NON CI PIACE AFFATTO IL COMPORTAMENTO DEL MINISTERO DELL’INTERNO NEI RIGUARDI DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA

NON CI PIACE AFFATTO IL COMPORTAMENTO DEL MINISTERO DELL’INTERNO NEI RIGUARDI DEI COLLABORATORI DI GIUSTIZIA,DI QUELLI CHE COLLABORANO VERAMENTE CON LA GIUSTIZIA.NON CI PIACE.C’E’ TROPPO MALCONTENTO IN GIRO CIRCA IL MODO IN CUI VENGONO………..” PROTETTI ” E NOI SIAMO

PREOCCUPATI.

Angela Corica – Giornalista

6 LUGLIO 2020

I collaboratori di giustizia spesso sono soli. Lo Stato li protegga, il rischio è

che tornino indietro

Ennesimo collaboratore di giustizia morto. Siamo l’unica categoria che dai tempi di

Buscetta ad oggi, uccidono e ‘suicidano’ noi e i nostri familiari e nello stesso

tempo siamo quella più abbandonata e con il più scarso livello di protezione.

Diranno adesso: era un ex, non si escludono nuovi coinvolgimenti, forse non è

stata la mafia, ecc. Insomma, il solito nastro. La verità è che ogni

collaboratore o familiare morto che ritorna a delinquere o che ritratta è

principalmente una sconfitta delle istituzioni, della società civile e una

vittoria delle mafie. La verità è che anche quest’uomo l’ha ucciso il

sistema’”.

Scrive così, sulla sua pagina Facebook, il collaboratore di giustizia e fondatore del

comitato sostenitori dei collaboratori e testimoni di giustizia, Luigi

Bonaventura, a seguito dell’ennesimo omicidio di un uomo che aveva deciso di

collaborare con lo Stato, Orazio Sciortino, avvenuto lo scorso 30 giugno nelle

campagne di Vittoria, nel Ragusano. E non è la prima volta che, anche

recentemente, un collaboratore viene ucciso. Nel 2018, il giorno di Natale, nel

centro storico di Pesaro si è consumato l’omicidio di Marcello Bruzzese, 51

anni, fratello del collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese, di Rizziconi

(Reggio Calabria). Il 25 aprile del 2019 è stato ammazzato Orazio Pino a

Chiavari, un ex collaboratore di giustizia anche lui ed ex personaggio di spicco

della famiglia di Giuseppe Pulvirenti, legata al clan di Nitto Santapaola.

Ragusa, un ex collaboratore di giustizia ucciso a Vittoria. Aveva fatto luce sulla strage di San Basilio del 1999

Al di là della storia di ognuno di loro, del passato discutibile e del motivo per cui

hanno deciso di intraprendere una strada diversa, un dato è certo: la mafia

mostra la propria forza anche in questo modo e lo fa perché talvolta lo Stato

allenta le maglie della protezione. E sono gli stessi collaboratori di giustizia

a denunciare la solitudine, l’impossibilità di crescere con serenità i propri

figli, la difficoltà a inserirsi in nuovi contesti, trovare un lavoro, l’inerzia

di chi dovrebbe tutelarli e invece li abbandona al loro destino.

Nel caso dell’omicidio Sciortino, l’ultimo in ordine temporale, visto “lo scarso spessore criminale della vittima” non sembra riconducibile alla sua collaborazione con la giustizia, almeno per ora. Sciortino era anche rimasto coinvolto e ferito già un anno prima nel tentato omicidio del fratello, in difesa del quale era

intervenuto a marzo 2019. Tuttavia il dibattito sul funzionamento del sistema di

protezione per coloro che non sono testimoni di giustizia bensì collaboratori,

resta. E come ha scritto Luigi Bonaventura, il fatto che spesso alcuni

collaboratori tornino a delinquere è comunque una sconfitta per lo Stato, perché

vuol dire che qualcosa non ha funzionato, che non si sono sentiti abbastanza

tutelati, che hanno avuto paura.

La posizione di queste persone è in effetti singolare perché si trovano tra due

fuochi: da un lato la mafia che vuole punirli per aver parlato, dall’altra lo

Stato che spesso li lascia soli. L’opinione pubblica non si indigna abbastanza

proprio perché li ritiene ex criminali o opportunisti. E, invece, ognuno di loro

ha una storia, una propria dignità, sogna un futuro diverso, vuole avere

un’altra occasione o, semplicemente, vuole garantire un’alternativa ai propri

figli. È proprio grazie alle loro testimonianze, preziose, perché vengono

dall’interno delle organizzazioni criminali, che è stato possibile scoprire i

segreti delle mafie e combatterle, in maniera sempre più forte. E, talvolta,

come nel caso di Bonaventura, si è anche assistito a un effetto domino: dopo le

denunce del collaboratore di giustizia ci sono stati nuovi collaboratori che

hanno deciso di cambiare rotta.

Ma è necessario un programma di protezione che li protegga veramente e che non li abbandoni a un certo punto, come accade della maggior parte dei casi. Spesso ci

si trova soli, in città sconosciute, certe volte con la propria famiglia, altre

da soli, con le proprie generalità ingombranti, soprattutto se si cerca un

lavoro. Ci si trova sperduti e in preda alla paura, il rischio che si torni

indietro è alto. E la responsabilità dell’inefficienza del sistema non è della

mafia che è diventata più forte, perché la mafia in questo caso usa i metodi di

sempre, ma è lo Stato a essere debole, a sottovalutare il fenomeno, a non capire

che solo portando via alle organizzazioni criminali i loro aggregati è possibile

indebolirle veramente.

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