Occhi puntati al massimo sulle Prefetture.

La mafia a Roma ?

“Tentativi respinti”,rispondeva il Prefetto Serra (leggi la Rivista trimestrale della Prefettura di Roma ” Per  Roma” dell’aprile 2007)  al quale ha fatto  seguito l’attuale Prefetto Pecoraro che fino ad alcuni mesi fa ha  definito  Roma……. “la città più sicura d’Italia”…………….

 

Il problema dei problemi é proprio questo:

il ruolo delle Prefetture e dei Prefetti sul versante della lotta alle mafie.

Un tema scomodo del quale nessuno vuole parlare,anche se  dovrebbe essere il tema centrale.

Con Serra polemizzammo duramente durante tutta la vicenda che riguardò il Comune di Ardea.

Niente;zero.

A Roma non c’é mafia!!!!!

Tutti sanno come stanno le cose,invece !!!!!!!

La Caponnetto non é un’associazione come tante altre che si limitano a fare delle retorica intorno a fatti già avvenuti,i soliti bla bla,raccontandoli e facendo il “copia ed incolla” dai giornali.

Essa vuole entrare nei problemi reali ,a ,monte,cercando di capire e denunciare  “come” e “perchè” nascono  ed ingrassano le mafie,”chi” le sostiene,”chi ” sono i mafiosi ,quelli veri,le menti,i capi.

Andando a scavare nelle carte,nei documenti,nei comportamenti e nelle azioni di politici ed amministratori pubblici perché é fra questi che si annidano i veri mafiosi,i più pericolosi,quelli che comandano.

Un’ associazione di frontiera e di attacco.

Questo ci distingue dalla gran parte di quel mondo dell'”antimafia” che agisce,oggettivamente se non soggettivamente , all’ombra della mafia,quella politica ed istituzionale.

E quando noi diciamo che il “cuore” della lotta alle mafie é nelle Prefetture lo diciamo a ragion veduta,con le carte alla mano.

Sono i Prefetti che presiedono i Comitati Provinciali per la Sicurezza e l’ordine pubblico,l’organo che decide forme , modalità,priorità dell’azione di  contrasto della criminalità.

Sono le Prefetture che rilasciano “liberatorie” ed “interdittive” antimafia.

Sono le Prefetture che determinano strategie e tattiche.

E,quando un Prefetto dice che non c’é mafia,non c’é un Questore,un Comandante Provinciale della Guardia di Finanza o dei Carabinieri,le cui carriere sono determinate da quanto scrive quel Prefetto, che si azzardino a sostenere il contrario.

Anche se organi qualificati della Magistratura,come la DNA o la DDA,come avviene da decenni per il Lazio,disegnano un quadro a fosche tinte e completamente diverso.

Si capiscono,quindi,le ragioni per le quali quei rari Prefetti,come Mosca a Roma , Frattasi a Latina e qualche altro,che osano non mostrarsi degli “allineati”,vengono subito rimossi.

Ci volevano i  Procuratori .Pignatone e Prestipino,insieme al Capo della Squadra Mobile Cortese ed al Colonnello del ROS Russo per levare il coperchio alla pentola e far venire fuori la situazione che già da decenni denunciava la Direzione Nazionale Antimafia nelle sue relazioni semestrali.

Roma é il crocevia di tutti i grandi affari delle mafie nazionali ed internazionali.

E quello che sta emergendo con “mafia Capitale” é solamente la punta dell’iceberg di una montagna di fango e di immondizia  che ci sta sommergendo e che  ha fatto qualificare l’Italia nel mondo come il Paese più corrotto d’Europa.

C’é dell’altro,tanto altro,quell'”altro” che già qualche anno fa fece esclamare a Rita Bernardini,dei radicali,”intorno ai Palazzi romani si parla troppo napoletano”,corretta subito da Antonio di Pietro che disse “non intorno,ma dentro i palazzi romani si parla troppo napoletano”.

Il problema é che nessun altro in Parlamento,eccetto il M5S,denuncia come stanno le cose affrontando i problemi reali,le collusioni mafia-politica e quant’altro.

I Prefetti,amici. 

Lo stiamo denunciando da parecchio tempo!!!!!!!!!!!!!!!

