Occorre un’antimafia operativa, di fatti concreti, di collaborazione con Magistratura e forze dell’ordine, non di parole

L’ANTIMAFIA DEI FATTI E QUELLA DELLE PAROLE

Convegni, tonnellate di chiacchiere.

Si continua, imperterriti, come se nulla fosse successo e stesse accadendo.

Utili anche quelli.

Meglio di niente.

Ma sul piano concreto non servono a niente perché per combattere le mafie serve ben altro.

Fatti specifici, raccolta di informazioni precise e dettagliate, nome e cognome.

Forze dell’ordine e magistratura hanno bisogno di fatti, non di chiacchiere e noi tutti abbiamo il dovere civico e morale di aiutarle.

Scoprire gli investimenti, il business, le collusioni con i politici corrotti, con la burocrazia accomodante, con i professionisti complici, non è facile.

Lo sappiamo bene.

A noi costa tempo e denaro.

Un’osservazione continua delle cose, una lettura attenta di tutti gli accadimenti, la rassegna stampa, la ricerca sulle vere identità di singole imprese presso gli uffici pubblici.

Tutte cose necessarie, se non ci si vuole limitare ad una antimafia parolaia, della narrazione di fatti accaduti, vecchi e stravecchi, raccontati già da giornali, libri e quant’altro.

E, poi, anche l’esigenza di un’attenta, continua, delicata analisi di come si comportano, dopo le segnalazioni, gli organismi investigativi e giudiziari perché anche in quegli ambiti potrebbero trovarsi aree di complicità o, comunque, di inerzia.

Di singoli soggetti, ovviamente, che non debbono offuscare l’alto valore di quanto fanno quegli organismi, pur fra mille difficoltà frapposte dalle classi dirigenti politiche e da un tessuto sociale e culturale in larga parte omertoso, che non collabora, non aiuta, inetto.

Molti ci chiedono di promuovere convegni, di andare a parlare nelle scuole, ai ragazzi.

Lo abbiamo anche fatto, ma, francamente, dobbiamo dire che abbiamo, purtroppo, dovuto riscontrare che i frutti tardano a maturare.

Se aspettiamo che maturino… coscienze ed intelligenze ci troveremo i mafiosi padroni perfino delle nostre case.

D’altra parte, la storia ci insegna che sono le minoranze a farla.

Quelle illuminate, ovviamente, cariche di senso civico e di valori positivi.

Gli zombi non sono in grado di dare alcun contributo, come i corrotti, i collusi con le mafie e altre genie del genere.

Non ci si vuole rendere conto della necessità urgente di intervenire subito, di sporcarsi le mani, di aiutare forze dell’ordine e magistratura nel loro duro lavoro.

Ai convegni la gente viene –quella che viene perché la gran parte è indifferente, omertosa, complice, afflitta da una subcultura mafiogena- ascolta, se ascolta, e, poi, non offre alcun contributo operativo.

Lo stesso riteniamo che possa verificarsi talvolta con i cosiddetti corsi della legalità nelle scuole.

Oggi, grazie a Dio, molti giornali e televisioni parlano di mafia.

C’è una pubblicistica ricca nelle librerie che ognuno può acquistare.

C’è Internet.

Ognuno, grandi e piccoli, possono, se vogliono, informarsi, rendersi conto della gravità della situazione e del suo continuo aggravarsi.

C’è bisogno urgente di “operai nella vigna”, tanto per usare un linguaggio evangelico, non di parolai, alcuni dei quali lo fanno per motivi politici.

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