Prescrizione, l’ex magistrato Turone: “In corso c’è scontro tra tifoserie. La riforma scoraggia tecniche dilatorie, sperimentarla laicamente”

L’Espresso, 04 febbraio 2020

Prescrizione, l’ex magistrato Turone: “In corso c’è scontro tra tifoserie. La riforma scoraggia tecniche dilatorie, sperimentarla laicamente”

L’intervento dell’ex giudice istruttore che ha seguito, tra le altre cose, l’inchiesta sull’omicidio Ambrosoli e dispose le perquisizioni a carico di Licio Gelli che portarono al ritrovamento degli elenchi della P2: “I critici dicono che“gli appelli diventeranno infiniti. Ma perché mai? Sperimentiamo e vediamo. Perché mai dovremmo pensare che il venir meno dei termini di prescrizione successivi al primo grado dovrebbe far cadere in letargo perpetuo i giudici d’appello e di Cassazione? Può essere una sfida interessante per la macchina della giustizia”

di F. Q.

Pubblichiamo l’intervento sulla riforma della prescrizione dell’ex magistrato Giuliano Turone, già giudice istruttore a Milano tra il 1970 e il 1987, procuratore aggiunto nel capoluogo lombardo e poi consigliere della Cassazione. A Milano si è occupato, tra le altre cose, delle indagini che portarono all’arresto del boss Luciano Liggio e dell’inchiesta sull’omicidio di Giorgio Ambrosoli, ottenendo la condanna di Michele Sindona. Insieme al collega Gherardo Colombo dispose la perquisizione domiciliare di Licio Gelli, durante la quale venne ritrovata la lista degli iscritti alla loggia P2. Ha scritto 14 saggi, il primo è Tecniche di indagine in materia di mafia, con Giovanni Falcone (1983), l’ultimo Italia occulta. Dal delitto Moro alla strage di Bologna, il triennio maledetto che sconvolse la Repubblica (Chiarelettere, 2019).

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Temo che sulla prescrizione si stia verificando uno scontro fra tifoserie contrapposte, ben rappresentate da personaggi “divisivi” sempre pronti a occupare la scena con la lancia in resta, e dove gli slogan prendono il posto del ragionamento. In realtà la riforma Bonafede, a mio avviso, non è né il peggio del peggio, né il meglio del meglio, ma sarebbe semplicemente il caso di sperimentarla laicamente.

Chi critica la riforma sostiene che bloccare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado finirebbe per ingolfare le corti d’appello, perché, senza la prescrizione che corre, non ci sarebbe più l’incentivo per fare in fretta i processi. Ma non è affatto detto che la conseguenza del blocco della prescrizione sarebbe quella paventata. Quindi sembra più saggio cominciare, appunto, a sperimentare la riforma per verificare nella realtà quali saranno gli effetti.

Si è sempre criticata l’inefficacia del nostro sistema penale, causata, almeno in parte, da tecniche dilatorie che puntano a far maturare la prescrizione dei reati. Ebbene, le tecniche dilatorie si verificano in massima parte PRIMA della sentenza di primo grado, in modo tale che, dopo, spesso avanza pochissimo tempo per concludere le fasi successive fino alla sentenza definitiva.

In sostanza, l’idea che sta alla base della riforma è questa: fermare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado scoraggerà le tecniche dilatorie, perché, da un lato, non sarà certo possibile allungare a dismisura la prima fase del processo per arrivare alla prescrizione entro la stessa prima fase; d’altro lato, non sarà più possibile mirare alla prescrizione nelle fasi successive (Appello e Cassazione) utilizzando – come adesso – i tempi residui (e spesso molto esigui) di una prescrizione che rimanesse ancora in corso.

I critici dicono che “gli appelli diventeranno infiniti”. Ma perché mai? Sperimentiamo e vediamo. Perché mai dovremmo pensare che il venir meno dei termini di prescrizione successivi al primo grado dovrebbe far cadere in letargo perpetuo i giudici d’appello e di Cassazione? In conclusione, questa può essere una sfida interessante per la macchina della giustizia. Va affrontata per poi valutarne le conseguenze. Vedremo se raggiungeremo buoni risultati riducendo i tempi del primo grado, oppure se invece, come dicono i detrattori, allungheremo gli appelli.

 

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