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Processo Stato-mafia, Cianferoni: ”Processo va fermato. Riina non fa patti con nessuno”

Processo Stato-mafia, Cianferoni: ”Processo va fermato. Riina non fa patti con nessuno”

Aaron Pettinari 15 Giugno 2021

Un tempo il “parafulmine” era Totò Riina. Ora che è morto ad essere usato è Leoluca Bagarella, condannato in primo grado a 28 anni di carcere, da assolvere “perché il fatto non sussiste”. E’ da questo assunto che l’avvocato Luca Cianferoni (in foto) ieri ha iniziato la propria arringa al processo d’appello sulla trattativa Stato-mafia. Perché il boss corleonese, cognato di Riina, non avrebbe avuto alcun ruolo all’interno di quel dialogo tra lo Stato e la mafia. “L’unico a chiamarlo in ballo è Giovanni Brusca – ha detto il legale fiorentino – dopo aver letto un articolo su l’Espresso, ma sulla base di mere valutazioni personali. Lui, invece, non aveva alcun ruolo. Se vediamo le sentenze era un soldato semplice, e taluno lo definisce come il ‘cane da guardia di Riina’. Nulla più. Caso mai ha avuto il merito di impedire una guerra di mafia, viste le molteplici fazioni che sarebbero state presenti”.
Dunque, nell’analisi di Cianferoni, il cognato del Capo dei capi, quello delle
lettere proclama dal carcere in cui accusava i politici di non aver mantenuto i patti e condanna pesantemente il 41 bis, non avrebbe nulla a che fare in quel dialogo con le istituzioni che si sviluppò negli anni delle stragi.
In oltre quattro ore di arringa il legale del padrino corleonese ha parlato di tutto. Ha definito il processo, citando Fantozzi e la corazzata Potemkin,
“una cag…a pazzesca’” perché “negli anni ha assunto una valenza politica eccessiva. Vi è un reato che non si capisce. E’ un reato di mafia? Un reato politico? Di mafia e politica? Di mafia e appalti? La valenza giuridica per i giudici popolari è difficile da cogliere. Io capisco che Bagarella può sembrare strano che sia innocente, ma il diritto è un’altra cosa. Qui o il ‘fatto non sussiste’ o c’è il ‘ne bis in idem’ perché Bagarella è stato già condannato per Capaci e le stragi in continente che vanno fino al marzo 1994. Che Bagarella dopo il 1994 porta avanti una trattativa con i politici è affermare qualcosa di assurdo; che è lontano dalla logica in termini di ragionevolezza, incommensurabile. Il nome di Bagarella qui viene usato per tenere in piedi questo processo che è tra due forze politiche. Una tendente più a destra, che è il Ros, i carabinieri e il generale Mori. Una tendente più a sinistra, che è la polizia di Stato”. E poi ancora ha anche aggiunto provocatoriamente: “Mori era molto di destra, molto cattivo. Ora lo accuso io. Ad un certo punto i Ros si sono disinteressati delle regole. Ma che si dica della trattativa… per favore no”.
E’ proprio questo il punto per Cianferoni. Come nell’arringa di primo grado il legale ha ribadito quei temi tanto cari ai suoi assistiti, a cominciare dall’impossibilità che gli stessi (Riina prima e Bagarella poi) abbiano intavolato una trattativa con gli uomini dell’arma dei carabinieri.
“Riina all’inizio di questo processo non aveva ben chiara l’accusa – ha raccontato in aula Cianferoni – ma poi fu preso dalla stizza quando si dice che si mise d’accordo con gli stessi che lo avevano arrestato. Io sono testimone vivo della incompatibilità tra Salvatore Riina e Leoluca Bagarella a ogni ipotesi di accordo con i carabinieri. La mafia dei corleonesi non aveva questo tipo di ‘confidenzialismo’”. Al contempo si è detto “certo” che qualcuno ha tradito Riina” (“non Di Maggio, perché quella fu una messinscena”).
Eppure nella lunga arringa l’avvocato non ha mancato di mettere in evidenza altri pensieri del suo “illustre” ex assistito.
A cominciare da quanto disse in un interrogatorio all’allora procuratore di Caltanissetta,
Sergio Lari. “Con la strage di via d’Amelio Cosa nostra assume su di sé interessi esterni all’associazione – ha detto ieri Cianferoni – Nell’interrogatorio Riina dice a Lari: ‘a me il dottor Borsellino non ha mai fatto neanche una multa’, a significare che vi era un’estraneità ad uccidere il magistrato. Per questo c’è la differenza tra Capaci e via d’Amelio”.
Nessun riferimento, durante l’arringa, a quanto Riina disse a
Raffaele Ganci, capo della Noce (Falù a responsabilità è mia”), così come riportato dal collaboratore di giustizia Totò Cancemi. Quello stesso Cancemi di cui Riina parla nei colloqui in carcere con Alberto Lorusso. Totò Cancemi – affermava il Capo dei capi – dice che dobbiamo inventare che la morte di Falcone … che ci devi inventare, gli ho detto? Lui ha detto … inc … gli ho detto: se lo sanno la cosa è finita”. Un messaggio obliquo quanto emblematico che anche dietro l’attentato del 23 maggio 1992 non tutto è chiaro e limpido.
Di questo, però, l’avvocato fiorentino non ha fatto cenno alcuno.
Già in primo grado le parole in carcere con la “dama di compagnia” pugliese erano state sminuite così come quelle raccolte dagli agenti penitenziari (
Io non ho cercato nessuno, erano loro che cercavano me, per trattare” e a me mi ha fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri”).
Diversamente nell’arringa si è concentrato su altri aspetti mettendo in evidenza come il mondo fosse cambiato dopo la caduta del muro di Berlino (
“Allora la mafia non serve più agli americani come invece un tempo serviva. Perché lo abbiamo visto nei processi Rostagno, De Mauro, e Carlo Palermo. Gli americani avevano amicizia con la mafia, come con i talebani. A loro non interessa chi sei, ma quanto gli rendi. Ti pagano e via”), ma anche  gli ambigui ruoli dei servizi di sicurezza, fuori e dentro le carceri”.
Poi Cianferoni è tornato a rivolgersi alla Corte chiedendo di
“mettere un fermo alla deriva che è ciò che accaduto nella trattativa, l’uso del processo in termini produttivi di sé stesso. Questo processo va fermato ed è una minaccia. Va fermato perché va detto a certi uffici di Procura che devono smetterla di autoalimentarsi. Perché da Riina si passerà ad altri, e poi ancora altri. Perché si vuole tenere il Paese in scacco. E ogni tanto ci sono questi servizi che tirano fuori qualcosa. Ma Riina non aveva rapporti con i servizi”.
Non a caso, forse, durante l’arringa il legale ha citato proprio la Procura di Firenze, nella persona del procuratore aggiunto
Luca Tescaroli, e di Reggio Calabria, nella persona del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. La prima attualmente impegnata nell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi del 1993 che vede iscritti nel fascicolo Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. La seconda che ha ottenuto la condanna in primo grado, nel processo ‘Ndrangheta stragista, del boss Rocco Santo Filippone e di Giuseppe Graviano come mandanti degli attentati ai carabinieri avvenuti tra il 1993 ed il 1994 in cui morirono anche gli appuntati Fava e Garofalo.
Successivamente Cianferoni ha parlato delle trattative con Bellini, che
“fu usato per infiltrare Cosa nostra”, del “caso Cirillo”, quindi ha definito come assurdità le questioni del “telefonino che fu fato a Riina in carcere” o delle vicende di Riggio, approfondite nel dibattimento di questo secondo grado di processo.

