patuzza e quei manifesti di “Forza Italia, Sicilia Libera”

Si narrà che Spatuzza, il super pentito della mafia che domani deporrà a Torino per il processo d’Appello Dell’Utri, per mostrare ai magistrati la propria affidabilità, abbia dovuto farsi condurre a Palermo, scortato dai militari, e là, lungo le vie dove la mafia c’è ma non si vede, lungo un non meglio precisato corso trafficato d’auto tutti i giorni, abbia mostrato due pilastrini, o due paletti che una volta erano i sostegni di cartelloni pubblicitari. Su uno di essi venne affisso, secondo lui, un manifesto elettorale. Era il 1992 o il 1993. Prima della discesa in campo del Cavaliere. “Forza Italia, Sicilia Libera”, vi era scritto.
Con questa rivelazione, Spatuzza confermerebbe le illazioni sulla vera nascita di Forza Italia e sulle relazioni in odor di mafia del suo co-ideatore, ovvero Marcello Dell’Utri.
Sicilia Libera sarebbe stata il progetto politico della mafia. Era la risposta della mafia alla Lega Nord, un progetto politico che per la mafia era stato creato da Andreotti e da Gelli. In realtà Gelli compare qua e là anche nel brulicare di leghe meridionaliste che sorgono a cavallo degli anni 1987-1993. Il programma di Sicilia Librea? La secessione, naturalmente. Come la Lega Nord. Lo scopo principale era ricattare i politici di riferimento, la corrente andreottiana, forse. A fondarla fu, per ordine della mafia dei vincenti, i Corleonesi, un certo Cannella con il sostegno di Bagarella e l’appoggio politico di don vito Ciancimino. Secondo il sindaco mafioso, il progetto avrebbe ricevuto il contributo fondamentale della ’ndrangheta calabrese, poiché là in Calabria, “là c’è la vera massoneria”. Poi Provenzano, all’inizio del ‘94 fece naufragare il progetto, per appoggiare un partito nascente, organizzato da un imprenditore del nord: Forza Italia.
E questa è solo la premessa.

    • Sono ombre lunghe quelle che si posano ora su Silvio Berlusconi. Ombre di un pesante sospetto, formulato ultimamente da Gaspare Spatuzza, un pentito, un testimone-chiave ravveduto di Cosa Nostra, la mafia siciliana. Spatuzza sostiene che Berlusconi all’inizio degli anni Novanta sia stato scelto e innalzato a referente politico dal clan dei Graviano di Brancaccio, un quartiere di Palermo. Che quindi l’ingresso in politica di Berlusconi sia avvenuto con la benedizione e il sostegno della mafia.
    • Venerdì prossimo Spatuzza, un tempo membro del clan pregiudicato dei Graviano, sarà sentito dalla giustizia. Dai risultati dell’interrogatorio e da una montagna di nuovo materiale, venuta alla luce negli ultimi mesi, sui legami tra Stato e mafia, potrebbe maturare la necessità di un processo: contro il premier italiano.
    • Con la «strategia della tensione» Cosa Nostra voleva costringere lo Stato a trattare. Inutilmente. Le mancava un partner fidato. Ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, dell’omonimo clan, fu richiesto dalla «cupola» di formare una nuova alleanza. Se possibile con un nuovo partito, con gente nuova. Nel 1993 i fratelli trascorsero molto tempo tra Roma e Milano. E devono essere stati a lungo in contatto con Vittorio Mangano, lo stalliere al servizio della villa di Berlusconi ad Arcore, vicino a Milano. Berlusconi non è mai riuscito a spiegare in modo convincente perchè abbia assunto il mafioso.
    • Così come non ha mai chiarito dove prese i soldi che fecero di lui un magnate degli immobili e dei media. L’ostinato rifiuto di Berlusconi di parlare di questo e di fornire giustificazioni dinanzi a una corte ha rafforzato ulteriormente il sospetto di provenienza illecita. Alla fine del 1993 nacque Forza Italia: una creatura di Marcello Dell’Utri, l’amico siciliano di Berlusconi. Il partito riempì il vuoto. Con l’aiuto dei suoi media Berlusconi salì al potere al primo tentativo nel 1994. Iniziava la Seconda Repubblica.
    • L’esperienza di “Sicilia Libera” cominciò a traballare pochi mesi dopo la sua nascita. Nel febbraio 1994 la situazione era cosi fluida che il club del San Paolo Palace, creato dall’imprenditore Gianni Ienna, prestanome dei boss di Brancaccio, era stato ribattezzato “Forza Italia Sicilia Libera”.
    • A giugno, la scelta autonomista era già tramontata.
    • A spiegarlo a Cannella fu don Vito Ciancimino, durante un periodo di comune detenzione nel carcere romano di Rebibbia, nell’estate del ’95: << Mi disse- ha raccontato l’imprenditore- che il progetto di Sicilia Libera costituiva l’attuazione di una strategia politica che lui, tramite l’appoggio e l’apporto ideativi di Bernardo Provenzano, aveva portato avanti negli anni precedenti, tramite la Lega Meridionale o qualcosa di simile, Aggiunse che a questo progetto aveva collaborato fortemente la’ndrangheta calabrese. Specificò al riguardo: “ devi sapere che la vera massoneria è in Calabria e che lì gode di appoggi a livello di servizi segreti” >>.
    • Provenzano aveva già vagliato la scelta autonomista
    • Sin dal 1990/91 c’era un interesse di Cosa Nostra a creare movimenti separatisti, erano sorti in tutto il meridione con varie denominazioni. Erano caratterizzati da una contrapposizione con la Lega Nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obiettivi. “Sicilia Libera” era nata essenzialmente per la volontà dell’organizzazione mafiosa di punire i politici che una volta erano amici, preparando il terreno a movimenti che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o meglio, legati alla criminalità ma presentabili. Erano poi venute maturando le premesse per la creazione di un movimento politico unitario, che avrebbe assicurato gli stesi obiettivi che avevamo iniziato a perseguire con i movimenti separatisti

