Nobile discorso del Capo dello Stato nella ricorrenza del 25 aprile

Napolitano e il senso della Resistenza

Grande discorso di Giorgio Napolitano alla Scala di Milano: con altezza di accenti il Presidente della Repubblica ha celebrato la Resistenza, ha onorato Pertini simbolo dell’Italia che aveva combattuto per la sua dignità così ritrovandola, ha esaltato il valore dell’unità nazionale, così attuale in tempi in cui essa è messa in discussione quando non addirittura disprezzata. Valori che hanno poca o nessuna risonanza in quel Presidente del Consiglio che si è più volte appisolato durante la celebrazione (le telecamere sono impietose) – segno di quanto essa toccasse le sue corde più profonde – né nel suo principale alleato, la Lega di Bossi e dei suoi luogotenenti
Napolitano ha sottolineato più volte che l’unità nazionale non è in contrasto né con l’unità europea né con un moderno assetto dello Stato di tipo federale. Il fatto è che Berlusconi ed i suoi alleati leghisti sanno poco, e dicono ancor meno, di cosa davvero significhi l’organizzazione federalistica dello Stato alla quale essi pensano. Circa due settimane fa, in un articolo sul Corriere della Sera, Giovanni Sartori aveva illustrato quelle che lui definisce “Le incognite del federalismo” (questo il titolo dell’articolo), individuandole in «quattro stringatissime voci»: il suo costo finanziario, i suoi tempi decisionali, la frammentazione localistica cui darebbe luogo e l’assenza di sanzioni efficaci alla trasgressione delle sue obbligazioni (si parla del federalismo “in salsa italo-leghista”, non in generale). Inutilmente, come era prevedibile, Sartori chiedeva al ministro Calderoli (perché «Bossi e Berlusconi non lo sanno di certo», sosteneva il professore) che cosa avesse da obiettare alle sue inquietudini: il semplicissimo “ministro per la semplificazione”, l’odontoiatra Calderoli, si è ben guardato dal rispondere.

In un articolo di una settimana fa, che si ricollegava esplicitamente a quello di Sartori, Giorgio Ruffolo notava che «il cosiddetto federalismo fiscale nasce nella cultura del separatismo, non in quella del federalismo autentico. Questa strada ci porta alla esasperazione della tendenza drammatica che si sta profilando in Italia mentre si avvia il tempo del centocinquantenario dell’unità: la tendenza alla divaricazione del Paese tra un Nord destinato a identificarsi in un Belgio grasso e un Sud avviato a precipitare in una colonia mafiosa», con una metafora che aveva già usato e lungamente motivato nel suo ultimo testo “Un Paese troppo lungo”. E concludeva Ruffolo, nel suo articolo citato: «La sostanza del federalismo fiscale è l’abbandono del punto forte del meridionalismo: l’impostazione del problema del Sud come problema nazionale, che riguarda tutte e due le parti del Paese».

Ecco, la celebrazione della Resistenza e l’esaltazione dei valori da essa espressi, fra i quali la riscoperta e l’affermazione forte dell’unità dello Stato, servono anche a far riflettere sui valori ideali che quella storia gloriosa ci ricorda e sulle ricadute economiche e sociali alle quali essa ci richiama, e costituiscono un ammonimento per i pericoli che l’abbandono di quei valori comporta: come osserva Ruffolo, un separatismo travestito da federalismo – vale a dire la negazione dell’unità dello Stato – incancrenisce la vetusta e gravissima “questione meridionale” e rischia così di trascinare nel gorgo il Paese intero.
Franco Bianco

(Tratto da Aprile online)

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