Quindi ha concluso chiedendo per il suo assistito, ma anche per tutti gli imputati del processo, “l’assoluzione perché il fatto non sussiste”.
Prima dell’avvocato di Bagarella c’erano state le conclusioni delle parti civili, intervenute in particolare sulle eccezioni presentate dalle difese sulle legittimazioni di costituzione delle stesse.
Così si sono succeduti
 Domenico Grassa (avvocato di Libera), Ettore Barcellona (Centro Studi Pio La Torre), Roberto Saetta (Comune di Palermo) e Marco Ammannato (Associazione Familiari Vittime dei Georgofili). Quest’ultimo in particolare ha voluto ricordare l’impegno di Giovanna Maggiani Chelli deceduta nell’agosto 2019. “Nel 1993 si seppe subito che quel che avvenne ai Georgofili non era frutto di una fuga di gas o lo scoppio di una bombola. Si era capito che quello era un atto di terrorismo – ha affermato – Morirono cinque persone tra cui due bambine. Il mosaico di quelle stragi sono state ricostruite in cinquemila pagine della sentenza. Giovanna Maggiani Chelli, ex presidente della nostra associazione, oggi avrebbe chiesto con me una conferma della sentenza di primo grado perché si faccia un altro passo avanti nella ricerca della verità. Lei che vedeva in ogni processo un punto di partenza, e non uno di arrivo. E’ chiaro cosa è accaduto in quegli anni, quella che fu la catena minatoria iniziata con la deliberazione delle riunioni di Enna. E voglio ricordare che già nella sentenza del 1998 del processo di Firenze a Bagarella si parla di una trattativa tra Mori e Ciancimino. Una trattativa confermata nella sentenza Tagliavia”.
E in quel dialogo Riina capii che la strage pagava. E infatti portò avanti la strategia stragista. Dopo l’arresto di Riina, cambiò l’interlocutore, ma la linea andò avanti”. Ed infine ha concluso:
“Nel processo di Firenze la nostra associazione chiese una condanna affinché non potessero esserci più stragi. Oggi noi qui chiediamo una conferma perché siamo di fronte ad un compendio probatorio granitico nella ricostruzione dei fatti. Ed ulteriori tessere si sono aggiunte in questo appello. In questa occasione chiediamo di confermare questa sentenza di primo grado affinché non ci siano più trattative tra lo Stato e Cosa nostra”.

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/84344-processo-stato-mafia-cianferoni-processo-va-fermato-riina-non-fa-patti-con-nessuno.html