Primo comandamento: non chiedere mai dove uno sta. Secondo. Massime riservatezza e disponibilità all’ascolto

E’ ormai una regola non scritta, ma consolidata:
non domandare mai da dove uno telefona e dove è.
Né dove sei tu.
In genere tutti si attengono al rispetto di quella regola, ma talvolta
qualcuno no.
Ed allora entri subito in allarme.
Per ragioni di sicurezza e perché non sai mai al 100% chi è il tuo
interlocutore dall’altra parte del telefono.
Meno parli e meglio è e devi essere più disposto all’ascolto che
non alla parola.
Non si sa mai.
Capita talvolta che ti senti chiamare da un Testimone o da un
Collaboratore di Giustizia.
Il contenuto delle telefonate si può intuire.
Non sono mai telefonate gioiose.
Ascolti talvolta telefonate che ti strappano l’anima.
Le più diverse, con storie spesso drammatiche.
Familiari e personali.
Non puoi negarti.
Hai fatto una scelta di vita e hai l’obbligo morale di calarti nelle
realtà le più diverse, con tutte le implicazioni ed i rischi.
Alcune volte ti dicono che ti chiamano più per uno sfogo che per
una richiesta di aiuto.
D’altra parte quale aiuto puoi offrire quando i processi sono in
corso ed il confronto è tutto ed unicamente demandato alle parti
attrici e né sei, peraltro, in grado giudicare il comportamento di
chiunque da qualche stralcio di esso?
Sul piano giudiziario assolutamente no perché è compito esclusivo
dei giudici e degli avvocati.
Il desiderio, però, di parlare con qualcuno propenso
all’ascolto, come noi siamo obbligati a fare, non li trattiene.
L’impegno, anche se non dichiarato e solamente sottinteso, è alla
riservatezza.
Estrema.
Come se ci si trovasse in confessione.
Ma da questo punto di vista le garanzie sono illimitate ed i tuoi interlocutori lo sanno molto bene.
Altrimenti non ti chiamerebbero e non ti esternerebbero i loro pensieri, i loro giudizi, le loro ambasce, le loro delusioni. , un caleidoscopio di sentimenti e di pulsioni che, se non hai nervi ed idee ben saldi e corroborati, crolli.
Il punto doloroso, un vero pugno nello stomaco, arriva quando talvolta ti senti dire quella frase che non vorresti mai sentire pronunciare:
“Se potessi tornare indietro non lo rifarei. Non collaborerei più”.
Oppure, ancor più grave: ” Vado ai processi e ritratto tutto”.
Ti senti un cazzotto nello stomaco che ti provoca dolore, un dolore indescrivibile, che ti fa sentire un senso di vuoto, di inutilita’, di sconfitta e di rabbia al contempo.
Sconfitta dello Stato e, con lo Stato, sconfitta di te stesso, perché chi, come noi, fa queste cose, lo Stato lo sente suo.
S U O!!! N O S T R O!!!
Ed allora ti monta una rabbia dentro, incontenibile, nel constatare che, mentre tu ti dedichi con tutte le tue forze a costruire quello Stato da una parte, trovi sempre chi rema in senso opposto.
E, quando costui dovesse per caso indossare una divisa o addirittura una toga, allora ti sentiresti piombare il mondo addosso.
Dura lex sed lex, è vero e noi siamo tutti obbligati ad osservarla, nessuno escluso.
E’ la norma dello Stato di diritto.
Ma siamo certi che sia sempre e dovunque così?

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