Parliamo sempre di una mafia composta da persone che vengono da fuori regione

ANCORA UNA LETTURA MINIMALISTA SUL FENOMENO MAFIOSO IN PROVINCIA DI LATINA

Abbiamo sempre apprezzato ed apprezziamo l’opera del Questore di Latina D’Angelo nell’azione di contrasto delle mafie.

Come apprezziamo quella del Col. Piccinini del GICO di Roma.

Ad entrambi giungano le espressioni più profonde di gratitudine e di incoraggiamento a proseguire sul cammino intrapreso.

Ma il discorso non è rivolto a loro, ma a tutto quell’esercito di ipocriti, di opportunisti e di fiancheggiatori che solo ora si vedono costretti, di fronte all’evidenza, ad ammettere a mezza bocca che… la mafia c’è ed è radicata.

In provincia di Latina, ovviamente.

A Frosinone, invece, c’è ancora chi ha la faccia tosta di negarne l’esistenza.

Ma parliamo, per ora, di Latina.

Ma dove sta l’inghippo?

Emerge la tendenza ad ammettere l’esistenza del fenomeno come un fatto che… proviene dall’esterno, estraneo, cioè, al nostro tessuto.

Un fenomeno imposto e da noi subito.

I camorristi vengono dalla Campania e sono tutte persone campane.

Come i mafiosi sono siciliani e calabresi.

Questa è la lettura che si vuole far passare.

Non è così, perché c’è, con quella esterna, anche una mafia indigena, locale, composta da persone che fanno parte del nostro tessuto, che stanno in mezzo a noi e che, in un modo o in un altro, fanno parte integrante delle organizzazioni malavitose.

E’ lì che bisogna operare.

Se non si fa questo, il problema non sarà mai risolto.

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