Procura di Reggio Calabria: un bilancio positivo

Azioni, immobili e soldi: nell’ultimo anno sequestri per 800 milioni, anche locali storici a RomaROMA (5 gennaio) – A parlare sono i numeri. Quelli dei beni sequestrati ai clan negli ultimi due anni. E quelli dei latitanti arrestati. Sono le operazioni di polizia e carabinieri a raccontare cosa sia successo a Reggio Calabria dal 2008 a oggi. Le notizie che non trovano spazio nelle cronache nazionali dei giornali spiegano perché le cosche abbiano voluto lanciare un segnale inequivocabile. Un ordigno contro un ufficio giudiziario. Non per uccidere ma per dare un segnale.

E’ di 800 milioni di euro il conto che la magistratura di Reggio Calabria ha presentato alla ‘Ndrangheta nell’ultimo anno: pacchetti azionari, immobili e soldi bloccati dallo Stato. La via per la confisca è lunga ma la procura punta al capitale. A ottobre in un solo colpo le ‘ndrine hanno visto sfumare 14 miliardi di patrimonio. Società e imprese a Reggio Calabria e Milano. A luglio il colpo era stato assestato al clan Alvaro con un blitz da 200 milioni di euro.

Nell’ordinanza di sequestro erano finiti anche il “Cafè de Paris” e il “George’s Restaurant” nel cuore di Roma e poi società, attività commerciali, abitazioni e automobili di lusso. L’ultima operazione in ordine di tempo è del 16 dicembre: uliveti, terreni agricoli e ville, ma anche pacchetti azionari riconducibili ai Nirta-Strangio e Pelle-Vottari, le famiglie che a ferragosto del 2007 si sono scontrate nella strage di Duisburg. Perché i provvedimenti diventino definitivi passeranno anni. Tre gradi di giudizio e i numeri delle confische non sono gli stessi, sono solo 253 i beni immobili confiscati nel 2009 in Calabria per un valore di quasi 29 milioni di euro. Ma il dato non è significativo: è negli ultimi due anni che la lotta contro la criminalità ha cambiato strategia e risultati. E sono 60 circa le persone finite in manette dal 2008, Pasquale Condello, Antonio Pelle, Giuseppe De Stefano. Uomini di primo piano, 49 personaggi di spicco della ‘Ndrangheta calabrese, undici di loro erano inseriti nella lista dei 30 latitanti più pericolosi compilata dal ministero dell’Interno.

A Reggio Calabria non è arrivato solo un nuovo procuratore, Giuseppe Pignatone, c’è anche un nuovo aggiunto, Michele Prestipino, entrambi sbarcati da Palermo. Tre anni fa era cambiato il capo della Squadra Mobile: Renato Cortese, esperto nella cattura dei latitanti. Il 1 aprile del 2009 Carmelo Casabona è diventato questore. E nuovo è il comandante provinciale dei carabinieri di Reggio, il colonnello Pasquale Angelosanto, così come Alberto Reda, comandante provinciale della Guardia di Finanza. Il procuratore generale Salvatore Di Landro è l’ultimo della squadra in ordine di tempo, neppure due mesi dal suo insediamento, ma ha già dato segnali chiari nell’intesa con la procura.

Così leggono l’atto intimidatorio di domenica scorsa gli esperti e i protagonisti di questa vicenda: una reazione al cambiamento radicale degli uomini e dell’azione investigativa e giudiziaria. Un ordigno artigianale, forse tritolo, collegato a una bombola a gas di dieci chili.

Così lo interpreta anche l’aggiunto Michele Prestipino. «Evidentemente – spiega Prestipino – l’azione di contrasto alle cosche ha conseguito risultati che non erano mai stati raggiunti prima. La sinergia tra la Direzione distrettuale antimafia e le forze dell’ordine ha portato a una serie di operazioni significative. Credo che a preoccupare i clan sia più l’arresto dei latitanti che il sequestro dei beni. Negli ultimi due mesi sono state eseguite due operazioni che hanno portato al sequestro di 500 chili di cocaina. E altre due inchieste sul porto di Gioia Tauro che si sono concluse con l’esecuzione di 50 misure cautelari. Ci sono in corso i processi con gli imputati detenuti. Evidentemente è una svolta che preoccupa la ‘Ndrangheta. Il procuratore Di Landro – continua Prestipino – è arrivato da un mese ma ha già dato segnali chiari, sia in termini di presenza che di decisioni. E il 2010 che si affaccia non piace alle cosche. Così hanno dato un segnale chiaro uscendo allo scoperto».

E’ più esplicito invece Francesco Forgione, ex presidente della commissione Antimafia che nel 2008 ha dedicato l’intera relazione alla ‘Ndrangheta e autore del libro “Mafia Export”, Baldini Castoldi e Dalai: «C’è una sinergia nel lavoro di indagine che non ha precedenti, perché sono cambiati gli uomini – dice Forgione – Ma c’è anche un altro aspetto, nella nuova pagina che procura e forze dell’ordine di Reggio Calabria stanno scrivendo nella lotta contro la ‘Ndrangheta: gli inquirenti di Reggio non lavorano più solo sul narcotraffico. Le inchieste puntano all’associazione mafiosa. Il 416 bis significa il Porto di Gioia Tauro, significa gli interessi e il riciclaggio ma non solo i boss. Anche quell’imprenditoria calabrese e una certa borghesia che da sempre vivono colluse con la criminalità».
Valentina Errante

(Tratto da Il Messaggero)

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