Paolo Bongiorno, ucciso a Lucca Sicula

Paolo Bongiorno, ucciso a Lucca Sicula

di Dino Paternostro

24 Dicembre 2020

«La sera del 27 settembre del 1960, Paolo Bongiorno, dopo una riunione del partito, stava rincasando in compagnia del giovane nipote Giuseppe Alfano, leader dei giovani comunisti.

Come ogni sera, Paolo, uscendo dai locali della Camera del Lavoro di Lucca Sicula, della quale era segretario, ritornava a casa attraversando le vie del centro storico del piccolo centro montanaro dell’agrigentino, abitato da circa tremila abitanti. Chiacchierando, zio e nipote (…) giunsero in via Valle, all’estrema periferia del paese, dove vi erano le loro abitazioni.

Erano le 22,30 circa quando, giunti a pochi metri dall’abitazione, due scariche di lupara, sparate da ignoti killer nascosti dietro lo spigolo di un muro, colpirono alla schiena Paolo Bongiorno. Lui emise un forte grido di dolore e, dopo aver fatto alcuni balzi in avanti, stramazzò al suolo in fin di vita. Il giovane nipote, terrorizzato, chiamò aiuto e allarmò i vicini di casa e la zia Francesca Alfano, moglie del Bongiorno. Poi corse ad avvisare i carabinieri della locale stazione». Racconta così l’omicidio di Paolo Bongiorno lo studioso Calogero Giuffrida, in un saggio storico che si avvale della prefazione di Emanuele Macaluso.

«Nel 1960 – scrive Macaluso – la Sicilia sembrava che fosse uscita da quel tunnel di morte, invece no. Il notabilato locale, che in alcuni comuni siciliani aveva covato odio per il movimento contadino e conviveva con la mafia, che usava la delinquenza per servizi sporchi, non tollerava che ci fossero uomini con la schiena dritta che rivendicavano i diritti dei lavoratori.

Spesso, con il notabilato locale convivevano marescialli e brigadieri dei carabinieri che si sentivano onorati di essere “amici” di un “signore”: piccoli miserabili. E coprivano anche i crimini di quei signori». «Mi trovavo a letto ancora vegliante – raccontò la moglie della vittima ai carabinieri giunti sul posto dopo alcuni minuti – sentii due colpi di arma da fuoco che si susseguivano l’uno all’altro. Preoccupata abbandonai il letto e, prima ancora di affacciarmi, mio nipote m’invitava ad aprire gridando: “Zia apri, ci hanno sparato”. Mi precipitai fuori e trovai mio marito a terra; poiché sembrava semplicemente svenuto, con mio fratello lo trasportammo a casa. Adagiatolo sul letto cercai di rianimarlo e gli porsi un bicchiere d’acqua che egli bevve. Aveva gli occhi spalancati e mi fissava, senza comunque profferire parola. Mi parve che avesse in animo di dirmi qualche cosa ma dopo pochi istanti spirò».

Paolo Bongiorno morì a 38 anni tra le braccia della moglie, che «rimase sola e disperata, in stato di avanzata gravidanza e con cinque creature in tenera età da accudire». Con Francesca, infatti, si era sposato il 22 ottobre 1944 ed avevano avuto già cinque figli: Giuseppe, Pietro, Giuseppina, Salvatore ed Elisabetta. La sesta, Paolina, sarebbe nata dopo la sua morte.

Il dirigente sindacale era nato a Cattolica Eraclea (Ag) il 30 luglio 1922 da Giuseppe e da Giuseppina Renda. Qui aveva partecipato alle “cavalcate contadine” per la terra, organizzate dal giovane intellettuale comunista Francesco Renda e dal leader del movimento contadino di Cattolica Eraclea Giuseppe Spagnolo, che nel 1946 sarebbe diventato sindaco del paese. Ma nel 1947 Bongiorno venne arrestato e costretto ad abbandonare gli scioperi per un reato commesso molti anni prima. Scontata la pena di diciotto mesi, nel 1949 si trasferì con la famiglia a Lucca Sicula, dove già risiedeva la famiglia di sua moglie. Ritornò così a lavorare la terra, ma lavoro ce n’era poco e Paolo decise di emigrare in Francia in cerca di fortuna. Qui cominciò a fare il manovale edile, ma dopo 40 giorni tornò in Sicilia, vinto dalla nostalgia per la sua terra e per la sua famiglia.

