Plastic free ci racconta la putrefazione morale

Plastic free ci racconta la putrefazione morale

Da Giorgio Stracquadanio – 27 Ottobre 2019

C’è un tratto che tiene insieme la cultura mafiosa con un pezzo di certa cultura “antimafiosa”. Questa linea viene retta da un concetto semplicistico e di facile presa, che negli anni è diventato sempre più consistente: “la mafia è un fenomeno di malcostume, di violenza e di degrado”. Sia chiaro, questi tre aspetti sono pericolosi per le nostre strutture sociali, ma hanno poco a che vedere con la mafia vera e propria. Elevarli ad atteggiamenti mafiosi, non è sbagliato ma è eccessivo; significa diluire il fenomeno, minimizzarlo per creare confusione, producendo in questo modo un grande vantaggio ai veri mafiosi. Per identificare la vera natura delinquenziale del fenomeno mafioso e le sue ripercussioni nel territorio in cui è radicata, bisogna individuare gli aspetti economici, politici e sociali che la alimentano e la sviluppano. Ma questo prevede uno studio attento del territorio cosa che pochissimi hanno fatto in questi anni e tra questi Giovanni Spampinato.

La recente operazione “plastic free”, coordinata dalla DDA di Catania, ci da alcuni elementi che ci permettono di differenziare il livello criminale da quello realmente mafioso. Come più volte è stato detto in questi anni (Paolo Borrometi l’ha pure scritto): “Bruno Carbonaro – pentito della stidda – non ha mai parlato dei capitali illeciti che ha accumulato durante la sua attività criminale”. Questi soldi come e da chi sono stati gestiti mentre lui era sotto il programma di protezione? Ecco, questa è una domanda che nessuno si è mai posto. Ma a questo quesito se ne affiancano altri: questi soldi, si dice che fossero miliardi di lire, sono stati trasformati in milioni di euro. Come è avvenuta questo cambio? Sono stati investiti in attività? Sono stati depositati in un conto? Sono stati investiti in attività finanziarie? E da chi? Dai personaggi legati a Carbonaro come “Salvatore D’Agosta detto “Turi mutanna” o dai Minardi detti “i barbani”? Non è, forse più plausibile pensare che dietro la gestione di queste somme ci siano stati, e forse ci sono ancora, professionisti e istituti finanziari compiacenti? Con tutto il rispetto per le “capacità imprenditoriali” delle persone arrestate in questa operazione: ma architettare una serie di stutture societarie societarie (società a responsabilità limitata)a a matrioska, capaci di gestire, stoccare ed esportare parte dei rifiuti plastici fino in Cina, non si mette in piedi senza la guida attenta di professionisti esperti tecnicamente e finanziariamente. E’ troppo strano, ma il ruolo centrale di queste figure, in tutte le inchieste che hanno riguardato attività economiche illecite, non emerge mai. Eppure attorno a quest’area grigia fatta di colletti bianchi e di baciapile si coagulano interessi e dinamiche in grado di condizionare il sistema politico istituzionale di un territorio. Una casta in grado di utilizzare le insegne dell’antimafia iconografica e di facciata (Montante insegna) pur di raggiungere certi obbiettivi. Questi invisibili sono l’ossatura portante del sistema mafioso locale, reggono l’intreccio delle relazioni finalizzate all’accumulazione di capitali e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, avvalendosi di un codice culturale che gli permette di godere anche di un certo consenso sociale. Fateci caso, le tante operazioni di polizia, compresa l’ultima, ci hanno sempre consegnato facce bieche e truci di criminali, mai il viso pulito di chi gestisce i capitali illeciti delle attività criminali: perchè? Sono intoccabili? Anche per lo Stato la mafia è solo un fenomeno di malcostume, violenza e degrado?

L’operazione “plastic free” ci conferma anche ciò che da tempo era opinione diffusa: per anni le mafie iblee si sono dedicate al settore delle costruzioni cementificando tutto ciò che era possibile cementificare, ora si sono appropriati dei rifiuti e stanno appestando il territorio. Hanno scavato per poi interrare di tutto e quando non è stato possibile, qua e la lungo la plaga, si materializzavano dense fumarole alimentate anche dai rifiuti urbani. Hanno ammorbato suolo e aria. E mentre le associazioni ambientaliste, insieme alle categorie produttive e al sindacato denunciavano queste anomalie le istituzioni temporeggiavano.

Plastic free” non ci consegnsa l’ennesima raccolta di facce come l’album delle figurine Panini. Indirettamente ci racconta come prepotenza, corruzione e altri mali stiano trasformando la nostra società in una palude mefitica dove è in atto una “putrefazione morale” sempre più contagiosa ma cosa ancora più grave:culturalmente vincente.

Fonte:https://www.laspia.it/

 

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