PROTEZIONE PER VIP – MI FACCIO LA SCORTA

Sull’onda dell’aspro dibattito seguito alle dichiarazioni del capo della Mobile partenopea per la protezione assegnata allo scrittore coraggio Roberto Saviano, tracciamo una panoramica del fenomeno scorta. Con una serie di scoperte e rivelazioni inedite che riguardano personaggi simbolo, miti del panorama nazionale, come Tano Grasso e Rosaria Capacchione.

Achi la scorta? A noi! Il grido proviene dai tanti vip che sempre piu’ numerosi accedono ai benefici della vigilanza armata non stop a spese dello Stato, quella famosa “vita blindata” che li fa sentire tanto eroi, oltre ad attribuire loro uno status pressoche’ unico in seno alla societa’ e ed agli assetti istituzionali.
Ma quanti sono davvero, fra i molti “protetti” da leggendari angeli custodi in nome della legge, a poter tranquillamente, in realta’, fare a meno di quell’immaginifico sistema di scorta? E non saranno, magari, proprio coloro che se la prendono sempre con “la scorta degli altri”? Il riferimento, tanto per calarci subito nel caso concreto, e’ alle recenti dichiarazioni rilasciate alle agenzie da un uomo simbolo della “scorta a vita”, lui, l’ex commissario nazionale antiracket Tano Grasso. Ma, come vedremo, non solo lui.
La polemica risale ad appena un paio di settimane fa, quando il capo della squadra mobile partenopea Vittorio Pisani rivela di aver dato parere negativo allorche’ si tratto’ di assegnare la protezione allo scrittore Roberto Saviano. Grasso non perde tempo e rilancia subito: caro Roberto, attento ai rischi del Gomorrismo. E niente attacchi personali ai boss. Tradotto: se proprio vuoi essere un eroe dell’antimafia, con tanto di protezione a spese dello Stato, vieni a scuola da noi, ti spieghiamo come si fa. Lo sa bene lui, Grasso, che di quella «grave limitazione della propria liberta’» («ma ci si abitua e, diro’ di piu’, a volte si ha anche il dovere di pagare questo prezzo», scandisce) non riesce piu’ a fare a meno fin dal lontano 1991.
Quasi settemila uomini armati di mitra e giubbotti antiproiettile, centinaia di auto blindate (costo medio per ognuna, 130 mila euro), postazioni fisse sotto casa del “protetto” con turni a rotazione giorno-notte per pattuglie da 10-15 agenti. Ed una polemica sommersa che non manca di riesplodere, ogni tanto, sulle tutele sottratte a magistrati di prima linea (ultima in ordine di tempo quella scoppiata a giugno dopo la cancellazione della scorta al giudice Antonio Lo Voi, l’uomo che aveva indagato sul boss Toto’ Riina), ma mai messe in discussione per vip della politica o professionisti (magari solo sulla carta) dell’antimafia. «Uno status symbol – dice fra i denti un agente di scorta di lungo corso – al quale non rinuncerebbero piu’ per niente al mondo».
E se sul mantenimento degli agenti che vigilano sull’incolumita’ di Roberto Saviano si sono levate le voci piu’ autorevoli del panorama investigativo di contrasto ai Casalesi (in primis l’attuale procuratore capo di Salerno Franco Roberti, per anni alla guida delle indagini che hanno decapitato il clan), qualche notizia inedita su altri beneficiari che oggi puntano il dito verso l’autore di Gomorra, potra’ forse risultare utile.

