Perché non si consente alla Magistratura di indagare?

Appalti G8, la Camera salva Verdini. Ma su Milanese dà il via libera ai pm

No all’uso delle intercettazioni del coordinatore Pdl, sì a quelle dell’ex braccio destro di Tremonti. De Gennaro: “Il ministro spiato? Servizi segreti non sanno nulla”

ROMA
I pm di Napoli potranno aprire le cassette di sicurezza sequestrate a Marco Milanese e usare i tabulati telefonici per ricostruire i suoi rapporti con la Guardia di Finanza. Viceversa, i pm dell’Aquila non potranno usare le intercettazioni delle telefonate tra Denis Verdini e l’imprenditore fiorentino Riccardo Fusi, coinvolti nell’inchiesta sugli appalti per il G8 dell`Aquila e per la ricostruzione post-terremoto in Abruzzo.

Due voti di segno opposto usciti dall’Aula della Camera a distanza di poco più di mezz’ora oggi hanno dato il via libera quasi all’unanimità alle indagini sull’ex braccio destro del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, assente al voto, mentre hanno salvato, a maggioranza, il coordinatore del Pdl. Sia Milanese che Verdini hanno preso la parola per difendersi davanti all’Assemblea ed entrambi hanno chiesto ai colleghi di rispondere positivamente alla richiesta dei magistrati.

In un discorso applaudito solo dal Pdl, l’ex consigliere politico di Tremonti, su cui pende anche una richiesta di arresto che sarà esaminata dal 19 settembre dall’Aula, si è dichiarato «innocente» perché, ha spiegato, «nessuno dei fatti che mi vengono contestati è vero e ho un solo modo per dimostrarlo, un solo modo per liberarmi dall’onta che mi sovrasta: che le indagini proseguano e si compiano più velocemente possibile. Sono stato schiacciato dalla veemenza del vento della calunnia alimentato da ogni parte». E si è rivolto anche direttamente a Pier Luigi Bersani, il segretario di quel Pd che si interroga, dopo il caso di Filippo Penati, sulla questione morale: «E’ evidente l’attacco mosso da più parti al sistema dei partiti. Non intervenire per capire cosa c’è dietro questa macchina del fango sarà per tutti noi imperdonabile». Per Bersani «non c’è nessuna sottovalutazione, ma non ci può essere un’ammucchiata. Non rivendichiamo differenze genetiche, ma differenze politiche sì».

Se per l’ex braccio destro di Tremonti quasi tutta l’Aula – ad eccezione di una fronda ‘garantista’ di una trentina tra deputati del Pdl e dei responsabili – ha dato il via libera alle richieste dei pm, Verdini è stato “salvato” con i voti del Pdl, dei responsabili, ma anche della Lega che, a differenza di quanto dichiarato dal capogruppo Marco Reguzzoni alla vigilia del voto su Alfonso Papa (arrestato anche con i sì dei deputati del Carroccio), oggi ha condiviso le ragioni del no all’uso delle intercettazioni illustrate in Aula dal relatore del caso Enrico Costa (Pdl). «Nessun passo indietro – si difende il leghista Luca Paolini – la decisione presa non blocca il processo». Costa ha spiegato che «le intercettazioni per cui si chiedeva l’autorizzazione erano state disposte nell’ambito di un procedimento penale diverso da quello per il quale ora siamo stati chiamati a pronunciarci». Ragioni condivise anche dai sei deputati radicali eletti nel Pd che hanno votato con la maggioranza.

Per il leader Idv, Antonio Di Pietro, «fra un po’ in Parlamento avremo solo delinquenti. E’ stato approvato un principio aberrante, vale a dire che tutti coloro che hanno una conoscenza abituale con un parlamentare non possono essere intercettati». Nel suo intervento, applaudito dalla maggioranza e dall’Udc, Verdini ha chiesto una revisione della disciplina sulle intercettazioni e ha osservato: «Sono due anni che vengo travolto dal tritacarne mediatico e giudiziario. Sono abbastanza forte, nessuno mi distrugge, non ho paura, ho perso molte cose, ma non voglio perdere la mia onorabilità».

Tremonti “spiato”, De Gennaro si sfila
Intanto il direttore del Dipartimento informazioni e sicurezza Gianni De Gennaro nega ogni coinvolgimento degli uomini dell’intelligence nella vicenda denunciata dal dell’Economia e sulla quale la procura di Roma ha aperto un’inchiesta: se Tremonti è stato «spiato, controllato e pedinato», i servizi segreti non ne sanno nulla. E in ogni caso gli 007 non si sono interessati alla vicenda, perchè «non ne hanno alcun titolo» e perchè «nessuno ci ha contattato per occuparcene». Ma davanti ai commissari del Copasir che gli hanno posto la domanda, De Gennaro non ha escluso che qualcun altro possa averlo fatto. C’è un importante inchiesta della magistratura, ha spiegato, e spetterà ai pm accertare come sono andati i fatti. De Gennaro non ha dunque chiarito i dubbi sollevati dal titolare di via XX settembre, limitandosi ad escludere un ruolo dei suoi uomini. Anche per questo, quando a settembre sarà sentito il comandante della Guardia di Finanza Nino Di Paolo in un’audizione già calendarizzata da settimane, i commissari sono pronti a girargli la domanda fatta oggi al direttore del Dis. Visto che la scorta del ministro è composta da uomini delle Fiamme Gialle e visto che Marco Milanese ha chiamato in causa il corpo lo scorso 13 giugno nell’interrogatorio davanti ai magistrati.

La vicenda ruota attorno alla casa in via di Campo Marzio presa in affitto da Marco Milanese per 8.500 euro al mese dal Pio Sodalizio dei Piceni e utilizzata da Tremonti, per la quale il ministro pagava – secondo il deputato del Pdl e lo stesso ministro – circa 4mila euro mensili in contanti, in tranche da mille euro a settimana. Per spiegare questa scelta, il ministro ha sostenuto di aver deciso di accettare l’offerta di Milanese per questioni di privacy: l’abitazione garantiva una maggiore riservatezza rispetto alla caserma della Gdf (dove ha risieduto fino al 2004) o all’albergo dove andava abitualmente fino al 2009 quando era a Roma. «Mi sentivo spiato, controllato, pedinato» ha detto il ministro, e per questo ha scelto di spostarsi in via di Campo Marzio. Ma da chi era spiato? Tremonti non lo ha mai rivelato escludendo anche di aver «mai detto a Berlusconi che mi voleva far fuori tramite la Gdf», mentre il suo ex consigliere ha svelato qualcosa di più. Il ministro gli avrebbe detto di aver avuto «uno sfogo con il presidente del Consiglio Berlusconi perchè aveva saputo che era seguito». E secondo Milanese, Tremonti faceva riferimento «anche alla Gdf ed al generale Adinolfi».

(Tratto da La Stampa)

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