A Lucca Sicula, quindi, «ricominciò a lavorare in campagna, riadattandosi a condizioni e paghe di lavoro pietose. Cercava una via di riscatto, senza tentennamenti preferì la strada dell’impegno politico. Si avvicinò al partito comunista, fu colpito da un grande leader di Lucca Sicula come Giovanni Bufalo, anarchico prima e comunista poi, sindaco di Lucca Sicula, capo dello schieramento popolare, sotto la cui guida nacquero dirigenti ispirati da elevati valori etici e morali.

Paolo Bongiorno, dopo un po’ di tempo di attività nel partito, fu nominato segretario della Camera del Lavoro locale. Con passione, il neo segretario della Camera del Lavoro cominciò ad interessarsi localmente dei problemi che assillavano la categoria dei braccianti, urtando spesso con gli interessi economici, ma anche di prestigio sociale, dei datori di lavoro». Per la grande stima che si era conquistato all’interno del partito, nel 1960 fu candidato al consiglio comunale nelle liste del Pci per le elezioni amministrative, che si sarebbero svolte il 6-7 novembre.

Probabilmente il partito puntava su di lui per la carica di sindaco, dato il forte ascendente che aveva tra i lavoratori di Lucca Sicula, dove in quei giorni stava organizzando uno sciopero generale, che si annunciava come un grande successo. Il partito comunista a Lucca presentò la lista per le elezioni comunali il 26 settembre del 1960, la sera dopo Paolo Buongiorno venne assassinato.

Durante la veglia funebre, la moglie disperata gridava: «Pi lu partitu ci appizzasti la vita». La vedova Bongiorno, infatti, non ebbe il minimo dubbio sul perché dell’omicidio del marito. Paolo era stato ucciso per la sua attività politica e sindacale, che svolgeva in favore dei braccianti e dei contadini poveri. «Dopo una veglia straziante, che si protrasse per tutta la notte, intorno alla salma del dirigente politico ucciso, alle ore 13 circa del 28 settembre, si svolsero i funerali.

Familiari e amici, compagni, sindacalisti e politici, contadini, operai e numerosi cittadini piangenti diedero l’ultimo saluto a Paolo Bongiorno, accompagnandolo, in mesto corteo, sino al cimitero, tra le grida di disperazione e dolore della famiglia.

A dare l’estremo saluto al valente dirigente politico giunsero il segretario regionale della Camera del Lavoro, Pio La Torre… e i dirigenti del Partito comunista, Guglielmini e Nando Russo. Erano presenti anche i dirigenti della federazione comunista di Sciacca, Giacone, Leonte e Scaturro, e gli attivisti comunisti di Burgio, Ribera, Cattolica Eraclea e di tutti gli altri paesi viciniori. Per il dirigente politico comunista barbaramente ucciso non fu celebrato il rito religioso in chiesa, ma il corteo si fermò a celebrare una commemorazione laica davanti ad un ripiano in muratura su cui salì l’on. Girolamo Scaturro, deputato comunista all’Assemblea Regionale Siciliana, il quale pronunciò brevi commosse parole, ricordando la figura del Bongiorno, «la sua attività disinteressata e continua, diretta a salvaguardare gli interessi dei braccianti di Lucca Sicula». Ricordò «il suo carattere buono, il suo affetto verso la moglie, i bambini e la famiglia tutta e la caparbietà con cui Paolo Bongiorno teneva la bandiera dei lavoratori a Lucca Sicula».

