Palagonia, il bene dello Stato dove lo Stato non può entrare

Palagonia, il bene dello Stato dove lo Stato non può entrare

«Adesso c’è il rischio che venga vandalizzato e distrutto»

Più di cinque ettari di agrumeto, un casolare diventato una villa di lusso, palme altissime e una grande piscina. Tutto è stato confiscato alla criminalità organizzata anni fa e adesso messo a bando dall’Anbsc, ma risulta ancora occupato. Guarda le foto

MARTA SILVESTRE

3 NOVEMBRE 2020

Un lucchetto impedisce allo Stato di accedere a un terreno che appartiene allo Stato. «Oggi ci siamo ritrovati di fronte a una situazione surreale», commenta a MeridioNews Matteo Iannitti de I siciliani giovani che, insieme all’Asaec (associazione antiestorsione di Catania Libero Grassi), all’Arci e ad Aiab-agricoltura biologica, hanno effettuato un sopralluogo nel terreno lungo la strada statale 74 in contrada Alcovia a Palagonia che, dal novembre del 2017, risulta definitivamente confiscato alla mafia dopo il sequestro giudiziario avvenuto nel dicembre del 2012.

Più di cinque ettari di agrumeto, un casolare trasformato in una villa di lusso, palme alte dieci metri e anche una grande piscina. Adesso, quel bene alla Piana di Catania è tra quelli messi a bando – insieme anche al quartier generale del clan Zuccaro a Gravina – dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc). Eppure, lo stato non ci può entrare perché risulta ancora occupato. «Oggi dentro non c’era nessuno – spiega l’attivista – anche perché crediamo che sia non il domicilio ma un posto di lavoro. Fino a qualche giorno fa, però, abbiamo avuto la prova che qualcuno stava lavorando su quei terreni con un decespugliatore». A riprendere la scena sono state le telecamere del Tg3.

Davanti a quel cancello chiuso con un catenaccio questa mattina c’erano anche carabinieri, polizia, il presidente della commissione regionale antimafia Claudio Fava e Angelo Bonomo, il curatore di quel bene per conto dell’Anbsc. «Quest’ultimo, quando è arrivato – racconta Iannitti – ci ha detto che non era nemmeno sicuro che quello fosse realmente il bene tolto alla criminalità organizzata perché “non c’è stato il passaggio di consegne“». Stando a quanto risulta dalla visura catastale, la proprietà risulta intestata a Domenico Piticchio e a sua moglie Giovanna Sangiorgi. Quest’ultima è la sorella dell’ex consigliere provinciale dell’Udc Antonino Sangiorgi, che è stato anche assessore a Palagonia sotto la giunta del sindaco Fausto Fagone. Secondo i giudici, sarebbe stato proprio Sangiorgi – che è stato condannato definitivamente a cinque anni e quattro mesi nell’inchiesta Iblis della Dda di Catania che ha messo sullo stesso piano mafia, politica e mondo imprenditoriale – il vero proprietario del bene.

«La cosa grave – continua Iannitti – è che, per anni, è stato consentito di trarre un profitto illegittimo da un bene già confiscato alla mafia». Circa tremila alberi di arance in un agrumeto curato e, nella zona perimetrale, anche grandi alberi di ulivo coltivati sui quali è appena stata portata a termine la raccolta delle olive. «Il coadiutore ci ha assicurato – riporta l’attivista de I siciliani giovani – che si tratta di una questione di qualche giorno e poi dovremmo potere effettuare il sopralluogo». Intano, il presidente Fava ha comunicato che questa vicenda sarà riportata alla procura di Catania che ha già aperto un fascicolo sulle criticità e le anomalie emerse nella gestione dei beni confiscati alla mafia. «Il timore, adesso, riguarda il rischio che il bene venga vandalizzato e distrutto. Per questo – conclude Iannitti – abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di mantenere una sorveglianza attiva sul bene 24 ore su 24. E abbiamo avuto la formale rassicurazione che avverrà».

Fonte:https://catania.meridionews.it/

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