Occhi puntati al massimo sulle Prefetture !!!!!!!!!!

 

Associazione Nazionale per la lotta contro le illegalità e le mafie “Antonino Caponnetto”

QUELLA CHE  DOVRA’  VEDERCI   IMPEGNATI  NELL’ANNO APPENA INIZIATO – UN’ATTENZIONE PARTICOLARE SULL’AZIONE DELLE PREFETTURE SUL PIANO DELLA LOTTA ALLE MAFIE – DOVRA’ ESSERE LA MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE.

I PREFETTI DISPONGONO DI UN POTERE ECCEZIONALE IN MATERIA,UN POTERE CHE NON TUTTI HANNO  USATO COME ERA NECESSARIO.

E QUESTO NON DOVREMO PIU’ TOLLERARLO.

INVITIAMO SIN DA ORA  GLI AMICI E LE AMICHE DI TUTTA ITALIA,ISCRITTI E SIMPATIZZANTI, A SEGNALARCI OGNI COMPORTAMENTO ANOMALO ,OMISSIVO,COLLUSIVO.

E’ NECESSARIO COMINCIARE AD ESSERE,SE VOGLIAMO  SERIAMENTE FARE LA LOTTA ALLE MAFIE,ACCENTRARE LA MASSIMA ATTENZIONE SULLE PREFETTURE.

IL RUOLO    DEI PREFETTI E LA NECESSITA’ URGENTE   DI    MODIFICARE    LA LEGGE.

L’ASSOCIAZIONE CAPONNETTO    PUBBLICA  QUESTA   NOTA    AL  FINE  DI   AVVIARE   NEL  PAESE   UN’ APPROFONDITA   RIFLESSIONE    SUL   RUOLO   DEI   PREFETTI   SUL   VERSANTE   DELLA   LOTTA   ALLE   MAFIE  E  SULL’URGENTE    NECESSITA’   DI  UNA  MODIFICA DELLA LEGISLAZIONE IN  MATERIA.

NON    E’    POSSIBILE    PARLARE    SERIAMENTE   DI    LOTTA    ALLE   MAFIE PERPETUANDO     L’ATTUALE   STATO  DELLE   COSE.

il fenomeno del condizionamento delle istituzioni e  degli Enti locali –

Il degrado delle Istituzioni

I recenti eventi giudiziari  che hanno coinvolto due ex ministri dell’Interno ( Scajola e Cancellieri ) per fatti di rilevante gravità nonché i recenti arresti di prefetti ( Blasco, La Motta , Ferrigno) e l’incriminazione di ex Prefetti  ( Maria Elena Stasi e Maddaloni entrambi condannati  in primo grado  ) sempre per fatti riferibili ad ambienti della criminalità organizzata o meglio ad ambienti politici contigui alla criminalità organizzata,   devono necessariamente indurci a fare una riflessione sul ruolo e sui poteri che la legge assegna all’Amministrazione dell’interno nella lotta alla criminalità organizzata.

Ovviamente occorre  doverosamente  sottolineare che l’amministrazione dell’Interno registra  la presenza di una stragrande maggioranza di persone  che dedicano la loro vita lavorativa e  in molti casi anche personale,   al servizio esclusivo  dello Stato.

Proprio per tutelare anche questa categoria di servitori dello Stato e per consentire a questi di poter svolgere con serenità e senza interferenze della politica,  le azioni  istituzionali di contrasto al crimine organizzato,   occorre capire quali siano state le cause  che hanno determinato la devianza dell’azione di settori dell’amministrazione dell’interno ad appannaggio degli interessi di contesti socio politico criminale.

Analizzando bene i fatti di cronaca giudiziaria  che vedono coinvolti ministri dell’interno e prefetti si capisce subito che nelle vicende stesse hanno un ruolo centrale interessi personali  riferibili a  politici spesso di rilevo nazionale. Basta citare a solo titolo esemplificativo il   caso dell’ex parlamentare Nicola Cosentino ed il recente coinvolgimento dell’ex prefetto Stasi .