TANO DA MORIRE
Cinquantuno anni appena compiuti, «piccolo commerciante di scarpe nella natia Capo d’Orlando», come ama ricordare nelle numerose autobiografie, a fine anni ‘80 fonda un’associazione di commercianti per dire no al pizzo. E da allora parte la sua escalation. Il momento e’ quello giusto: prima l’assassinio di Libero Grassi (agosto ‘91), poi subito dopo le stragi del ‘92, con Tano gia’ in prima fila per farsi intervistare ai funerali di Giovanni Falcone. Quello stesso anno entra per la prima volta col Pds in parlamento, dove va subito a sedere nella commissione antimafia. Riconfermato nel ‘94, cinque anni dopo viene nominato al vertice del nuovo Commissariato di governo antiracket, la struttura annessa al dicastero dell’Interno. Nel 2001, sostituito a sorpresa dal prefetto Rino Monaco su disposizione dell’allora ministro Claudio Scajola, Tano Grasso esce dal Viminale sbattendo la porta. Ma rientra dalla finestra come presidente del Fai, Federazione delle Associazioni Antiracket, che ha un posto di primo piano nello stesso Commissariato quale rappresentante del Comitato di Solidarieta’ alle vittime.
Nel frattempo si da’ da fare come consulente del Comune di Napoli per la lotta alle estorsioni (incarico che riveste fin dall’inizio del primo mandato di Rosa Russo Jervolino) e di Roma, al tempo dei sindaci Francesco Rutelli e poi Walter Veltroni. A Napoli i risultati, per stessa ammissione di Grasso, dopo dieci anni, non si possono considerare eccellenti. L’ultimo rapporto reso dal super consulente («ricevo un appannaggio di appena 52.000 euro l’anno lordi», ha precisato recentemente, sorvolando sulle spese di hotel, trasporti etc.) risale al 2006 e parla di appena 227 utenti per lo Sportello antiusura di San Giovanni a Teduccio, 79 utenti a Fuorigrotta (Sportello aperto nel 2004) e 21 contatti in un anno alla Sanita’. Il totale delle denunce per usura presentate attraverso le strutture create da Grasso a Napoli, nel 2005, e’ stato di sole 65. Su una popolazione di quasi 3 milioni di abitanti, fra citta’ e hinterland.
Ancor piu’ disastrosa la situazione nella capitale dove, secondo il rapporto 2008 del Cnel, a fronte dei 26 mila commercianti taglieggiati, per un giro d’affari di 2,3 milioni di euro, nel 2007 sono state presentate appena 17 denunce.
Il 21 giugno 2008 l’annuncio ufficiale: Tano Grasso lascia la presidenza onoraria del Fai («ci sono momenti – dichiara con un groppo in gola al Corriere della Sera – in cui e’ bene ritirarsi dalla prima linea. Mi impegnero’ dalle retrovie»). Anzi no. Ci ripensa. Resta e va a sedere nel direttivo nazionale. E continua a girare in lungo e in largo il Paese al fianco dell’attuale Commissario nazionale antiracket Giosue’ Marino (che ha preso il posto del gavianeo Raffaele Lauro) in veste di “presidente del Fai”, come riportato nei comunicati stampa del Viminale.

