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.Pochi giudici e molti mafiosi: «Così vince la ‘ndrangheta» .

 .Pochi giudici e molti mafiosi: «Così vince la ‘ndrangheta»  .
UNA CARENZA DI MAGISTRATI ED AMMINISTRATIVI IN UNA DELLE REGIONI ,COME LA CALABRIA,STORICAMENTE PIU’ “CALDE”,CHE FA PAURA E CHE LA DICE TUTTA SULLA REALE VOLONTA’ DEL  GOVERNO DI COMBATTERE SERIAMENTE LE MAFIE.RENZi,ORLANDO,ALFANO ECC. SI VERGOGNINO !!!!!!!!!!!  (Ass.Caponnetto)

L’Espresso, Giovedì  16 giugno 2016

Il caso
Pochi giudici e molti mafiosi: «Così vince la ‘ndrangheta»
Centinaia di processi. Migliaia di richieste tra arresti, intercettazioni, perquisizioni. Tribunali e procure di Reggio Calabria sono sommerse dai fascicoli contro i clan. Ma se vengono scarcerati i mafiosi la colpa si scarica sul giudice fannullone. La denuncia del procuratore capo: «La verità è che siamo pochi e la politica non interviene»

di Giovanni Tizian

Mafiosi scarcerati. Colpa del giudice fannullone o dell’inadeguatezza dell’organico di tribunali e procure nel distretto giudiziario dove regna la ‘ndrangheta più potente? Alla radice c’è un problema molto più profondo e complesso che chiama in causa direttamente i governi che hanno promesso tolleranza zero contro le mafie. A parole, però, con pochi fatti.

Secondo il procuratore capo di Reggio Calabria non ci sono dubbi: «La Corte d’Appello reggina ha 20 giudici per una mole di lavoro impressionante, è possibile che in un territorio come questo deve essere la magistratura a sopperire alle carenze di organico?».

I numeri, per Federico Cafiero De Raho, parlano da soli: «La procura che dirigo ha soltanto 22 unità, che presto diventaranno 20, il tribunale ha 39 giudici, unidici in meno di quanto previsto». La relazione della commissione antimafia citata in precedenza riporta il dato della presenza numerosa dei clan e degli affiliati in questa provincia: «Più di 2 mila affiliati per oltre 100 cosche». Un esercito di tali dimensioni affrontato da un gruppetto di pochi inquirenti e giudici.

Oltre il danno la beffa: «Viene così sottovalutata la situazione calabrese che otto mesi fa circa quando sono state distribuite mille unità di amministrativi in giro per gli uffici di tutta Italia, qui da noi non è arrivato nessuno. Il motivo è che siamo con una scopertura di organico al di sotto del 20 per cento e quindi non è previsto alcuni incremento. Questa analisi però non tiene conto di tutte le criticità del territorio, non è una provincia qualunque: è Reggio Calabria, a questa fanno riferimento le cosche della ‘ndrangheta di tutta Italia e di tutto il mondo».

Per il procuratore «alle parole e alle promesse non seguono, purtroppo, i fatti nella lotta alla ‘ndrangheta. Quando parliamo di ritardi bisognerebbe capire a cosa sono dovuti e da chi dipendono». Tra i casi citati in questi giorni dalla stampa come esempi di vittime della prescrizione o delle scarcerazioni anche il processo Migrantes, scaturito dall’indagine avviata grazie alle dichiarazioni dei braccianti africani di Rosarno.

Un’inchiesta storica. Perché per la prima volta avevano rotto l’omertà in un paese spaventato a morte dal potere mafioso. E a dare l’esempio erano stati quelli per nulla garantiti: i braccianti africani sfruttati e umiliati nelle campagne. Eppure, ora, il processo scaturito dalle loro testimonianze è ancora fermo in primo grado. Dopo sei anni dagli arresti. A sei anni e mezzo dalla rivolta finita su tutte le prime pagine dei quotidiani più importanti del mondo.