Infatti i fatti giudiziari in questione rilevano come  spesso le contestazioni formulate  dalla Magistratura  riguardino condotte  volte a favorire uomini politici . Basta vedere la vicenda   del prefetto Stasi nell’ambito dell’indagine sui distributori di carburanti  di proprietà della famiglia Cosentino ovvero la vicende di appalti  al comune di Caserta  per la quale sono state condannati i prefetto Stati e Maddaloni per interessi riferibili a ditte di  Nicola  Ferrara, esponente politico regionale dell’UDEUR , oppure la vicenda esaminata nel corso del processo cosentino del mancato scioglimento del consiglio comunale di Mondragone la cui compagine politica era riconducibile all’ex ministro Landolfi ovvero al mancato rilascio del certificato antimafia interdittivo alle ditte ECO Quattro e Aversana Petroli , entrambe riferibili ad interessi della famiglia Cosentino.

Appare quindi evidente la correlazione tra condizionamento dell’azione dei Prefetti ed in genere dell’amministrazione dell’Interno  con la politica nella quale ampi settori    spesso sono  contigui ad ambienti della criminalità organizzata ( soprattutto nelle regioni meridionali) .

Ma perché i prefetti si piegano alla Politica ovvero perché sono condizionati dalla stessa ?

Prima di rispondere a questa domanda vediamo chi sono e cosa fanno i prefetti .

Il prefetto è il massimo organo amministrativo periferico, terminale politico-operativo dell’apparato della sicurezza, agente elettorale del governo, motore della vita economica e sociale della provincia, tutore dell’ente locale.

Il prefetto  ha una  posizione di eminenza del Prefetto rispetto alle altre cariche amministrative periferiche in virtù del riconoscimento della rappresentanza dell’esecutivo nella provincia e, conseguentemente, il carattere tendenzialmente “generale” del campo delle attribuzioni.  

L’art. 2 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (t.u.l.p.s.), concede un’amplissima  facoltà al Prefetto di adottare atti contingibili e urgenti per esigenze di sicurezza pubblica.    

Il  Prefetto presiede i  Comitati Provinciali della Pubblica Amministrazione e dei comitati metropolitani; ha  funzioni in materia di droga, scioperi nei servizi pubblici essenziali, antimafia, statistica; della ricostruzione del ruolo del Prefetto rispetto alle autonomie territoriali. 

Insomma la legge ha conferito ai prefetti poteri enormi. Tra questi   è appena il caso di ricordare quelli che esercita attraverso il Comitato provinciale Ordine e sicurezza pubblica, che vede la partecipazione, in posizione di subordinazione funzionale, del Questore e dei Comandanti Provinciali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. E’ proprio nel comitato che si decidono  le proposte  al consiglio dei ministri degli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose,  le misure di tutela da assegnare ai magistrati , ai cittadini minacciati, ecc. ecc.

Gli stessi vertici delle Forze dell’ordine  a livello provinciale  sono soggetti, ai fine dell’avanzano di carriera,  delle valutazioni da parte dei prefetti.

Quindi i prefetti sono potenzialmente in grado di incidere sulle figure apicale delle tre forze di polizia e indirettamente sui magistrati esposti a pericoli di attentati o di sicurezza  personale , dovendo il prefetto decidere  se e  a chi assegnare le misure di tutela ( vigilanza  , scorta, nei sui diversi livelli di gravità, ecc )

Ci si renderà conto che il Prefetto , stante la delicatezza dei compiti assentatigli dalla legge e il ruolo centrale nelle vicende più delicate  di ordine e sicurezza pubblica , deve  svolgere le proprie finzioni nel pieno ed inderogabile rispetto del principio di imparzialità dettato dall’art. 97 della nostra carta costituzionale.

Il prefetto è posto nelle condizioni di poter esercitare liberamente e fuori da ogni forma di condizionamento le proprie delicatissime funzioni ? 

Per poter rispondere è necessario capire come  si articola la carriera prefettizia e come vengono  nominati i prefetti e assegnati alle sedi provinciali .

 La nostra carta costituzionale non prevede, come per l’ordine giudiziario, un organo di autogoverno che possa assicurare l’indipendenza e l’autonomia dei Prefetti . Invero non prevede neppure la figura del prefetto la cui presenza deriva dalla normativa del ventennio fascista.

