Palamara: “Le correnti? Anche chi mi accusa le usava per fare carriera. Ecco i loro nomi”

Palamara: “Le correnti? Anche chi mi accusa le usava per fare carriera. Ecco i loro nomi”

20 GIUGNO 2020

Parla l’ex pm di Roma sotto inchiesta a Perugia: “Io pago per tutti, ma tra i probiviri Anm ci sono i primi beneficiari del sistema di cui mi ritengono colpevole”

DI LIANA MILELLA

ROMA – “Tanto paga per tutto Palamara”. Cacciato dall’Anm, di cui è stato presidente, l’ex pm di Roma sotto inchiesta a Perugia per corruzione parla con Repubblica. E fa i nomi dei colleghi che, a suo dire come lui, tenevano in piedi il sistema delle correnti.

Se Palamara è colpevole tutti sono colpevoli. Perché?
“Perché Palamara non si è svegliato una mattina e ha inventato il sistema delle correnti. Ma ha agito e ha operato facendo accordi per trovare un equilibrio e gestire il potere interno alla magistratura”.

Mattarella farebbe un salto sulla sedia se la sentisse parlare di “potere interno”.
“La Costituzione ha voluto che la magistratura fosse autonoma e indipendente. Per esercitare questo potere i magistrati hanno scelto di organizzarsi in correnti che nascono con gli ideali più nobili, ma che storicamente hanno poi subito un processo degenerativo…”.

E quindi lei si ritiene non colpevole perché tutti si comportavano così?
“Io mi assumo le mie responsabilità. Ma non posso assumermi quelle di tutti”.

“Io non ho agito da solo” ha scritto nella sua memoria. Chi erano gli altri?
“Questo ormai non lo dico solo io, ma anche molti autorevoli commentatori come la presidente del Senato Elisabetta Casellati e magistrati di sinistra come Livio Pepino. Riferiscono che il clientelismo all’interno della magistratura non è certo un problema che ho inventato io. Limitarlo solo a me o a un gruppo associativo significa ignorare la realtà dei fatti, o peggio ancora mentire”.

All’Anm non l’hanno fatta parlare, ma lei ha parlato lo stesso. Tra chi l’accusa ci sarebbe chi si è comportato come lei? Chi sarebbero?
“Io sono andato lì per parlare di fronte a chi mi stava giudicando. È un diritto insopprimibile per chiunque. Era mio dovere farlo sia perché sono stato presidente dell’Anm, sia perché, da quando sono sotto accusa, non avevo avuto la possibilità di spiegare ai magistrati che cos’era realmente accaduto”.

Sì, ma la sua è una chiamata di correo. A chi si rivolge?
“Non è così. So che devo rispondere dei miei comportamenti e di quello che è accaduto all’hotel Champagne. Ma, allo stesso tempo, non posso essere considerato solo io il responsabile di un sistema che ha fallito e che ha penalizzato coloro i quali non risultano iscritti alle correnti. A questi magistrati volevo chiedere scusa”.

Palamara, non giriamoci intorno. A fronte delle scuse ci sono delle accuse. Chi, tra i probiviri Anm, usava le correnti per fare carriera?
“Su cinque componenti, tre li conosco assai bene. Sono stati noti esponenti di altrettante correnti. Tra l’altro, il presidente Di Marco, dalle carte di Perugia, è risultato essere il difensore disciplinare di Giancarlo Longo, il magistrato che, secondo le originarie accuse rivoltemi da Perugia, ma poi cadute, io avrei favorito per la procura di Gela”.

E poi?
“C’è Gimmi Amato, che nel 2016 venne nominato procuratore di Bologna secondo i meccanismi di cui tanto si parla oggi. Fermo restando il suo indiscusso valore”.

Amato la chiamava e le scriveva?
“Né più né meno di quello che hanno fatto tutti gli altri”.

E ancora?
“Viazzi, storico esponente di Md, che ho sempre stimato ma che poi sacrificai per la nomina di presidente della Corte di appello di Genova, a vantaggio dell’alleanza con Magistratura indipendente, che portò a preferire al suo posto la collega Bonavia”.