Proprio in quel momento, singhiozzando, quasi urlando, una giovane donna, la sorella di Bongiorno, gridò: “Questa bandiera oggi sono pronta a prenderla io”. L’onorevole comunista terminò l’orazione ricordando che «l’addio migliore che si può dare al Bongiorno è che egli possa riposare in pace e quello di raccogliere la sua attività e continuare quella lotta che egli per tanti anni aveva sostenuto contro avversari tanto più forti». «Strazianti le immagini dei figli e dei parenti della vittima apparse, il giorno successivo al funerale, su vari quotidiani nazionali. Dopo il corteo al cimitero, come di rito, si assistette a un pellegrinaggio commosso verso l’umile casa dei Bongiorno per rivolgere le condoglianze ai familiari della vittima.

Tra i singhiozzi, la vedova di Bongiorno continuava a ripetere ai compagni che le si accostavano, quasi per rincuorare, e ad un tempo ammonire agli altri: «Non ci dimentichiamo che è morto per il partito. Lui è morto, ma noi più forti siamo!». In queste parole c’era la prima fiera risposta agli assassini di Paolo Bongiorno e soprattutto ai loro mandanti.

A porgere le condoglianze alla famiglia Bongiorno anche il deputato socialista Francesco Taormina, i dipendenti del Banco di Sicilia e i familiari di Accursio Miraglia, il segretario della Camera del Lavoro di Sciacca, che la mafia aveva ucciso il 4 gennaio 1947.

Venne a porgere le condoglianze anche l’on. Gaetano Di Leo, il capo della Dc nel circondario di Sciacca.

«Il prefetto… intervenne nelle indagini sul delitto di Paolo Bongiorno, facendo pervenire ai corrispondenti di giornali e di agenzie una breve «nota orientativa» sulla figura della vittima. “Paolo Bongiorno non era più segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula”, scriveva il Prefetto, il quale aveva inoltre informato la stampa dei “gravi precedenti penali di Paolo Bongiorno” e dello “stato di esaurimento nervoso” della vittima, quasi ad insinuare che la vittima fosse un demente o presso a poco. Si può parlare di depistaggio? Si può pensare, nella Sicilia degli anni ’60, che la mafia condizionasse le scelte dei massimi rappresentanti delle istituzioni? L’esperienza lunga e dolorosa del movimento dei lavoratori in Sicilia è illuminante. I dirigenti sindacali e politici assassinati dalla mafia erano stati sistematicamente indicati dalle autorità come personaggi “rissosi” o “violenti”.

Il partito comunista di Lucca Sicula, invece, non ebbe dubbi. Quello di Bongiorno fu un chiaro delitto politico, organizzato dalla mafia locale, perchè Bongiorno era un uomo di punta del Pci e si era distinto per la sua accesa lotta contro il tentativo della cosche locali di controllare il mercato del lavoro. Si tratta pertanto di una ritorsione. Il caso Bongiorno giunse in Parlamento e venne posto all’attenzione della commissione antimafia.

«Il povero Paolo Bongiorno – dichiarò Salvatore Oliveri – venne ucciso perché era stato incluso nella lista del mio partito. (…) In merito all’attività sindacale svolta dal Bongiorno posso dire che in occasione della passata campagna di mietitura lo stesso si interessò per un migliore trattamento dei braccianti agricoli, chiedendo per essi una retribuzione giornaliera di 3.000 lire per otto ore di lavoro. Tale richiesta urtò i produttori i quali non risparmiavano, ovunque si trovassero, critiche e commenti sfavorevoli verso il Bongiorno e le sue richieste».

Da sottolineare che lo sciopero dei lavoratori di Lucca Sicula, che Bongiorno stava organizzando per il 1° ottobre, in preparazione dello sciopero generale dei lavoratori siciliani del successivo 5 ottobre, «aveva suscitato le ire dei datori di lavoro, dei grossi proprietari terrieri e impresari che cominciavano a gestire gli appalti in paese in periodo di boom economico e speculazione edilizia».