Invero i prefetti vengono nominati dal Consiglio dei ministri.

Sono cioè nominati  dalla politica che in un dato momento storico è posta alla presidenza del consiglio dei ministri e ne ha maggioranza politica in seno allo stesso Organo.

Quindi, come è agevole, comprendere , i perfetti vengono nominati a secondo della loro contiguità o meglio del gradimento di quella o   quell’altra forza politica.

Quindi, per esempio,  ci troveremo che nel periodo del Governo Berlusconi sono stati nominati prefetti , coloro ritenuti di gradimento di quella forza politica. In genere queste scelte risentono anche  delle indicazioni provenienti dai coordinatori regionali. In Campania nel periodo dei governo Berlusconi,   per un lungo lasso tempo il ruolo di coordinatore regionale è stato assunto dall’ex parlamentare Nicola Cosentino, oggi sottoposto a processo per concorso esterno in associazione mafiosa.

Insomma l’imparzialità che deve inderogabilmente risiedere alla base delle scelte dei prefetti  può inconfutabilmente essere minata da questi meccanismi di nomina  che ineludibilmente possono creare momenti di devianza nelle scelte prefettizie.

Non è la prima volta che prefetti non allineati alla politica  ovvero ad una certa parte di politica deviata, siano stati  gravati da provvedimenti dal carattere sanzionatorio. Tutti ricorderanno il prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli che sciolse il consiglio comunale di Reggio e  con l’insediameno del Ministro calabrese Alfano è stato repentinamente trasferito altrove. Ovvero il prefetto di Agrigento Fulvio Sodano trasferito dal sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì, quest’ultimo  poi incriminato per concorso in associazione mafiosa.

Insomma appare improcrastinabile l’esigenza di  blindare talune delicate funzioni di ordine e sicurezza pubblica   assegnate ai prefetti.

Due sono le strade: o si modificano le leggi prevedendo un meccanismo di nomina dei Prefetti attraverso un sistema simile a quello previsto per i magistrati oppure si trasferiscono queste funzioni strategiche per la sicurezza   dei cittadini e dei servitori  dello stato alla magistratura.

Appare inaccettabile che debba essere un funzionario dello stato nominato, prefetto,  dalla politica a decidere se un magistrato ( che spesso si trova ad indagare politici di rilievo nazionale presenti direttamente o indirettamente nel consiglio dei Ministri) debba o meno avere  misure di tutela a fronte di minacce anche potenziali o di esposizioni  elevante a rischio attentato. Appare paradossale che debba essere il prefetto, espressione della politica a formulare giudizi e valutazione sul questore e sui Comandati provinciali dell’arma e della g di f . Innegabilmente gli stessi possono per questi giudizi subire  una sorta di condizionamento o di timore reverenziale nei confronti del prefetto ogni qual volta si trovano a  dover indagare su fatti e vicende che riguardano gli stessi prefetti o politici che hanno espresso gradimento per quello stesso prefetto.

O peggio ancora, appare  assurdo   che debba essere il   prefetto  a decidere se  e quando sottoporre ad indagini antimafia, un consiglio comunale   per infiltrazione  della  criminalità organizzata, quando lo stesso consiglio comunale è  dello  stesso partito politico che   risiede nel Consiglio dei ministri e che quindi  potenzialmente può incidere sul prefetto stesso. 

Non è la prima volta che pur in presenza di evidenti episodi di infiltrazioni della criminalità organizzata non si sia proceduto allo scioglimento delle amministrazione risultate permeabili alla c.o. . ( basti citare i casi del Comune di Fondi, del comune di Mondragone, Castellammare di stabia, di torre annunziata, di torre del greco,  e di tanti altri comuni ). Analoga considerazione vale per il rilascio dei certificati antimafia. Appare assurdo che un imprenditore per poter stipulare contratti con la pubblica amministrazione debba essere sottoposto alla valutazione del prefetto ai fini del rilascio della c.d. liberatoria antimafia. E’ evidente che in siffatto contesto e meccanismo di nomina e rimozione dei prefetti, l’imprenditore che sarà di gradimento della politica di maggioranza e quindi dei prefetti,   risulterà immune da problemi di antimafia ( vedi il caso della società Aversana petroli dei Fratelli Cosentino, la Eco Quattro di Castel Volturno riferibili agli stessi politici della corrente di Cosentino, alla società dei fratelli Buglione, e tante altre società notoriamente infiltrate dalla criminalità ma che operano indisturbate e di contro ditte che  non si sono piegate ai voleri della politica che invece vengono colpite da interdittive antimafia per vicende banali ed insignificanti

La democrazia in siffatti condizione è messa a dura prova.

