Nome in codice: “Gardenia”. Le infiltrazioni degli Anello per avere informazioni riservate

Nome in codice: “Gardenia”. Le infiltrazioni degli Anello per avere informazioni riservate

Tre finanzieri e un poliziotto sono coinvolti nell’inchiesta condotta dalla Dda di Catanzaro. Il giudice li ritiene vicini alla cosca attiva tra il Lametino e il Vibonese. Uno dei militari sarebbe stato invitato al matrimonio della figlia del boss. E la marmeria di sua moglie è tra le imprese «accreditate» dal clan

22 luglio 2020, 12:48

di Michele Presta


COSENZA
«Gardenia si è informato e dice che me l’hanno tolta». “Gardenia” era il soprannome con cui alcuni esponenti del clan “Anello” identificavano il brigadiere capo della Guardia di Finanza, Domenico Bretti. Il militare delle fiamme gialle che dagli atti dell’inchiesta “Imponimento” risulta indagato insieme ad altre 158 persone, si ritiene abbia fornito informazioni agli appartenenti del gruppo criminale attivo tra il Lametino e il Vibonese. Un soprannome che gli viene affibbiato perché la moglie ha un negozio di marmi, la “Gardenia” appunto, di cui gli uomini della consorteria criminale sono a conoscenza. A parlare è Giovanni Anello, uomo che per come emerge dalle indagini è molto vicino a Rocco Anello. Discute con un’altra persona e gli racconta di come i finanzieri lo abbiano fermato e portato in caserma a Lamezia Terme con la scusa di un controllo. Una mezz’ora tra le mura della caserma, solo perché ai militari sarebbe servito il tempo per bonificare la macchina dalle microspie. Giovanni Anello sa che i finanzieri lo tengono sotto controllo per la sua vicinanza con Rocco Anello e, come emerge dalle intercettazioni telefoniche, è conscio che le cimici dell’auto sono installate proprio per questo motivo. «In macchina comunque me l’hanno messa perché giro sempre con Rocco capito? – dice -. Sono dalla mattina alla sera con lui allora si sono detti chissà dove vanno questi qua». La rivelazione che avrebbe fatto il finanziere però non convince Giovanni Anello, così come Rocco. In più occasioni, gli intercettati si dicono che quanto detto da “Gardenia” «non se lo fidavano» aggiungendo che il giorno del controllo alla caserma di Lamezia le cimici non fossero state realmente asportate dall’auto.
Ma il brigadiere Domenico Bretti, è ricostruito nell’indagine, aveva contatti stretti con il gruppo criminale anche per spiegare loro metodi d’indagine. Così avvenne in occasione dell’arresto di Pasquale Rondinelli. Sono Rocco Anello e Vincenzo De Nisi a dire «in maniera chiara» è scritto nell’ordinanza, di aver appreso le modalità in cui si svolgono le operazioni della Guardia di Finanza. «La Finanza non ne fa appostamenti, me lo ha detto pure Gardenia (soprannome di Domenico Bretti ndr) la Finanza ha detto “noi andiamo in un posto quando è una cosa sicura se no noi non facciamo perquisizione”». La vicinanza del militare delle fiamme gialle alla famiglia Anello, per gli investigatori viene confermata anche da alcuni episodi di circostanza. Il primo riguarda la visita di Rocco Anello in occasione della morte del padre di Domenico Bretti, la seconda è l’invito di quest’ultimo al matrimonio della figlia del boss.
GLI AFFARI DELLA MARMERIA Un volume d’affari che in pochi anni passa da 40mila euro a 410mila euro. Una marmeria, la “Gardenia”, che «non subiva la concorrenza» è scritto nell’ordinanza dell’operazione “Imponimento”. Ma l’impresa della moglie di Domenico Bretti «rientra tra le ditte accreditate da Rocco Anello e dai suoi accoliti, anche ai fini dell’ottenimento dei lavori e fornitura di marmi nei cantieri edili da quest’ultimo “gestiti”» spiega il gip. «Non solo il Bretti intrattiene rapporti di tipo “conviviale” con i componenti la famiglia Anello – è riportato agli atti d’indagine -, ma si interfaccia con gli stessi anche in veste di vero e proprio imprenditore, un