Perché lo Stato non si decide ad attrezzare un apparato nel Basso Lazio adeguato per fronteggiare con efficacia il predominio delle mafie ?

E’ L’INTERO BASSO  LAZIO  ORMAI SOTTO IL TALLONE  MAFIOSO,DA CASSINO E LA PROVINCIA DI FROSINONE,A FORMIA-GAETA E L’INTERA PROVINCIA DI LATINA…………….

 

Lo Stato di diritto ,quello che noi consideriamo il vero Stato e per il quale ci battiamo,sembra aver perso il controllo di quel territorio.

Noi ci siamo battuti,ai tempi in cui il Ministero della Giustizia stava disegnando la nuova geografia giudiziaria e si parlava di soppressione del Tribunale e della Procura di Cassino,per non farli sopprimere in quanto essi rappresentano  l’unico presidio giudiziario al confine con la Campania ed in grado di far fronte  all’invasione della camorra.

Il problema,però,non sono tanto i giudici quanto,piuttosto,tutto l’apparato che lo Stato dovrebbe approntare e mettere a disposizione per supportarli nella loro azione.

Se,infatti,sulle loro scrivanie non arrivano le informative,i documenti,le prove,le piste,per poter agire,essi non possono inventarsi le cose e fare miracoli.

Orbene,si continua a far finta di non capire. Oggi,quando si parla di mafia,si deve parlare di economia , di politica e di istituzioni.

E’ fuorviante e riduttivo parlare dei boss o dei soldati,se non si parla,al contempo,dei soldi che essi hanno investito ed investono e delle relazioni strettissime che essi hanno avuto ed hanno con la politica e le istituzioni,o,quanto meno,con pezzi di queste.

Sono anni che noi denunciamo una carenza drammatica sul piano investigativo in tutto il Basso Lazio e questo compito non spetta alla magistratura ma alle forze dell’ordine del territorio e a chi le dirige al vertice.

Se i magistrati – non solo noi-sostengono che ci troviamo in presenza nel Basso Lazio di una situazione straordinaria che vede il predominio delle mafie,con ampie articolazioni nella politica e nelle istituzioni,e lo Stato non provvede ad attrezzarsi  e ad impegnare in loco il fior fiore dell’intelligence con uomini adatti e mezzi,qualcosa non ci torna.

E’ questo il problema dei problemi.

Perché ?

 

 

 

 

 

 

«Oggi Cassino è esattamente com’era Caserta dieci anni fa. Se lavoreremo bene, tra dieci anni avremo evitato che Cassino diventi com’è oggi Caserta». Parole dell’allora procuratore capo di Cassino Gian Franco Izzo. Le pronunciò nel 1997 durante i giorni del suo insediamento. Di anni ne sono trascorsi quasi venti. E Cassino si è casertizzata molto più di quanto si immaginasse.

 

 

Non per colpa del procuratore della Repubblica Izzo. Né per negligenza dei suoi successori o dei loro sostituti. Tantomeno per incapacità o indolenza delle forze dell’ordine.

La totale casertizzazione di Cassino è un dato di fatto. Reso ancora più evidente dalla circostanza che tutti fingono non sia vero e girano la faccia dall’altra parte. Sminuiscono. Rifiutano. Il primo sintomo della casertizzazione è questo.

Evitano così di guardare i ragazzi che regolano i loro conti in piazza Labriola, quella che doveva essere il salotto della città: di fronte al tribunale, alle spalle dei principali studi professionali, tra bar e aperitivi. In pieno giorno o di notte non fa differenza. Ogni tanto si accoltellano, un annetto fa si sono sparati. L’errore fondamentale è ridurre il fatto ad una questione tra ragazzi. L’ormone giovanile è una cosa, la violenza per il controllo dello spaccio di droga è altro.

Mentire per non spaventare la piazza è una complicità morale. Perché al germe della violenza se ne sta aggiungendo un altro. Quello dell’omertà. La paura a Cassino deve essere evidente. Ma la si deve subire in silenzio. Solo così si capisce la mentalità nella quale pochi giorni fa ad Aquino un minorenne è stato punito con una coltellata dai ragazzi che aveva denunciato. Solo così si comprende la gravità delle minacce scritte la vigilia di Natale con lo spray e le urine sui marmi di quella che dovrebbe essere la sede della Giustizia.

