Non era mafia. La sentenza del processo Black Monkey

Non era mafia. La sentenza del processo Black Monkey

Sofia Nardacchione 18 Dicembre 2020

Tutti i ricorsi sono inammissibili, non era mafia.

Si chiude così il processo Black Monkey, sette anni dopo l’inizio del procedimento giudiziario iniziato a Bologna nel 2013: la sentenza della Corte di Cassazione del 10 dicembre scorso ha messo un punto nella verità giudiziaria di quello che era considerato essere uno dei primi processi contro la ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, il primo in cui il Tribunale di Bologna aveva riconosciuto l’associazione mafiosa. Ma dopo la prima sentenza del 2017, la Corte d’Appello e, ora, quella di Cassazione hanno ribaltato quel verdetto storico e messo la parola ‘fine’ al processo che aveva svelato le modalità di una associazione criminale affarista, imprenditoriale, che si era avventata in nuovi settori ad alto livello tecnologico, come il gioco d’azzardo, senza lasciare da parte la violenza.

Serve fare un passo indietro, in attesa delle motivazioni di questa ultima sentenza, per ricordare ciò di cui stiamo scrivendo.

Black Monkey è il processo che vedeva alla sbarra quello che in primo grado era stato riconosciuto essere un clan di ‘ndrangheta, con a capo Nicola Femia detto ‘Rocco’: è lui che, secondo le risultanze investigative, ha creato un vero e proprio impero del gioco d’azzardo, legale e illegale. Gioco d’azzardo che era il “polmone finanziario dell’organizzazione”, come lo aveva definito il Pubblico Ministero Francesco Caleca. Grazie, infatti, alla creazione di un mercato parallelo di gioco d’azzardo illegale, tra schede contraffatte – tra cui la ‘Black Monkey’, da cui prende il nome il processo – e online, l’associazione aveva creato una struttura che, a partire da Conselice – il paese in provincia di Ravenna dove la famiglia si è trasferita nel 2002 da Marina di Gioiosa Ionica – attraverso l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Campania, la Puglia, la Calabria, fino ad arrivare in Inghilterra e in Romania, aveva ampliato sempre più il suo business criminale.

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado che aveva riconosciuto l’associazione come mafiosa, i giudici di Bologna avevano scritto: “Mafia oggi sempre più sta diventando una modalità di organizzare attività illecite e parallele secondo le logiche dell’economia diffusa (non più quindi solo ‘pizzo’ e affini, ma imprenditoria con aspirazioni monopolistiche oppure oligopolistiche), senza però prescindere, all’occorrenza, dai consueti metodi illegali al fine di insediarsi e consolidarsi. Il consenso sociale, in altre parole, può essere tanto estorto agli altri operatori economici, quanto provenire dai vantaggi offerti dalla condivisione di attività illecite. In altri termini, le mafie oggi sono soggetti mutanti, e ciò, per coerenza, impone anche una rivisitazione delle norme incriminatrici”.

Parole che riportiamo qua perché rappresentano bene, da una parte, una mafia moderna che muta in base alle possibilità di guadagno e, dall’altra, la capacità dell’organo giudiziario di riconoscere questi cambiamenti e applicarli alle norme. Nicola ‘Rocco’ Femia, infatti, durante le udienze del primo grado si era sempre definito un “imprenditore”, che lavorava dalla mattina alla sera per garantire un futuro ai propri figli – anch’essi condannati nel processo Black Monkey – e che non aveva operato con metodi mafiosi o criminali, nonostante, su di lui pendesse già una condanna a 23 anni per narcotraffico internazionale.

Al fianco di queste dichiarazioni, però, in quell’aula di Tribunale nel cuore di Bologna si sono succedute testimonianze che mostravano, anche se non sempre a prima vista, una violenza che non è mai stata lasciata da parte: “Non me lo ricordo, è successo tanto tempo fa”, è la frase che probabilmente è stata detta con più frequenza da testimoni impauriti che non volevano parlare. Ma poi venivano fuori i fatti: un coltello puntato alla gola del proprietario di un bar in provincia di Ravenna che aveva deciso di cambiare società da cui noleggiare le slot machines perché si era accorto che qualcosa non andava. Un’auto incendiata e lettere minatorie. E ancora, la scomparsa di uno dei testimoni chiave, Et Toumi Ennaji, che alcuni appartenenti all’associazione criminale avevano tentato di sequestrare portando così a una prima segnalazione e all’inizio delle indagini.

E poi un’altra minaccia, da cui quasi dieci anni fa erano partite le indagini sul gioco d’azzardo illegale: quella a Giovanni Tizian, allora giornalista della Gazzetta di Modena, che aveva infatti scritto un paio di articolo sugli affari di Nicola Femia. Articoli scomodi, che davano fastidio all’associazione: a dirlo sono le parole di un imputato Guido Torello, mentre parla al telefono, riferendosi a quel giornalista scomodo: “O la smette o gli sparo in bocca, è finita lì”. Una telefonata intercettata, a seguito della quale, alla fine del 2011, Giovanni Tizian, che allora non aveva ancora trent’anni, finisce sotto scorta.

Contro la sentenza di secondo grado avevano presentato ricorso diversi avvocati, a partire da Enza Rando per Libera, e anche la Procura di Bologna. La Cassazione ha stabilito che quei ricorsi sono inammissibili.

In attesa delle motivazioni di questo ultimo capitolo giudiziario di Black Monkey, la domanda rimane la stessa di un anno fa: allora che cos’è mafia?

Tratto da: liberainformazione.org

 

Fonte:https://www.antimafiaduemila.com/

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