CROCE E GULIZIA
Ma ad occupare veramente le ore e il sonno dell’uomo divenuto ormai un mito sono oggi gli esiti giudiziari delle querele e richieste di risarcimento danni in sede civile presentati da lui stesso e da altri vertici del Fai contro gli organi di stampa che avevano ripreso le dure e documentate denunce dell’imprenditore siculo-bresciano Giuseppe Gulizia. La bomba scoppia a fine 2007 con un servizio delle Iene a firma Luigi Pelazza. I nomi sono coperti dal solito “bip”, ma il quadro e’ chiaro: trasferitosi al nord, il piccolo imprenditore edile Gulizia riceve le “attenzioni” di una cosca siciliana. Dopo anni di soprusi e versamenti di denaro si decide a denunciare, manda in galera gli estorsori ed avanza richiesta al Comitato di solidarieta’ presso il Viminale per il risarcimento. Dopo l’erogazione della prima tranche ed in attesa della seconda, stando al racconto di Gulizia cominciano strani fenomeni. Una “manina” mette buste di droga nei bagni della sua nuova enoteca e le fiamme gialle eseguono, puntuali, il blitz. Giuseppe e’ nei guai. Per sbloccare la seconda tranche (il totale assegnato ammontava ad oltre due milioni di euro) un mediatore gli fa capire che deve pagare. E che una parte del denaro andra’ proprio a membri del Fai chiamati a decidere sull’erogazione. L’imprenditore non esita a dichiararsi «vittima del racket e dell’antiracket», «estorto due volte». Chiama le Iene e da li’ scatta subito l’arresto per il presunto mediatore.
Chi decide di dare ancor piu’ ampia voce a Giuseppe Gulizia e’ il giornalista d’inchiesta agrigentino Lelio Castaldo, autore del programma settimanale “Nuove opinioni” in onda sull’emittente locale Teleacras. Ancora una deflagrazione. Giuseppe e’ un fiume in piena. E fa un passaggio anche sulle escort che a suo dire doveva fornire, sempre a titolo di tangente, “a pezzi grossi dell’antiracket”, per serate allegre negli hotel della riviera romagnola. Un particolare, quest’ultimo, che pero’ non compare nella querela al calor bianco depositata da Tano Grasso alla caserma dei Carabinieri San Giuseppe di Napoli (la citta’ in cui ha ora la sua sede nazionale il Fai) per chiedere la punizione di Gulizia, Castaldo e della tv agrigentina, colpevoli – scrive – di diffamazione aggravata.
Raggiunto al telefono dalla Voce, Gulizia conferma punto per punto le accuse e sostiene di aver fornito alla magistratura che sta indagando sulla vicenda – il pm Fabio Salamone a Brescia, con una tranche per competenza a Roma – anche i nastri delle conversazioni che testimonierebbero l’autenticita’ dei fatti da lui raccontati. «Perche’ – chiede Gulizia – Tano Grasso e gli altri protagonisti di questa vicenda (i due vertici Fai Lino Busa’ e Mario Caniglia, accusati di aver preteso banconote racchiuse in bottiglie vuote di champagne per un totale di 15.000 euro ciascuno, ndr) hanno finora rifiutato il confronto diretto con me, che l’ho piu’ volte richiesto attraverso i miei avvocati?». Tuttavia, chi la dura la vince. Non dice altro, il tenace imprenditore, ma lascia intendere che «i miei avversari in aula hanno perso». E conclude trincerandosi in un «per ora non posso dire altro, ma a breve lo vedrete».
Chi invece si trova alle prese con una tempesta giudiziaria evidentemente piu’ grande di lui e’ Lelio Castaldo: «in seguito alla denuncia di Grasso – spiega – sono stato rinviato a giudizio, la prima udienza si terra’ a marzo del prossimo anno». E dovra’ vedersela anche con la richiesta in sede civile avanzata contro di lui da una funzionaria del Consap, l’ente deputato ad effettuare le erogazioni finanziarie alle vittime del racket, che sarebbe stata anche lei beneficiaria di alcune dazioni.
Altri strali targati Tano Grasso, Mario Caniglia e Giuseppe Scandurra (quest’ultimo e’ legale rappresentante del Fai), sono piovuti poi sul giornalista dell’Espresso Riccardo Bocca, autore di due esplosive inchieste sul caso Gulizia.
Mentre si attendono gli esiti della indagini su queste scabrose vicende («la nostra fiducia nella magistratura – dice Castaldo – deve restar forte, non si puo’ cedere alla tentazione di credere che esistano degli “intoccabili”»), val la pena di ricordare che la posta in ballo per il ristoro delle vittime di estorsione ed usura cresce vertiginosamente di anno in anno. Le somme deliberate in totale sono passate dai quasi 11 milioni di euro del 2005 ai 26 milioni e passa del 2007.