imprenditore, però, che porta il valore aggiunto di essere detentore di informazioni di polizia che rappresentano preziosa fonte per gli accoliti del clan. La conoscenza tra il finanziere e il boss Rocco Anello è così solida che quest’ultimo, direttamente o indirettamente, si premura addirittura di proporre a futuri clienti la prestazione d’opera da parte del Bretti stesso, mettendolo in contatto con i committenti». Non a caso gli investigatori intercettano il tentativo di affidamento dei lavori. «Mi hanno detto che c’è un marmista a Filadelfia che sta facendo un sacco di cappelle a Sant’Onofrio…» dice una donna. «Se vi serve qualcosa glielo diciamo a questo qua a “Gardenia”» replica Rocco Anello che aggiunge: «Se vi dovete far fare qualcosa ce la facciamo fare da questo».
GLI ALTRI MILITARI DELLA GUARDIA DI FINANZA Ma non c’è solo il brigadiere Bretti. Nel fascicolo d’indagine sono finite anche le presunte rivelazioni del finanziere Antonio Dieni, il quale avrebbe confidato a Francesco Iannazzo, «Francè fate un poco attenzione perché… il periodo è quello che è e c’è un pochino di attenzione verso di te e verso Pierdomenico». Dalle indagini è stato possibile appurare come «Pierdomenico è figlio di Francesco, meglio noto come “Ciccio Cafarone”, figura apicale della cosca di ‘ndrangheta “Iannazzo”». Gli investigatori sono arrivati ad Antonio Dieni a seguito di una serie di indagini con al centro gli intrecci telefonici per risalire a chi si riferissero Iannazzo e Rondinelli quando parlavano delle informazioni fornite dal finanziere del Goa. Non è il solo, nell’ordinanza compare anche Franco Pontieri, altro finanziere. Lui avrebbe riferito a Nicola Monteleone che poi avrebbe notiziato Rocco Anello di una operazione a Santa Maria di Catanzaro. «Monteleone risultava puntualmente informato – scrive il gip – sia sul numero di persone che sarebbero state interessate dall’operazione che sulla data della stessa, invitando Rocco Anello a leggere i giornali del martedì successivo per avere riscontro di quanto gli stava anticipando “ventiii…o ventidue o ventotto”, ha detto “la sera di lunedì la fanno”». E così il 21 febbraio del 2017 si realizza l’operasione “Safety Car” nei confronti di un gruppo di rom che dediti al furto d’auto nel catanzarese.
IL POLIZIOTTO DELLA QUESTURA DI COSENZA Per la Dda di Catanzaro, al servizio della cosca Anello-Fruci c’è anche un poliziotto in servizio alla Questura di Cosenza. Si tratta di Pietro Verdelli. A Rocco Anello, Antonio Monteleone racconta che Pietro Verdelli avrebbe convinto un carabiniere a non effettuare controlli su di lui. «Al maresciallo lo ha acchiappato Pietro», si legge nelle captazioni ambientali di Monteleone. «Gli ha detto ma vedi che Monteleone è una brava persona, è un bravo ragazzo che lavora e tutto quanto. Perché gli rompi sempre il cazzo?». L’assistente capo della Polizia di Stato è tirato in ballo anche in un altra circostanza. È sempre Monteleone che chiede il suo aiuto per avere informazioni su una relazione scritta dai carabinieri in cui risultava essere in presenza di Rocco Anello «vedo se un poliziotto, tramite un amico riesce ad arrivare…». Tramite un virus sui cellulari, i finanzieri captano la conversazione tra Antonio Monteleone, Rocco Anello e Nazzareno Bellissimo. È in questa circostanza che Monteleone ai due riferisce che “Pietro il poliziotto” «gli avrebbe accennato che la relazione riguardava il fatto che i carabinieri l’avevano visto davanti ad un bar, probabilmente si trattava della stessa attività di bar sita a Filadelfia – è scritto nell’ordinanza – unitamente a Nazzareno Bellissimo e Rocco Anello “Quella mattina che eravamo tutti e tre che ci siamo presi… quando sei arrivato tu … che ci siamo presi il caffè”». (m.presta@corrierecal.it)


fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/

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