Operazione Gotha 7, colpo alla mafia barcellonese

Operazione Gotha 7, colpo alla mafia barcellonese
40 gli arresti. Scoperti due arsenali di armi

24 Gennaio 2018

di Aaron Pettinari

Importante operazione, questa mattina, da parte dei carabinieri del Comando Provinciale di Messina e del Ros e la Polizia di Stato. I militari stanno dando esecuzione, in provincia di Messina e in altre località nazionali, ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip, su richiesta della Procura Distrettuale della Repubblica, nei confronti di 40 persone accusate a vario titolo dei delitti di associazione mafiosa, estorsione (consumata e tentata), rapina, trasferimento fraudolento di valori, reati in materia di armi e violenza privata, accuse tutte aggravate dal metodo mafioso. L’inchiesta, convenzionalmente denominata “Gotha 7”, riguarda la mafia “barcellonese” operante prevalentemente sul versante tirrenico della provincia di Messina.
Nel corso dell’indagine sono stati rinvenuti anche due arsenali a disposizione delle cosche con armi da sparo comuni e da guerra. Gli inquirenti hanno sequestrato 4 pistole semiautomatiche ed un revolver di grosso calibro, 2 fucili a pompa, un fucile mitragliatore da guerra, centinaia di munizioni di vario genere e calibro. Un dato ritenuto inquietante dagli inquirenti della Dda di Messina guidata dal procuratore Maurizio de Lucia. Il Procuratore capo ha coordinato tutta l’indagine assieme al pool di magistrati composto dai pm Angelo Cavallo, Vito Di Giorgio e Fabrizio Monaco.

La “famiglia barcellonese” era tenuta in grande considerazione dagli esponenti di Palermo e di Catania.
Tra le persone finite in manette spiccano i nomi del boss Antonino Merlino, già condannato per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Francesco Salamone, eletto consigliere comunale di maggioranza con una lista civica al Comune di Terme di Vigliatore a giugno 2013 e successivamente sospeso dalla carica a luglio 2016 perché colpito da misura cautelare nell’ambito dell’operazione Triade.
Ma c’è anche il nome di Angelo Porcino, imprenditore già arrestato nel 2011 nell’ambito dell’operazione “Gotha” con l’accusa di far parte a pieno titolo della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi” (nel 2015 è stato condannato in I° grado a 11 anni per associazione mafiosa). Porcino è stato anche indagato (poi archiviato) per la morte dell’omicidio dell’urologo Attilio Manca, che stranamente avrebbe voluto incontrare a Viterbo prima che quest’ultimo venisse ucciso.

Mafia “ortodossa”

Con l’operazione odierna si colpisce una mafia pericolosa e capace di riorganizzarsi nonostante fosse stata ripetutamente colpita nel corso degli anni. Una mafia svelata dalle indagini dei carabinieri della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto, della sezione anticrimine di Messina, della Squadra Mobile e del commissariato di Barcellona che presero il via dalle dichiarazioni del pentito Carmelo D’Amico Carmelo D’Amico, capomafia arrestato nel 2009, e dei collaboratori di giustizia Salvatore Campisi, Franco Munafò e Alessio Alesci. L’inchiesta, che colpisce presunti vertici e affiliati della fazione più ortodossa e militarmente organizzata della criminalità mafiosa della provincia peloritana, svela i rapporti del clan messinese con esponenti di Cosa nostra palermitana e catanese e rivela come l’organizzazione sistematicamente sia stata in grado di organizzarsi dopo ogni operazione di polizia. Viene fuori inoltre la costante pressione del racket del pizzo su commercianti e imprenditori della zona: sono decine i taglieggiamenti scoperti.
Chiaro anche il modus operandi degli esattori del pizzo, dall’avvertimento con una bottiglia di liquido infiammabile davanti alla saracinesca del negozio o dell’impresa da intimidire fino all’avvicinamento dei titolari delle attività da parte degli uomini d’onore che chiedevano il pagamento del pizzo per Natale, Pasqua e Ferragosto.
Chi diceva no veniva “colpito” da una rapina a mano armata, o veniva picchiato. Dalle indagini è emerso che oggetto delle estorsioni, spesso, non era il solo “pizzo” ma anche il tentativo di subentrare nei lavori pubblici, imponendo agli imprenditori titolari degli appalti il subappalto in favore delle ditte controllate dagli esponenti dell’associazione. Il clan inoltre aveva imposto, attraverso una società di comodo operante nel settore della vigilanza privata, la guardiania a tutti i vivaisti del comprensorio barcellonese (in particolar modo del Comune di Terme Vigliatore), vessati dai continui furti. Nell’ambito dell’indagine è emerso anche il movente della brutale aggressione avvenuta, nel settembre del 2017, in pieno giorno e nel centro della città di Barcellona Pozzo di Gotto nei confronti di un professionista che si era “permesso” di denunciare un’estorsione commessa ai suoi danni da tre membri dell’associazione, poi condannati a 8 anni. Nel corso delle indagini sono state individuate due società, ritenute riconducibili ovvero di fatto riferibili a 5 esponenti dell’associazione, intestate a due prestanome incensurati.

fonte:http://www.antimafiaduemila.com

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