Che colpe fa a questi tre?
“Di essere loro per primi i beneficiari del sistema di cui solo io oggi sono ritenuto colpevole”.

Quindi questi colleghi avrebbero dovuto astenersi?
“Penso ci avrebbero dovuto pensare prima di far parte di quel collegio”.

E chi sarebbe invece quelli che, oggi nel Comitato direttivo centrale dell’Anm, come dice lei, hanno “rimosso il ricordo delle cene e degli incontri con i responsabili giustizia dei partiti”?
“Trovo fisiologico che chi ha determinate cariche rappresentative nella magistratura interloquisca con la politica. Ma trovo meno condivisibile che ci siano procuratori della Repubblica che vadano a cena con i politici. Quanto al mio promemoria, mi riferivo ad esempio ai rapporti tra l’allora presidente della commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti eletta nel Pd, ed Eugenio Albamonte, pm di Roma e della sinistra di Area, come ad esempio in occasione della nomina del vice presidente del Csm David Ermini o degli avvocati generali della Cassazione”.

Un momento, lei sta lanciando accuse pesanti. Cosa ci sarebbe stato di compromettente e illegale in questi incontri?
“Io non sto lanciando assolutamente accuse. Io considero tutto questo come rapporti fisiologici tra magistratura e politica per acquisire ulteriori notizie e informazioni rispetto a quanto scritto nei curriculum che spesso sono sovrapponibili”.

Ma sarebbero solo questi i nomi o ce ne sono altri?
“È chiaro che ce ne sono tanti altri. I rapporti di frequentazione tra magistrati e politici non li ho certo inventati io”.

Lei però incontrando Lotti e Ferri voleva pilotare la scelta del procuratore di Roma…
“Io non avrò difficoltà alcuna a rispondere a questa domanda. Siccome su questi fatti ho un’incolpazione disciplinare potrò farlo però solo in quella sede, perché su questa vicenda i miei avvocati intendono sollevare tutte le problematiche sull’utilizzo del Trojan”.

Sta di fatto che lei vedeva sistematicamente Lotti e Ferri e con loro pianificava le nomine.
“Ma io non mi sono mai fatto influenzare da nessuno nelle mie scelte…”.

Siamo alla megalomania… allora perché li incontrava?
“Perché Ferri era un magistrato che conoscevo da sempre, con cui ho avuto alterni rapporti di amore-odio. Lotti l’ho conosciuto come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, l’ho frequentato con altri magistrati e politici, e anche quando ha cominciato a contare di meno sono rimasto in contatto con lui, né più né meno di quanto avviene con un amico”.

Accusa anche i componenti dell’Anm che “forse troppo frettolosamente hanno rimosso il ricordo delle loro cene o dei loro incontri” come scrive nel promemoria? I nomi?
“Se penso a Giuliano Caputo (il segretario dell’Anm di Unicost, ndr) penso a un beneficiato assoluto di questo meccanismo che si trova lì perché Enrico Infante, anche lui di Unicost, era ritenuto troppo di destra. Questi sono gli errori che hanno fatto fallire un sistema facendo prevalere gli accordi tra correnti. Quanto ad altri componenti del Cdc, penso a Minisci, Ferramosca e Salvadori, si tratta di colleghi che certo non hanno disprezzato questo rapporto di cooptazione. Ma oggi mi rendo conto che c’è una magistratura silenziosa che preferisce non affrontare questi problemi. Tanto paga per tutto Palamara”.

Sta chiedendo le dimissioni in blocco di tutti?
“Ognuno risponderà alla sua coscienza. Ma non è giusto che io paghi per tutti e che venga strumentalizzata la mia vicenda penale a Perugia”.

Si proclama già innocente anche su quel fronte?
“È caduta l’accusa più grave di corruzione per le nomine al Csm. Dimostrerò che non ho mai mercanteggiato la mia funzione e che non ho ricevuto il pagamento dei viaggi, e la mia estraneità ai lavori di sistemazione di una veranda presso l’abitazione di una mia amica”.

Fonte:https://rep.repubblica.it/

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