La sua stessa candidatura al consiglio comunale non piacque per niente al padronato e ai loro referenti politici. «Questi elementi, invece, apparvero irrilevanti al maresciallo Girolamo Inzerillo, il primo ad occuparsi del delitto del sindacalista Bongiorno, sentendosi in qualche maniera costretto dagli eventi a dovere aprire delle serie indagini sul delitto di Paolo Bongiorno. Nel comunicare l’avvenuto delitto alla Procura della Repubblica di Sciacca, infatti, il maresciallo Inzerillo – come a giustificarsi col Prefetto, che con la sua “nota orientativa” sulla figura della vittima aveva, in sostanza, espresso il suo autorevole parere sul delitto – scriveva: “L’uccisione del Bongiorno provocava viva indignazione fra questa popolazione, soprattutto per il fatto che egli lasciava sul lastrico la moglie in stato di avanzata gravidanza e cinque figli. Tale pietosissima realtà, veniva, purtroppo, inumanamente e immediatamente offuscata o quasi completamente dimenticata, perché gli sguardi e l’attenzione dell’opinione pubblica in generale e dei superficiali e creduloni in particolare (fra questi ultimi compresi la moglie e i parenti della vittima), vennero attratti dall’alone di viva luce politica col quale gli esponenti comunisti avevano voluto prontamente e opportunamente mettere in risalto il delitto. (…) In effetti – scrisse il maresciallo Inzerillo – il Paolo Bongiorno era semplicemente il rappresentante della categoria braccianti di questo comune, aderenti alla CGIL”. Cosa da poco insomma, “semplicemente il rappresentante della CGIL”. Cosi come “semplicemente” rappresentanti dei braccianti erano stati, anni addietro, Giuseppe Scalia, Accursio Miraglia, Epifanio Li Puma, Calogero Cangialosi, Nicolò Azoti, Andrea Raja, Placido Rizzotto, Giuseppe Spagnolo, Salvatore Carnevale e altri…», è l’amara considerazione di Giuffrida.

Anche il “Giornale di Sicilia” di Palermo sostenne la posizione minimalista del Prefetto di Agrigento, secondo cui «il movente politico si ritiene doversi escludere in considerazione della modesta figura della vittima, che in questi ultimi tempi si era dedicato soprattutto alla famiglia e al suo lavoro».

«Paolo Bongiorno, in verità, era uno dei dirigenti politici più attivi della sinistra di Lucca Sicula fino al giorno della sua morte. La segreteria regionale della CGIL, guidata da Pio La Torre, aveva informato, con una nota, la prefettura di Agrigento e la stampa che la vittima ricopriva la carica di segretario della Camera del Lavoro di Lucca Sicula sin dal 1949. I dirigenti provinciali del partito comunista fecero sapere che il Bongiorno era membro del comitato direttivo del Pci di Lucca Sicula, ed era stimato dirigente anche a livello provinciale».

Nelle elezioni comunali del 1960 «a Lucca Sicula, in nome di Paolo Bongiorno, fu riconquistato il comune». Ed in consiglio comunale venne eletta Rosa Bongiorno, sorella di Paolo, la donna coraggiosa che ai funerali aveva gridato: «Quella bandiera la porterò io». Era stata candidata al posto di Paolo alle elezioni del 6-7 novembre 1960, ottenne circa 80 voti ed in consiglio rappresentò la continuità dell’impegno del fratello.

«La sua vita – scrive di Bongiorno Emanuele Macaluso – era limpida: si svolgeva tra il lavoro duro del bracciante, la Camera del Lavoro, la sezione comunista e la famiglia. Tutto qui. I suoi nemici erano solo coloro che in quegli anni non tolleravano la presenza di un uomo che ne organizzava altri per rivendicare diritti negati e per lottare contro quel mondo che da secoli li aveva oppressi. E quelle persone combattevano sul piano sindacale e su quello politico, contendendo ai notabili anche la guida del Comune, considerato da sempre un centro esclusivamente a loro servizio. Ma questori, carabinieri, magistrati indirizzavano le “indagini” verso direzioni inesistenti: fatti privati, mariti gelosi. Non trovavano nulla e archiviavano. Così fu anche per Bongiorno».

 

Fonte:https://mafie.blogautore.repubblica.it/

 

Archivi