferimento giuridico in grado di rappresentare un porto, un approdo nelle successive inchieste sulle altre mafie autoctone e non, radicate nel territorio, proprio come i Casamonica. Ma perché non è stata mafia la Banda? Perché, secondo i giudici, a Roma non c’era paura.

Precisamente «non risulta realistico il riferimento a una presunta paura diffusa nella città di Roma, paura di fatto mai constatata in maniera ufficiale, né mai presa in considerazione dalle istituzioni cittadine». Assoggettamento e omertà dovuti alla forza di intimidazione sono rimasti senza sostanza, senza motivazioni, senza costrutto. I fatti di sangue, la violenza erano interni alle organizzazioni, per dirla volgarmente “si sparavano e ammazzavano tra di loro”. E anche successivamente, quando si cerca di etichettare come associazione mafiosa le diverse componenti orbitanti nella galassia della Banda, il tentativo fallisce.

Accade nel 2003. Contro i Casamonica scatta un’inchiesta, di quelle definite operazioni finali, chiamata Gipsy, condotta dalla Direzione investigativa antimafia. La Procura di Roma dispone misure patrimoniali e personali contro quarantanove appartenenti al clan «una vera e propria holding del crimine che, avvalendosi degli strumenti tipici delle organizzazioni malavitose, ha imperversato per decenni sul territorio della Capitale, seminando paura e insicurezza e accumulando indebite ricchezze sottratte al libero giuoco dell’economia legale».

Eppure, tranne alcune misure, diverse – come vedremo, anche a carico di soggetti poi di nuovi inquisiti – vengono respinte. Il Tribunale casserà ogni evocazione alla criminalità organizzata.

Di associazione mafiosa neanche a parlarne, crollano misure personali e patrimoniali suscitando il legittimo entusiasmo della famiglia.

AMICIZIE CRIMINALI

Oltre il caso Gipsy, e lunga la scia di procedimenti incompiuti, poi oggetto di revisione in sede giudiziaria che hanno derubricato le iniziali contestazioni cosi da trasformare le associazioni criminali autoctone in scorribande di singoli. Tutto, però, era iniziato con la famosa e citata sentenza sulla Banda della Magliana. Storie, personaggi e racconti che si incrociano.

Proprio gli uomini implicati nei processi alla Banda, infatti, sono stati un riferimento per gli “zingari” che volevano fare il grande salto. Uno in particolare. Lo racconta Fabiola Moretti: «Tutti erano amici. Enrico Nicoletti quando si allontana da noi, inizia a rapportarsi con i napoletani e poi con i Casamonica, anche con Vittorio». Enrico Nicoletti, condannato in via definitiva per associazione a delinquere e usura, mai condannato per mafia, alleva “i zingaracci”, quelli del mondo di sotto, abituati a menare cazzotti, con la passione per i cavalli e il pugilato. E di Nicoletti si ricordano, nella monumentale documentazione giudiziaria, i suoi trascorsi e contatti con la malavita romana, come quelli con lo zingaro Vittorio Casamonica. E non solo.

Come vedremo, sulla strada dell’affermazione del potere, per i Casamonica Nicoletti e un personaggio centrale. Da lui prendevano i clienti indebitati e si preoccupavano di metterli a profitto. Come? E abbastanza semplice immaginarlo. I Casamonica si occupavano del recupero credito. Gli zingaracci prestavano soldi a imprenditori in difficoltà, ma soprattutto all’inizio recuperavano il denaro da chi era finito nella rete dei cravattari, che aveva in Nicoletti un riferimento, un porto sicuro.

E cosi i Casamonica, in questa città aperta e comprensiva, dove la paura e effimera, l’omertà assente, sono rimasti vicini a chi comanda e in rapporto paritario con altre organizzazioni criminali. E mai hanno avuto paura. Una volta, si vantano tra di loro, i calabresi salirono a Roma per venire a chiedere a un vecchio amico di saldare un conto. Salirono, armati, e decisi. Il vecchio amico gli fece trovare trecento zingari schierati. I calabresi presero armi e bagagli e tornarono in Calabria. Racconti dalla città eterna. I Casamonica sono così. In buoni rapporti con tutti, ma guai a sfidare loro o i loro amici. Il boss Giuseppe, uno dei Casamonica più rappresentativi, ora rinchiuso al carcere duro, lo chiarisce bene al telefono, parlando di una banda che si era messa di traverso: «Agli albanesi gli abbiamo rotto le ossa e li abbiamo mandati via, se non mi credi a me puoi domanda’ in zona».

[…]

I Casamonica sono, nella città che accoglie chiunque, diventati romani. Roma e anche la croce, la cristianità. E i Casamonica hanno fatto buon viso a cattivo gioco mantenendo rapporti speciali, ottimi con i pastori di Santa Romana Chiesa. I preti a casa loro non mancano mai e, disponibili, celebrano messa durante le feste della famiglia, battesimi, matrimoni con rito rom e

benedicono i parenti che vanno al Creatore.

Qui nella città eterna, dove tutto si mischia e si confonde. Romani a modo loro. Con la romanità hanno trovato merce di scambio, mutua assistenza, reciproco rispetto, hanno cominciato a tifare le squadre della capitale, vanno allo stadio, parlano romanesco, frequentano i locali, conoscono politici, medici, imprenditori, avvocati, perfino, magistrati. Hanno combinato la

violenza, quando necessaria o desiderata, all’astuzia, una delle doti, dei tratti distintivi della casata. «A Roma semo i più forti» si dicono al telefono. Il boss Giuseppe rassicura un interlocutore: «Se ci siamo noi, non avranno problemi di nessun genere… Andò stiamo noi nessuno viene mai a rompere il cazzo. Tu quando dici Casamonica, a Roma, hai detto qualcosa. La gente a noi ci conosce tutta. Siamo sei milioni, e sei milioni di persone ci conoscono».

La loro profonda identità è stata “inquinata” dalla romanità che tutto avviluppa. Sono entrati in sintonia profonda con la città, pattinano amabilmente nel fiume eterno coltivando rapporti, pagando oboli, tessendo alleanze. E con la romanità di pari grado hanno trovato somiglianze, passioni comuni, condivisione.

Il Rolex come uno stemma da esibire nei quartieri abusivi della periferia sud-est, tra criminali, ma marchio anche nei circoli, ai Parioli, simbolo di una salottiera e trivia romanità, ostentazione certo, ma anche “immarcescibile” moneta di scambio cosi come le auto e le concessionarie. Come pratichi usura, estorsione, scambio di denaro e lavaggio di soldi sporchi, se non hai un parco auto esposto, in vendita, se non hai una concessionaria?

E questa saga inizia proprio da una concessionaria e neanche, quando il re muore, possono mancare le auto di lusso, la mitica Rolls Royce.

Testi tratti dal libro di Nello Trocchia “Casamonica. Viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma”. Testi, nomi e processi sono riportati nella serie del blog Mafie così come presentati nel libro, aggiornati dunque al 2019.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

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