Nel Lazio le respoonsabilità maggiori dell’avanzata delle mafie, oltre che della politica, sono dei Prefetti e delle Procure ordinarie.

Nessuno finora ha saputo illustrare meglio dei magistrati napoletani la situazione criminale esistente nel basso Lazio.

In una delle recenti ordinanze di custodia cautelare, essi, infatti, l’hanno così descritta:

i Casalesi esercitano “ un massiccio controllo del territorio con la sottoposizione ad estorsione di tutte le principali attività economiche, un controllo sistematico del sistema degli appalti pubblici e dei subappalti ed il tentativo, spesso riuscito, di controllare le attività politiche ed istituzionali, infiltrandosi anche nelle forze dell’ordine e nelle amministrazioni pubbliche”.

Il riferimento è solo al clan dei Casalesi, senza considerare, poi, gli altri clan, ’ndrine, cosche e così via.

A fronte di tale situazione, ecco come reagiscono gli organismi giudiziari territoriali dello Stato:

i PM Diana De Martino e Francesco Curcio, la prima all’epoca in servizio presso la DDA di Roma ed il secondo presso quella di Napoli ed ora entrambi in forza alla DNA, riferendosi al distretto giudiziario di Latina a proposito delle inchieste “Damasco” su Fondi, hanno scritto:

“Nella stragrande maggioranza dei casi si è proceduto da parte delle diverse autorità giudiziarie di questo distretto rubricando la massa dei fatti oggetto di indagine, in realtà di stampo mafioso, in fatti di criminalità comune”.

Il 27 e 28 luglio uu. ss. il quotidiano “La Repubblica”, nella cronaca di Roma, ha pubblicato due ampi servizi, comprensivi di un’intervista al giudice Lupacchini nei quali vengono evidenziate le drammatiche deficienze della magistratura giudicante romana che finora ha riconosciuto difficilmente, pur di fronte alla gravità della situazione esistente nella Capitale e nell’intero Lazio, il 416 bis.

Nemmeno a carico dell’ex banda della Magliana che si vide condannata solamente per associazione a delinquere semplice e non per quella mafiosa.

C’è, poi, sempre in quei servizi un’altrettanto drammatica denuncia di uno degli investigatori della Polaria -che ha abbandonato l’Italia e si è trasferito in uno dei paesi del Sudamerica- che indagava sui clan del narcotraffico, il quale dichiara:

“Ad un passo dai capi della cupola, fermati e poi trasferiti d’ufficio”.

Vogliamo fermarci qua!

Sul “caso Fondi” noi abbiamo redatto un dossier, intitolandolo:

“Caso Fondi. Diverso modo di combattere il crimine: Prefetto e Prefettura in prima linea, Procura e Procuratore defilati”.

Siamo stati gentili e non abbiamo voluto infierire.

A capo della Prefettura all’epoca c’era Frattasi, subito promosso e trasferito al Ministero dell’Interno.

Oggi quel titolo non sarebbe più valido!

Pur essendo la situazione molto, molto più grave rispetto a prima.

La realtà è che i livelli istituzionali locali, le Prefetture, le Procure, i vertici provinciali delle forze dell’ordine nel Lazio hanno fatto e fanno poco o niente contro le mafie.

Non saremmo arrivati alla situazione drammatica in cui ci troviamo se essi fossero stati più solerti ed attenti.

Detto questo, pigliamocela pure con gran parte della gente che è ignorante, corrotta intellettualmente ed afflitta da una cultura mafiogena e, pertanto, non collabora, non parla e fa finta di non vedere le cose, ma cominciamo a dare nome e cognome a queste:

LE PREFETTURE E LE PROCURE DEL LAZIO NON FUNZIONANO SUL PIANO DELLE LOTTA ALLE MAFIE COME DOVREBBERO FUNZIONARE.

Le responsabilità maggiori sono di queste.

Ma queste cose la maggior parte del cosiddetto fronte antimafia, le varie associazioni in gran parte marcate politicamente, non hanno il coraggio di dirle e denunciarle.

Se non si comincia a far sentire il fiato dell’opinione pubblica illuminata sul collo di Procuratori ordinari e Prefetti “disattenti” e li si costringe a lavorare come lavorano i Procuratori ordinari ed i Prefetti campani, la situazione criminale nel Lazio peggiorerà sempre di più.

Abbiamo chiesto ai Ministri Severino e Cancellieri di affrontare il “caso Lazio”, perché di questo si tratta, facendo in modo che si applichi l’art.51 bis-comma 3- del CPP che prevede la codelega della Procura generale di Roma alle Procure ordinarie, a cominciare da quella di Cassino, ad indagare anche in materia di mafia.

E’ trascorso quasi un mese dall’invio ai predetti Ministri delle nostre proposte ed aspetteremo ancora un po’.

Ove non dovesse succedere niente, ci vedremmo costretti, come seconda fase della nostra azione, a passare ai manifesti.

Poi si vedrà!

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