La politica sana e la società civile devono  farsi carico di indicare le soluzioni . Occorre che in attesa di una legislazione che garantisca l’imparzialità e l’indipendenza dei funzionari dello stato preposti all’esercizio  di delicati compiti in materia di ordine e sicurezza pubblica e soprattutto nella lotta alla criminalità organizzata,  dette funzioni vengano trasferita alla Magistratura che , per effetto dell’autonomia ed indipendenza garantitagli dalla Costituzione possa adottare le decisioni più giuste ed imparziali e scevre da condizionamenti della politica che ,  come si diceva risente della presenza di ampi settori  contigui alla criminalità organizzata .

Le implicazioni con la vita politica napoletana  costituiscano  il punto di partenza storico di un intreccio perverso che ha determinato il consolidarsi  del fenomeno dell’infiltrazione e del condizionamento degli Enti locali

Nel corso degli anni ottanta , infatti,  In Campania tanto per citare un esempio,  si è assistito  all’espandersi ed al consolidarsi  di un fenomeno sociale  molto grave che ha messo in luce i diffusi rapporti  nell’ambito della gestione della “ cosa pubblica”  tra politica, affari e malavita organizzata di tipo mafioso .

Il degrado delle Istituzioni a Napoli era  tale da indurre il Procuratore Cordova a una denuncia amara ma non disperata: «Lo Stato a Napoli, dice Cordova, è un’entità eventuale, aleatoria, virtuale. Parlo dello Stato ufficiale non di quello reale, l’unico che a Napoli la gente conosce e teme per davvero: la camorra. Le leggi dello Stato sono lente, i processi non finiscono mai e la pena è un evento remoto, prescrivibile, amnistiabile, depenalizzabile. Le leggi della camorra sono ferree e immutabili, semplici e inderogabili, i giudizi si celebrano fulmineamente, e le sentenze sono rapidissime, inappellabili e immediatamente esecutive. È ovvio che i cittadini temono lo stato effettivo, quello camorristico, e non quello ufficiale».

La camorra si è trasformata in stato, che ci si trova di fronte ad un vero e proprio fenomeno di banditismo sociale, di neo brigantaggio populista.

La fiducia dei cittadini nelle Istituzioni cala di giorno in giorno.

Non vi e’  indagine su organizzazioni camorristiche che non riveli preoccupanti fenomeni di penetrazione   collusiva nelle istituzioni.

Per molti versi, lo Stato sembra corrispondere a modelli ideali di sviluppo degli interessi criminali, anziché« di salvaguardia degli interessi della collettività    e delle istituzioni statuali.

In estrema sintesi si può quindi affermare che si è di fronte ad un nuovo soggetto che oramai può essere definito Alta  Camorra che ha dato prova di non essere più ai margini della società, ma sta conquistando progressivamente –  o forse ha già conquistato –   i centri dei poteri politico, economico e sociale. Insomma  la camorra sta tentando di non porsi in posizione esterna o antitetica, ma di stare ben dentro lo Stato, la politica, la società, l’economia.

Insomma la repressione dei delitti e delle illegalità, che è un  sacrosanto dovere dovrebbe essere accompagnato da un controllo capillare, da un meticoloso accertamento sulla debolezza istituzionale di fronte alla pressione corruttiva e alle collusioni di gran parte di essa con l’Alta Camorra. In definitiva è condivisibile quanto sostenuto da un noto giornalista che

“ I grandi camorristi  stanno nell’ombra “.