Prima la rivolta del gennaio 2010, dopo l’ultimo agguato subito dal branco dei giovani della ‘ndrangheta; qualche mese dopo la ribellione contro i caporali e gli arresti degli imprenditori agricoli che sfruttano la disperazione dei migranti in cerca di occupazione. L’indagine della magistratura partì con le denunce dei lavoratori. Per Rosarno fu una vera rivoluzione. E, forse, da questi episodi di ribellione se ne innescarono altri ancora più dilanianti per il crimine locale: è nell’estate di quello stesso anno che si pente Giusy Pesce, la donna del clan più potente del territorio. La prima a “tradire” le regole della cosca e a recidere il vincolo di sangue al quale sono assoggettati donne e bambini. Dopo di lei seguirono altre: l’ultima in ordine di tempo è Anna Lo Bianco.

Mentre, però, i processi contro le ‘ndrine hanno generalmente la priorità e scalano le posizioni, i procedimenti di competenza della procura ordinaria- per il territorio della Piana di Gioia Tauro è competente Palmi- vengono dopo. Ma questo è solo uno dei motivi che ha messo il freno al processo “Migrantes” che vede alla sbarra 23 tra imprenditori e caporali.

Ma non si tratta solo di priorità o di codici verdi, gialli e rossi. Il pronto soccorso che deve salvare un pezzo importante della regione dallo strapotere di mafia e corruzione è messo malissimo. Prendiamo Palmi per esempio dove è in corso il dibattimento “Migrantes”, che con il tribunale di Locri, assorbe tutti i processi nati da inchieste antimafia coordinate a Reggio Calabria.

Per il tribunale di Palmi di recente erano stati messi a concorso 8 posti. Domande pervenute? Zero. Su Locri, poi, ecco cosa ha scritto la commissione parlamentare antimafia nel documento pubblicato da l’Espresso un mese fa sullo stato degli uffici giudiziari calabresi: «Tra il 2011 e i primi tre mesi del 2016 presso il tribunale di Locri si sono celebrati 62 procedimenti di criminalità organizzata, al momento sono in corso di trattazione 15 procedimenti Dda nei confronti di 116 imputati per reati di criminalità organizzata. Oltre a tali procedimenti vi sono i procedimenti ordinari di competenza del giudice monocratico o collegiale ,22. L’organico del tribunale di Locri prevede 27 giudici (il presidente, 3 presidenti di sezione, 23 giudici divisi fra il settore civile e il settore penale) ma non è mai al completo. Al momento l’ufficio registra una scopertura di 6 giudici e di 2 presidenti di sezione, un giudice è stato sospeso a seguito dell’applicazione di misura interdittiva da parte del Gip di Catanzaro, un giudice è stato applicato alla corte di appello di Reggio Calabria, da dicembre 2014 si protrae la vacanza nel ruolo di presidente della sezione civile».

È una fotografia recente quella scattata dalla commissione guidata da Rosy Bindi. Che smonta gli slogan di chi annuncia risorse per combattere la ‘ndrangheta e poi poco o nulla realizza. E così quando le cose sfuggono di mano, si cerca il capro espiatorio. L’ultima polemica riguarda le recenti scarcerazioni avvenute nell’ambito di Cosa Mia, il processo contro i clan che hanno guadagnato dai cantieri della Salerno-Reggio Calabria. Il giudice aveva 90 giorni per depositare le motivazioni della sentenza. Sono passati 11 mesi e delle motivazioni non c’è traccia. Così alcuni imputati sono stati scarcerati in attesa del giudizio di Cassazione. Il fatto, ovviamente, ha provocato un’ondata di polemiche. Persino il ministro Andrea Orlando è intervenuto inviando un ispettore per capire cosa è davvero accaduto. Diverso è invece il parere di Cafiero De Raho: «Il giudice che deve scrivere le motivazioni di Cosa Mia è oberata di lavoro, è stata autorizzata a prendere le ferie per potersi concentrare solo sulla scrittura di quell’imponente documento, dovendo così mettere da parte tutto il resto». La questione, quindi, è sempre la stessa: risorse inadeguate per gestire un flusso così imponente di lavoro.

Il guardasigilli in questi giorni ha annunciato il bando per 2 mila posti amministrativi nei tribunali. Sperando che questa volta sia la volta buona per gli uffici che devono “piegare”- termine caro del premier Matteo Renzi in tema di antimafia- centinaia di cosche.