LE DONNE “SIMBOLO”
Due esponenti partenopee del gentil sesso, intanto, si contendono attualmente la scena (e la scorta) di quella societa’ civile impegnata nel fronte del contrasto alle mafie. La prima, braccio destro di Tano Grasso (al punto da far insediare a Napoli, nel centralissimo corso Umberto, la sede nazionale del Fai), e’ Silvana Fucito. Un nome, un mito. Mentre sale e scende da un aereo all’altro per partecipare in rappresentanza del Fai (di cui e’ vicepresidente) alle conferenze organizzate dal Viminale, Fucito non rinuncia a tenere saldamente le redini del suo piccolo-grande impero aziendale. Unica italiana donna dell’anno di Time, addirittura protagonista di una fiction ispirata alla sua storia (e, naturalmente, sotto scorta fin dal 2002, quando si era ribellata alle estorsioni), oggi la cinquantanovenne imprenditrice di San Giovanni a Teduccio detiene saldamente quote delle srl partenopee “G.A. Ricambi e vernici”, “G.S.P. General Sell Paint” (50 mila euro di capitale sociale), “Coverplast” e “W.X.A. Two”, oltre che della modenese “Dama Color”.
Qualche anno fa le cronache si erano occupate di un abuso edilizio eseguito dalla paladina della legalita’ in un suo appartamento. Piccole cose. E niente a che vedere, comunque, con le ombre che oggi emergono in forma assolutamente inedita sull’altra wonder woman della legalita’ targata Napoli, la giornalista del Mattino Rosaria Capacchione, sotto scorta da inizio 2008 in seguito alle velate minacce ricevute dai boss durante il processo Spartacus.
Le indagini condotte dal pm partenopeo Antonio Clemente, riguardano in realta’ il fratello di Rosaria, il costruttore Salvatore Capacchione. Ma proprio da una costola di quella inchiesta nasce un’altra, velenosa vicenda giudiziaria che investe in pieno la cronista, al punto da portarla oggi sul banco degli imputati a Caserta, sezione staccata della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Il 31 ottobre scorso si e’ infatti tenuta la terza udienza nel processo per calunnia ai danni di un luogotenente della Guardia di Finanza, L. P., braccio destro del pm Clemente per ricostruire quello che viene definito il “sistema Capacchione”. In una delle numerose conversazioni telefoniche tra i due fratelli – l’imprenditore, che era intercettato, e la cronista – si sente quest’ultima dichiarare che se quel finanziere non la smette, «lo andiamo a uccidere col mitra…». O che certi esponenti della Guardia di Finanza «sono peggio di Sandokan (il feroce boss Francesco Schiavone, ndr)». Parole magari pronunciate in un momento di rabbia, tanto per dire (e comunque presenti nei verbali dei faldoni giudiziari).
L’accusa di calunnia, pero’, trova il suo fondamento nel rapporto del maggiore Vittorio Capriello, ex comandante delle Fiamme gialle a Caserta (ora a Napoli), dal quale Rosaria Capacchione si era recata per dirgli di non prestare ascolto alle ricostruzioni di L.P. sul conto suo e del fratello, in quanto quel militare sarebbe stato “pagato”, per costruire false accuse, dalla famiglia Coppola di Pinetamare (rivale dei Capacchione per l’acquisto di suoli e capannoni nell’ex area Saint Gobain di Caserta). Capriello si mette al computer e redige un rigoroso verbale sull’incontro con la giornalista. Nel prosieguo delle indagini (con accertamenti patrimoniali che investono tutta la famiglia, compresa una zia novantenne) emergera’ che il finanziere L.P. non ha avuto alcun rapporto con i Coppola e si confermera’, anzi, quanto dichiarato dal militare: anni addietro aveva condotto a loro carico un’inchiesta sfociata in un procedimento penale per concorso in bancarotta fraudolenta.

