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Nelle case fantasma di Milano così i clan espropriano il Comune. Questo capita mentre Berlusconi e Maroni si riempiono la bocca nel dire che stanno sconfiggendo la mafia. Di quale mafia parlano???

Cinquemila alloggi controllati dai boss. E “riassegnati” attraverso una vera e propria graduatoria parallela
Un business da 20 milioni: capi bastone controllano interi caseggiati grazie a funzionari pubblici infedeli

Gli alloggi comunali a Milano non sono più un problema: basta scendere a patti coi boss delle “case fantasma” e, grazie anche a funzionari “amici”, un tetto si trova. Un bilocale a Niguarda. Tre vani a Quarto Oggiaro. Due stanze a Baggio. Luce-acqua-gas compresi nell'”affitto”. Prendere e pagare. All’ombra del Duomo, nella nebulosa dei lunghi silenzi di Palazzo Marino, per avere una casa “convenzionata” non devi nemmeno aspettare il tuo turno nella lista per l’assegnazione: c’è una graduatoria parallela, molto più rapida ma a pagamento. La gestiscono i burattinai del racket degli alloggi pubblici. I capi bastone delle occupazioni abusive e i dipendenti infedeli dei gestori pubblici. Che nella città della finanza contano più di un consigliere comunale, più di un assessore.

Donne-boss che hanno in mano interi caseggiati; portinai che sparano per chiudere la bocca a chi protesta o a chi non paga; funzionari e dirigenti dell’Aler – l’azienda lombarda per l’edilizia residenziale – conniventi. Bene oliati dagli “amministratori-scassinatori” con l’unico passpartout che apre tutte le porte: le “stecche”. Pagate soprattutto dagli inquilini a chi, per potere conquistato con metodi da gangster, si è sostituito al Comune nell’amministrazione dei pubblici alloggi. “La lista parallela esiste ed è il risultato di troppi anni di inefficienza da parte delle amministrazioni – denuncia Aldo Brandirali, consigliere comunale Pdl e già assessore allo sport – Palazzo Marino continua a non conoscere la situazione di illegalità diffusa: e questo è un grosso problema”.

Un business da 20 milioni di euro all’anno, 5mila case controllate da una decina di clan della malavita organizzata di origine campana, pugliese, calabrese e siciliana. Finiscono nelle loro casse le mazzette scucite alle famiglie che aspettano da anni. Da 1.000 a 7.000 euro. Accordi a domicilio o attraverso inserzioni su giornali e online. “Affittasi bilocale in viale Fulvio Testi”; “appartamento a Corvetto, privato, telefonare a…”. Si vendono, in pratica, i contratti di affitto. Si sfondano porte di acciaio e si mette a reddito la casa. L’ultimo l’hanno beccato un mese fa: cercava di piazzare su Ebay un appartamento in via Forze Armate, 25mila euro con la possibilità, in futuro, di passare all’acquisto.

Come si è arrivati a questa situazione lo spiegano bene le parole pronunciate dal pm Antonio Sangermano nell’udienza dello scorso 11 maggio contro il clan Pesco-Cardinale. Che al quartiere Niguarda controlla decine di immobili. “Il Comune ha tollerato per anni una sacca purulenta, è inutile che i cittadini facciano segnalazioni se poi si resta inerti”. Chi denuncia o si oppone alla legge dei furbetti riceve un trattamento “dedicato”: minacce, aggressioni, colpi di pistola. Come nella notte tra il 4 e il 5 aprile.

Dieci spari contro una finestra in via Console Marcello. Per “avvertire” una donna che doveva testimoniare a un processo per pestaggio. L’accusato è il figlio della portiera, L. A., donna boss alla quale l’Aler ha affidato il controllo degli appartamenti sfitti di un palazzo a Niguarda: lei disinnesca gli allarmi e fa salire la gente a dormire dietro compenso. È lei l’alter ego di Anna Cardinale, appena tornata in libertà, figlia della “signora Gabetti” Giovanna Pesco, chiamata così perché è stata un vera e propria agenzia immobiliare di alloggi da occupare. Tutte e due arrestate dalla polizia che mesi dopo ha pure pizzicato un ispettore Gefi che chiedeva sesso per evitare lo sfratto.

Tra Aler e Comune sono 93 mila le case pubbliche a Milano. Cinquemila vuote. Quattromila occupate abusivamente. E i tempi di attesa (20 mila domande) si allungano. “Dal primo ottobre il Comune ci ha riaffidato la gestione del suo patrimonio (30 mila case) che prima era in mano a tre privati (Gefi, Romeo, Pirelli Re) – dice Domenico Ippolito, direttore generale dell’Aler – Stiamo cercando di eliminare le sacche di illegalità laddove è possibile”.

Ma le case fanno gola a tanti. Dietro i meccanismi dell’assegnazione “parallela” c’è l’affare dei servizi di manutenzione e ristrutturazione. Mafia da una parte, sponde istituzionali dall’altra. Uno degli arrestati nell’inchiesta “Parco-Sud” sui rapporti tra ‘ndrangheta, politica, e imprese edili, il consigliere comunale Pdl di Trezzano, Michele Iannuzzi, intercettato con un imprenditore “accenna alla possibilità di ricevere dei lavori dall’Aler per tramite dell’interessamento di Marco Osnato”, consigliere comunale milanese del Pdl e funzionario Aler (non indagato).

Un altro spaccato riguarda i rapporti tra l’Aler e lo studio De Luca. Che dal 2005 amministra 600 appartamenti popolari tra via Ciriè e via Racconigi. La moglie di Antonio De Luca, Anna Bubbico, socia nel suo studio fino al 2006, siede nell’ufficio di presidenza dell’Aler e si occupa di lotta all’abusivismo. Quanto basta all’associazione “Sos racket e usura” per denunciare connivenze e opacità. Il materiale raccolto attraverso 500 questionari nei quartieri più problematici è diventato un dossier, ora in Procura. Una fotografia in chiaroscuro dei rapporti ambigui tra controllati e controllori. Con più di una sorpresa. A chi spetta il compito di fronteggiare il potere dei mammasantissima delle periferie? L’Aler ha mandato in trincea quindici ispettori. Tutte donne. Dicono all’Aler che “sono più convincenti di noi uomini”.
PAOLO BERIZZI e SANDRO DE RICCARDIS

(Tratto da Repubblica – Milano)