Non sono frasi tra innamorati. Sono minacce. Con tanto di nomi. Tracciate sui marmi del tribunale, bene in vista agli occhi di tutta la città: uno sfregio a chi dovrebbe amministrare la Giustizia, uno sberleffo a chi dovrebbe tutelare l’ordine pubblico, un monito a tutta Cassino.

Quelli che negano la casertizzazione di Cassino si aggrappano al fatto che in città non c’è un clan insediato. Non c’è una piovra che allunga i suoi tentacoli su ogni cosa, chiedendo il pizzo ai negozianti, pilotando gli appalti, gestendo i furti e lo smercio della refurtiva. Non si spara sulle strade di Cassino. Nulla di più sbagliato. La piovra c’è, agisce da anni e non la vede solo chi pensa alla camorra come quella dei film.

Tutti quelli che hanno avuto il coraggio d’indagare hanno scoperto ben altro. E cioè che a Cassino non si spara solo perché la città ed i suoi negozi servono ad altro. Servono per reinvestire il denaro sporco, riciclare attraverso attività di copertura quello incassato con l’economia criminale. Il racket c’è: lo esercitano gli stessi gruppi che riscuotono le tangenti nel Casertano e nel Napoletano; si sono intelligentemente divisi la piazza di Cassino. Non in modo geografico ma in maniera economica: se uno della mia zona va a Cassino per investire, mi deve la tangente anche su quello che fa in Ciociaria.

Chi viene da lontano nel tempo ha ben chiare le cifre messe subito in evidenza da quel magistrato di prim’ordine che rispondeva al nome del procuratore capo Orazio Savia (a proposito, le accuse di avere tentato di radicare a Cassino l’inchiesta sulle tangenti per l’Alta Velocità non sono mai state confermate). Appena arrivato a Cassino, Savia scoprì quello che sapevano tutti: che in città si fa il riciclaggio del denaro. E lo dimostrò con un banalissimo dato di fatto. Il numero di sportelli bancari ed agenzie finanziarie è assolutamente sproporzionato rispetto al numero di attività o al volume di denaro presente. Ci mise un attimo a scoprire che la camorra si stava aprendo una banca in città. Ed in 48 ore ne impedì l’apertura.

Savia era scomodo. E non finì la carriera in modo simpatico. Così come hanno avuto un’esistenza scomoda tutti quelli che hanno lavorato con lui o hanno avuto il coraggio di dire con chiarezza ciò che le indagini stavano portando alla luce.

Invece fa comodo dire che Cassino sia un’oasi felice, che la società stia facendo da barriera. Prefetti, questori, sindaci e compagnia amministrante, spesso preferiscono negare l’evidenza. Così non creano imbarazzi al Viminale, che non è costretto a dover mandare un numero adeguato di carabinieri e poliziotti per tornare a controllare questo territorio come occorrerebbe.

Il Ministero si è voltato dall’altra parte. Non c’è da stupirsi: alcuni ministri dell’Interno e sottosegretari con delega alla Pubblica Sicurezza, in questi anni sono stati arrestati per connessioni con la camorra. Lo Stato si è lentamente defilato come l’Impero in decadenza raccontato da Asimov nei primi capitoli della sua Quadrilogia della Fondazione. A cascata, ognuno ha iniziato a voltarsi. E la camorra ha continuato a fare sommessamente ma in abbondanza i suoi affari a Cassino. Cementificando, reinvestendo, riciclando. Insieme alla ‘ndrangheta calabrese ed alle scorie della banda della Magliana. Che, sentitamente ringraziano.

Ora, ci voltiamo dall’altra parte per non vedere anche la criminalità urbana. Che è cresciuta, si è radicata, esercita il suo controllo sul centro e sulla periferia.

Benvenuti a Cassino, succursale criminale e morale di Caserta.

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