UN FRASSO NELLO STAGNO
Ma la circostanza su cui oggi si appuntano le attenzioni degli investigatori, fra quelle emerse nel processo per calunnia a carico di Rosaria Capacchione, riguarda quegli oltre 5 miliardi di vecchie lire transitati sui conti correnti della giornalista dal ‘95 al 2001. Proprio lo stesso periodo – vien fatto notare in ambienti della Procura – nel quale il fratello Salvatore Capacchione rischiava il sequestro dei beni in seguito alle prime bufere giudiziarie. Le movimentazioni, tutte passate al setaccio dai finanzieri, riguardano in primo luogo il conto intestato alla cronista del Mattino presso l’agenzia Banca di Roma a Frasso Telesino, ridente paese ai confini fra le province di Caserta e Benevento. Direttore dell’agenzia di Frasso era all’epoca un buon amico dei Capacchione, Enzo Vecchione. Intimo fino al punto di far da prestanome – ipotizzano gli investigatori – a Salvatore Capacchione in numerose sigle finite sotto i raggi X. Vecchione, dopo il prudenziale trasferimento a Caserta, lascera’ poi definitivamente la banca.
Altri conti intestati a Rosaria sono risultati poi aperti in quel periodo presso la Banca Popolare di Castrovillari e Corigliano Calabro, l’Ambroveneto di Napoli e presso la Bnl di Caserta. Grosse somme che entravano e uscivano continuamente, movimenti consistenti con personaggi non sempre adamantini dal punto di vista della fedina penale. E’ il caso, per esempio, di Ciro Benenati, rimasto coinvolto in una serie di vicende giudiziarie a Marcianise, feudo del clan Belforte affiliato ai Casalesi. Titolare di una concessionaria per auto di grossa cilindrata in zona, a San Nicola la Strada, Benenanti e’ destinatario di un assegno da 250 milioni di euro tratto dal conto di Rosaria Capacchione. Un esempio fra i tanti casi di una movimentazione che, nel suo complesso, viene considerata dagli investigatori riconducibile essenzialmente allo stesso Salvatore, cui del resto risultavano girati gli assegni in uscita dal conto della sorella.
Per tutte le vicende che li vedono sotto accusa in tribunale (quelle in cui si trova coinvolto Salvatore, ma anche il processo per calunnia che riguarda Rosaria), i Capacchione possono contare su un difensore di fama come il penalista Vittorio Giaquinto. Celebre per aver assunto la difesa di boss come il capo degli “scissionisti” di Secondigliano Paolo Di Lauro e di Salvatore Belforte, alla guida dell’omonimo, potente clan di Marcianise, Giaquinto assiste tanto Rosaria quanto suo fratello Salvatore.
E sulla scorta assegnata a Rosaria Capacchione aveva sollevato qualche critica, in un’intervista ad un quotidiano partenopeo proprio un altro penalista, fra i piu’ noti del foro partenopeo. E’ Claudio Botti, il quale oggi precisa alla Voce: «in realta’ non ho avanzato nessuna critica personale sulla giornalista; quello che mi premeva sottolineare e’ che mentre tanti personaggi noti possono affidare la loro sicurezza ad una “blindatura” di Stato, sull’altro versante persone coraggiose come i testimoni di giustizia vengono molto spesso lasciati soli, abbandonati al loro destino».

TESTIMONI E INGIUSTIZIA
Le cronache ci segnalano nuovi casi ogni giorno. Vite spezzate per sempre dopo aver deciso di non rispettare i rigidi canoni dell’omerta’, uomini e donne pronti a fare il loro dovere, collaborando con gli investigatori, anche se erano stati testimoni solo occasionali di crimini mafiosi o camorristici. Piera Aiello, 42 anni, la donna che collaborava con Paolo Borsellino e che con le sue rivelazioni aveva consentito di fare piazza pulita di alcune cosche del trapanese, dopo aver vissuto per quasi vent’anni in una localita’ protetta, qualche mese fa ha scoperto che a lei non era stato rinnovato il programma di protezione. Ora e’ a Partanna, in Sicilia, con la sua vera identita’. E aspetta.
Senza scorta e’ rimasto anche Pino Masciari, l’imprenditore di Catanzaro che nel ‘97 denuncio’ le connection politica-‘ndrangheta. Mentre una recente interrog

L’azione parlamentare di Rita Bernardini ripercorre il calvario di Giuseppina Cordopatri, testimone dell’accusa in processi di mafia che si celebrano in questo periodo, rimasta priva delle misure di protezione e anche dell’alloggio.

(Tratto da La Voce delle Voci)

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