Ora bisogna cominciare a tirare le somme di quanto è emerso nel Lazio dalle tenta inchieste fatte ed in corso contro le mafie. Non è più ora di bla bla

Formia, Gaeta, Itri, Sperlonga, Fondi e così via.

Resta solamente da ricondurre il tutto ad un unicum, da allacciare le fila, da dare impulso alle inchieste ancora in corso, da stimolare gli investigatori a costruire il “quadro”, da approfondire le analisi – visure camerali e catastali in mano – ed è tutto chiaro.

Gli intrecci, i camuffamenti, gli inabissamenti, le collusioni con soggetti politici ed istituzionali, volendolo, sono chiari, nomi e cognomi.

Si riprendano le carte della “Formia Connection”, quelle delle “Damasco”, le altre che riguardano tutte le inchieste fatte ed in corso e si ha il quadro generale.

Non è affatto nelle nostre intenzioni interferire nel lavoro di chicchessia e non siamo presuntuosi al punto da voler insegnare alcunché a chi è chiamato a svolgere compiti delicati, ma ci sia consentito di presumere che oggi ci sono tutti gli elementi per cominciare ad agire in maniera univoca e risolutiva, a tirare le somme.

Noi pensiamo di avere davanti ai nostri occhi un quadro abbastanza nitido.

Ci è costata una tombola nel raccogliere notizie, nell’effettuare ricerche presso gli enti preposti, nel raccogliere carte e documenti, come dovrebbe fare ogni soggetto antimafia serio, ma, alla fine, siamo relativamente soddisfatti.

Relativamente, ripetiamo, perché c’è ancora da fare tantissimo e non si finisce mai.

Il nord ed il sud del Lazio sono stati da noi rimonitorati sufficientemente per comprendere come essi siano ormai pesantemente sotto il tallone mafioso.

Spesso con la complicità di pezzi della politica e delle istituzioni.

Ora tocca a chi è istituzionalmente investito di certe funzioni cominciare a tirare le somme.

Una classe politica accorta e seriamente pensosa del bene comune, considerata la gravità della situazione esistente nella nostra regione e nel Paese, avrebbe dovuto, a questo punto, porre il problema delle mafie al primo punto dell’agenda politica ed amministrativa.

La mafia come prima emergenza, anche perché, oltre al resto, la mafia resta il primo motore del mancato sviluppo di un territorio.

Il solo fatto che ciò non sia avvenuto e continui a non avvenire la dice lunga sulla credibilità di queste classi dirigenti e sulla loro effettiva volontà di combattere seriamente le mafie.

C’è un altro aspetto sul quale noi stiamo battendo da tempo e che ancora una volta segnaliamo a quelle eventuali persone serie e volenterose che vogliano affrontare, senza bla bla, il problema del radicamento mafioso nel Lazio.

L’impianto investigativo.

A parte i corpi centrali, DIA, GICO, SCO, ROS ecc. e qualche Squadra Mobile, nelle province del Lazio –eccetto Frosinone dove le cose ad onor del vero cominciano a funzionare come si deve, ma dove, però, bisogna risolvere il problema della Procura della Repubblica ancora sguarnita -, localmente ci sono molte carenze.

Bisogna urgentemente pensare a nuovi quadri e nuove metodologie soprattutto al nord ed al sud, a Viterbo come a Latina.

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