    • quando nell’ottobre ’93, su incarico di Bagarella, costituii a Palermo “Sicilia Libera”, le due strategie già coesistevano, e lo stesso Bagarella, tuttavia, non intendeva rinunciare al programma separatista, perché non voleva ripetere” l’errore” di suo cognato, cioè dare troppa fiducia ai politici. Voleva conservare la carta di un movimento in cui Cosa Nostra fosse presente in prima persona

    • Verso la fine del ’93 –racconta ancora Cannella – Filippo Giroviano mi disse testualmente: “ Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c’è chi si cura i politici? Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti”

    • i tabulati delle sue telefonate hanno rilevato la rete di contatti che si dipanava dalle ceneri di “ Sicilia Libera” verso la macchina elettorale di Forza Italia. A districarli è stato il consulente informatico della Procura di Palermo, Gioacchino Genchi, su incarico dei PM Domenico Gozzo e Antonio Ingoia, che sostengono l’accusa nei confronti di Marcello Dell’Utri
    • Uno degli interlocutori di Cannella è il principe Domenico Napoleone Orsini
    • Le successione cronologica delle chiamate, gli spostamenti di Orsini fra il Lazio. La Sicilia, la Calabria e la Lombardia rappresentano per i magistrati di Palermo la prova che esisteva pieno accordo tra i protagonisti di “Sicilia Libera”, il movimento di Cagarella, e la nascente Forza Italia
    • E mentre Cannella e il resto di Cosa Nostra tesseva le sue relazioni, era a Milano che altri mafiosi cercavano la svolta. Non è un caso che i boss di Brancaccio, Filippo e Giuseppe Giroviano, vennero arrestati dai carabinieri, nel ’94, proprio nel capoluogo lombardo
    • La pista dei Graviano è però rimasta cruciale, soprattutto per le indagini della Procura di Firenze sulle stragi del’ 93. I protagonisti di quella nuova stagione di morte erano proprio loro, i fratelli terribili di Brancaccio, insieme a Matteo Messina Denaro, figlio di Francesco, il campiere della famiglia di Antonio D’Alì, parlamentare azzurro e sottosegretario all’Interno del secondo governo Berlusconi.

(Tratto da Yes, Political!)

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