Politica e mafia. Il Sen. Di Girolamo, del PDL, non è né il primo né l’ultimo…!

Girolamo, il politico portato dai boss

E’ uno scandalo pieno di precedenti quello del senatore Nicola Di Girolamo. Non certo il primo ad essere eletto grazie ai voti della criminalità organizzata, non certo l’ultimo che dopo la conquista del seggio è stato chiamato a restituire il “favore”. E a non dimenticare mai le proprie “origini” e quelle di chi lo ha “costruito”.
Per Gennaro Mokbel, trait d’union tra ambienti politico-mafiosi, massoneria, servizi segreti ed eversione nera, il senatore del Pdl era “una creatura sua e dei suoi amici della ‘Ndrangheta”.
Modellato su misura per soddisfare le necessità di un’organizzazione fatta di criminali e colletti bianchi uniti dall’obiettivo comune di riciclare i proventi di quella che il gip di Roma, nelle 1800 pagine di ordinanza di custodia cautelare sfociata negli arresti di martedì, definisce la “più colossale truffa del secolo”. Uno dei più grandi business nella remunerativa galassia del riciclaggio che secondo il Fondo Monetario Internazionale varrebbe, solo in Italia, non meno di 118 miliardi di Euro e nelle economie occidentali assorbirebbe tra il 5 e il 10% del Pil.
Cifre immense che in fede al sacrosanto principio del “Pecunia non olet” rendono sempre più labile il confine tra criminalità e imprenditoria e finanza e politica e servizi di sicurezza.
“Gli affari si fanno meglio in Parlamento” erano sicuri gli organizzatori della maxi-truffa che di nuovo sta portando sul banco degli imputati i vertici di compagnie telefoniche, questa volta Fastweb e Telecom Italia Sparkle. E quando nel 2008, caduto il governo Prodi, c’era bisogno di un referente politico preferibilmente eletto in Europa la scelta era caduta su di lui: già organico all’associazione e già dimostratosi affidabile in quanto “organizzatore di società di comodo” e “consulente legale e finanziario dell’associazione criminale per conto della quale aveva effettuato viaggi all’estero per operare su diversi conti correnti accesi presso istituti di credito internazionali”.
Mokbel aveva così proposto la candidatura di Di Girolamo al senatore Marcello Dell’Utri, che aveva poi declinato l’offerta, ma si era preso qualche giorno per pensarci. Perché il braccio destro di Silvio Berlusconi Mokbel lo conosceva, e non lo nega. Così come mai, negli anni passati, ha negato di essersi sentito al telefono con Aldo Micciché, il faccendiere legato ai capi della potente cosca calabrese dei Piromalli. Che secondo un’indagine si sarebbe attivata per raccogliere in America Latina i voti da dirottare al Pdl utilizzando lo stesso metodo delle schede bianche e facendo guadagnare al partito più di 50 mila consensi. Un gioco da ragazzi per il Micciché, che dal senatore avrebbe ricevuto anche la richiesta di impegnarsi pure per il voto in Calabria sentendosi rispondere: “Nessun problema”.
Su Di Girolamo Dell’Utri non se la sarebbe però sentita di puntare e Mokbel, uomo dalle mille conoscenze – risultato anche in contatto con personaggi dei servizi segreti, con “finanzieri affittati”, con appartenenti al Nucleo di Polizia valutaria – si sarebbe rivolto altrove. Più precisamente all’avvocato Paolo Colosimo, difensore di alcuni boss” della famiglia Arena di Isola di Capo Rizzuto e poi a Stefano Indrieri, ex segretario del ministro Tremaglia che avrebbe fatto ottenere al nuovo “cavallo” dell’organizzazione una falsa residenza a Bruxelles, necessaria per la candidatura nella circoscrizione Estero-Europa. La falsa residenza, si legge nel documento, “sarà l’abitazione in uso a un giovane borsista pugliese presso il Parlamento europeo, amico di Andrini”. Per quanto riguarda i voti ci avrebbero pensato le conoscenze dell’avvocato Colosimo. E in particolare il boss Franco Pugliese, amante delle barche (che in cambio avrebbe preteso che fosse individuata una persona fisica o giuridica alla quale intestare un’imbarcazione che lo stesso stava acquistando), che in Germania risulterebbe proprietario di 146 ristoranti e che avrebbe dimostrato di avere un controllo capillare, insieme alla cosca Arena, anche di larghe fette di territorio estero.
La banda di Mokbel, aggiungono i giudici, utilizzava anche alcuni poliziotti come autisti e ad altri veniva affidata la sicurezza della gioielleria romana in via Chelini, dove venivano venduti diamanti”, una delle attività utilizzate per riciclare i proventi illeciti.
Mentre il faccendiere romano sarebbe stato in contatto anche con Gianfranco Fini. “Fratello mio, tutto a posto – si sente dire nel corso di un colloquio telefonico intercorso tra lo stesso Mokbel e il boss Pugliese -, ma tu non sai… poi ti spiego. Mo ha chiamato Fini, Gianfranco Fini”, che “ha chiamato Nicola (Di Girolamo) e l’ha convocato non se sa quando esce questo e io sto qui come un cojone. Ma nun te preoccupà ogni promessa è debito”.
E infatti la promessa sarà esaudita e il politico verrà eletto in quota An nelle fila del Popolo della Libertà a garantire gli interessi del sodalizio.
Anche per questo il gip Aldo Morgigni ha chiesto che Di Girolamo venga arrestato, e perché, ha spiegato, “sussiste il rischio concreto che fruendo dell’immunità propria di tale carica egli possa fuggire all’estero, dove dispone di un patrimonio illecito di notevolissima entità”. In parte confermato anche dal commercialista Fabrizio Rubini che avrebbe parlato di “somme rilevanti” versate in favore del senatore.
Ieri, in conferenza stampa, Di Girolamo si è difeso: “Non c’entro non questi personaggi”, “mai conosciuti”. Ma a smentirlo c’è la prova delle prove: una foto che lo ritrae mentre festeggia la vittoria elettorale proprio con il boss Pugliese.
E mentre al Governo si parla di nuovi disegni di legge contro la corruzione, i personaggi come Di Girolamo, nelle aule del Parlamento e del Senato sembrano essere sempre più in buona compagnia.

Monica Centofante

(Tratto da Antimafia Duemila)

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