L’intreccio tra criminalità, politica e affari negli enti locali è sicuramente quello maggiormente avvertito dal cittadino comune in quanto gli stessi  Enti più di ogni altra istituzione risultano,  in considerazione delle funzioni istituzionali cui sono deputati per legge , a stretto contatto con la collettività amministrata. Le indagini condotte dalla magistratura   

Il primo ed incisivo intervento,  che il  legislatore ha  posto in essere per tutelare gli enti locali dalle ingerenze della criminalità organizzata   si è avuto con l’approvazione  della Legge 22.7.1991, n. 221  che ha introdotto l’art. 15 bis della L. 55/1990 concernente lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali coinvolti in fenomeni di infiltrazione e di condizionamento mafioso. La stessa norma oggi è confluita nell’art. 143 del D.lgt. 267/2000

E’ una norma sicuramente di carattere eccezionale,  in quanto  a prescindere dal giudizio penale, l’amministrazione  locale  risulta evidentemente  inquinata , al punto che nessun’altra misura , al di fuori  dello scioglimento, potrebbe risultare  idonea al recupero della legalità.

Era presente  nell’ordinamento un vuoto normativo, che  consentiva di fronteggiare  queste situazioni , e per riempirlo si era  fatto ricorso ad un uso indiretto  della potestà di scioglimento dei consigli comunali  per motivi di ordine pubblico ( si ricorda il caso del comune di Quindici,  retto da un esponente apicale di una  nota famiglia camorristica, sciolto nel 1983 per motivi di ordine pubblico  dall’allora  Presidente della Repubblica Sandro Pertini .

La legislazione speciale antimafia in questione  intende, prioritariamente, salvaguardare gli interessi pubblici dalle mire della criminalità organizzata, ancora prima che si vengano a determinare le condizioni oggettive e concrete dell’aggressione a beni giuridicamente protetti.

In particolare  il procedimento di accertamento scaturente dai poteri previsti e demandati dalla suddetta legislazione ai Prefetti, ovvero alle Commissioni delegate, all’uopo istituite, risponde alla funzione di prevenzione cautelare globale che prescinde, nella sua applicazione, da istituti e concetti dell’ordinamento penale, da cui se ne discosta dichiaratamente.

             

            Particolarmente  innovativa risulta la disposizione contenuta nell’art. 143 del D.lgt. 267/2000   che prevede la possibilità che il prefetto , nella fase istruttoria  del procedimento di scioglimento , acquisisca dal procuratore  della repubblica notizie utili a motivare la decisione , in deroga all’art. 329 del codice di procedura penale , superando cioè l’obbligo di segretezza disposto da tale norma  con riguardo alle esigenze  del procedimento penale .

            Ma la facoltà più significativa conferita dal legislatore al prefetto per la ricerca  di ogni elemento di valutazione utile allo svolgimento dell’azione amministrativa assegnatagli dalla stessa norma scaturisce  dal disposto normativo di cui al Decreto legge 354/1991, convertito nella Legge 30.12.1991, n. 410 che consente, attraverso poteri investigativi, di verificare se ricorrono  pericoli di infiltrazione tipo mafioso  nell’ambito dello svolgimento dei “ servizi” cui sono deputati per legge gli enti locali .

 Nel 2009 con la legge 94 , l’art. 143 del d.lgs. 267/2000 ha subito una modifica che appare aver ridimensionato e affievolito l’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Infatti è stato stabilito che le indagini antimafia debbano essere svolta da una commissione composta “ da tre funzionari della pubblica amministrazione. 

Invero  prima dell’entrata in vigore della legge 94/2009  le indagini venivano svolte da organi di polizia  che stante le loro specifiche conoscenze  e professionalità info-investigative, potevano fornire un contributo determinate al buon esito delle indagini. Invece il legislatore del 2009 ha affidato a tre funzionari della P.A. dette attività di indagini.

 Ogni commento appare del tuto superfluo.

Infatti precedentemente  per le operazioni di accesso antimafia nei comuni, i  prefetti  si avvalevano di apposite commissione composte da rappresentanti di tutte le forze, dell’ordine nonché da un rappresentante della D.I.A., nonché da funzionari statali  appartenenti ad amministrazioni  che, nell’ambito delle proprie attività istituzionali, avevano  competenza  e conoscenza delle attività amministrative cui i comuni sono deputati per legge .

                                                                    Associazione  A.Caponnetto

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