Pimonte, uno dei violentatori piange:«Noi plagiati dai figli dei boss»

Il Mattino, Martedì 26 Luglio 2016

Pimonte, uno dei violentatori piange:«Noi plagiati dai figli dei boss»

di Daniela De Crescenzo

«Padre, lo so. Ho sbagliato, ma se non avessi partecipato alla bravata, sarei diventato io stesso vittima del branco». Spaventato, piangente, uno dei dodici violentatori ha parlato con il parroco di Pimonte, don Gennaro Giordano. Lo ha fatto come un ragazzo qualunque. Uno con una famiglia normale che non ha mai avuto a che fare con la giustizia e che va a scuola, lui ha spiegato come ci si possa trasformare nel carnefice di una ragazzina che conosceva da sempre. Come da sempre si conoscono tutti in un paese che conta seimila abitanti. «Quasi un mese fa quando hanno saputo quello che avevano combinato i figli, due famiglie sono venute a chiedere aiuto in parrocchia: c’erano anche i ragazzi. Erano pentiti. Hanno detto di aver partecipato alla violenza perché avevano paura dei ragazzi che hanno alle spalle famiglie malavitose. Hanno sostenuto di aver avuto paura di diventare a loro volta vittime di quei bulli se si fossero rifiutati di partecipare a quella che a loro sembrava solo una bravata». Una ricostruzione a prima vista assurda: fare violenza per paura della violenza. Ma il parroco dice: «Un mio amico è stato minacciato solo perché aveva osato condividere la notizia su quello che è successo a Pimonte su un social». La paura, del resto, in paese è diffusa: quasi tutti negano perfino di aver conosciuto i ragazzi della gang. E allora cosa è successo veramente a Pimonte in questi mesi? La ricostruzione, visto il riserbo necessario quando di una vicenda del genere sono protagonisti degli adolescenti non è facile. Ma qualcosa si comincia a capire. La vittima, una quindicenne, appartiene, come spiega il sindaco Michele Palummo, a una famiglia di lavoratori, il padre è un artigiano del settore edile. Gente tranquilla che non ha mai fatto parlare di sè. La ragazzina, però, si era invaghita del rampollo di una famiglia diversa, una di quelle il cui nome ha riempito le pagine dei giornali. Aveva accettato di incontrarlo in un luogo isolato dove avevano avuto un rapporto sessuale. Solo che il ragazzo aveva giocato sporco e aveva avvertito gli amici, undici secondo gli inquirenti, che avevano ripreso il tutto minacciando il video sui social se la quindicenne non avesse accettato di andare anche con loro. Minacce, violenze. Ripetute. Perché dopo qualche settimana la banda è tornata alla carica e la scena si è ripetuta. Ma quando i Carabinieri hanno recitato i capi d’accusa i ragazzi si sono mostrati increduli. Loro stupratori? Ma no, ma quando mai. L’avvocato Umberto D’Apice che difende uno dei ragazzi, uno che studia all’istituto alberghiero, dice: «Solo quando ho spiegato al mio assistito che anche intimorire una ragazza per ottenere in cambio un rapporto sessuale vuol dire usarle violenza, quello ha cominciato a capire ed è rimasto spaventato del suo stesso gesto». Ma cosa li ha spinti, cosa li ha convinti ad orchestrare il piano? Con il figlio del boss, c’erano altri due figli di pregiudicati, gli altri sono tutti ragazzi per così dire tranquilli. Alcuni, quelli di Pimonte, si conoscevano tutti tra loro, altri provenivano da paesi vicini, da Gragnano, uno da Vico Equense. Alcuni frequentavano la stessa scuola, l’istituto alberghiero, altri si erano incontrati per caso. Di certo non erano un gruppo, una comitiva. E allora? Per il parroco il minimo comune denominatore è probabilmente lo scarso interesse mostrato dalle famiglie nel seguirne l’educazione. Quindi sul banco degli imputati ci sono anche loro, le famiglie. Quelle malavitose e quelle normali, ma forse distratte, o semplicemente incapaci di immaginare cosa frulli nella testa di quegli adolescenti. Cosa provano una madre o un padre quando sanno che il figlio ha violentato una coetanea, ha filmato la scena e poi l’ha minacciata di pubblicare il video sui social? Cosa pensano quando sanno che nella bella impresa il figlio aveva undici soci? «Le famiglie che si sono rivolte a me – racconta don Gennaro – non hanno in alcun modo cercato di giustificare i figli. Erano distrutte. E incredule. E’ una cosa orribile, mi hanno detto e mi hanno chiesto di occuparmi dei figli quando la vicenda si sarà conclusa. Io sono pronto a farlo». Le stesse reazioni le racconta l’avvocato Rosalia Miniero che assiste altri due ragazzi: «I genitori che ho incontrato sono frastornati, non immaginano cosa sia potuto succedere. In caserma, dai Carabinieri a Castellammare ho visto anche i ragazzi: piangevano, si disperavano». Piangevano, si disperavano. Ma sembra assurdo, non capivano che costringere una quindicenne ad avere rapporti sessuali con undici persone fosse grave. Ma la vita, qualcuno dovrà pur spiegarlo, non è una fiction e nemmeno un videogame.

NOTA DELL’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO
Qualcuno di quegli orribili soggetti che si sono resi autori  di quell’orrendo delitto che ha visto vittima una ragazzina e che  appartiene ad una  famiglia “normale”  e non composta da infami banditi comincia a rendersi conto della gravità del gesto compiuto.Troppo tardi perché il male é stato fatto ed é irreparabile perché segnerà per sempre la vita di quella povera ragazza.Figli di boss o non sono tutti corresponsabili e debbono pagarla  in maniera che  sia di esempio a tutti. Giudici,sacerdoti,psicologi e sociologi non tentino di  trovare  una giustificazione per qualcuno perchè in casi del genere bisogna  pensare solo  al  male subito dalla vittima.
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