‘Ndrangheta stragista: la storia della “Falange Armata”

Ndrangheta stragista: la storia della “Falange Armata”

La sigla terroristica di un’organizzazione eversiva che senza compiere alcun attentato ha catturato per anni più di ogni altra l’attenzione dei mass media. I sospetti e le ombre dei servizi segreti deviati e della criminalità organizzata

di Fabio Papalia
REGGIO CALABRIA Una sigla terroristica di un’organizzazione eversiva che senza compiere alcun attentato ha catturato per anni più di ogni altra l’attenzione dei mass media. Troppo perfetto per essere vero, ed è così che sulla organizzazione aleggiano le ombre dei servizi segreti deviati e della criminalità organizzata, quella sì autentica. Tra le carte depositate al fascicolo del dibattimento del processo “‘Ndrangheta stragista” dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo vi è una nota del 2016 del Servizio Centrale Antiterroristico del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, con cui viene ricostruita la cronistoria della fantomatica organizzazione della “Falange Armata”.
LA PRIMA RIVENDICAZIONE COME “FAC” La sigla terroristica si manifesta per la prima volta sotto la sigla Falange Armata Carceraria (FAC), il 22 maggio 1990, rivendicando l’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, avvenuto nei pressi di Lodi l’11 aprile 1990.
Il 5 novembre 1990 compare invece la sigla “Falange Armata” che, ribadendo l’impegno nel settore carcerario delegato alla “Falange Armata Carceraria” e rivendicando l’omicidio di due professionisti – Vecchi e Rovetta – lamenta la mancata diffusione, da parte delle Forze di Polizia, di una cassette registrata, ma mai rinvenuta, che sarebbe stata depositata presso la stazione di Bologna, nella quale sarebbero stati contenuti il programma politico-militare dell’organizzazione, nonché “rivelazioni sul delitto Mattarella, la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e l’operazione Gladio”.
COMPARE LA SIGLA “FA” In seguito la sigla “FA” si alternerà a quella “FAC” fino al 5 gennaio 1991, data nella quale comparirà quasi esclusivamente la sola denominazione Falange Armata. Complessivamente, a nome o a firma della Falange Armata, sono pervenute circa 1200 telefonate e una trentina di lettere anonime a redazioni di giornali ed altri organi di stampa, a rappresentanti di pubbliche istituzioni nonché a privati cittadini. Mezzo privilegiato per le proprie “esternazioni” dell’organizzazione terroristica è stato il telefono. Gli investigatori hanno suddiviso le telefonate della Falange Armata in due gruppi. Nel primo rientrano i lunghi comunicati dettati ad agenzie di stampa o a quotidiani a diffusione nazionale, che contengono le linee della presunta strategia dell’organizzazione. Del secondo gruppo invece fanno parte brevi comunicati a carattere minatorio o rivendicativo, pervenuti a centralini di Enti o organi di informazione a livello locale, con lo scopo di destare allarme tra le autorità e tra la cittadinanza.
DELITTI MAI AVVENUTI O APPRESI DAI GIORNALI Nel corso degli anni la Falange Armata ha rivendicato sia delitti mai avvenuti sia reati effettivamente compiuti, ma di solito in tali casi solo molte ore dopo che i mass-media ne avevano già dato notizia e senza alcun elemento di prova sulla effettiva riconducibilità dell’evento criminoso all’organizzazione.
LE MINACCE Un’ampia sequela di minacce, invece, hanno investito gli ambienti più vari, riflettendo in generali i “temi di interesse” della Falange. Così dall’attacco costante a funzionari e strutture del settore carcerario si è passati anche a minacce alle forze dell’ordine, ad alcuni magistrati, a giornalisti ed esponenti politici, nonché alle massime cariche dello Stato, tra cui il Presidente della Repubblica, del Senato, del Consiglio, nonché ministri dell’Interno.
LOTTA ALLA MAFIA E PENTITI La Falange Armata si è inserita frequentemente nel dibattito sulla lotta alla mafia – con posizioni spesso contraddittorie (come ad esempio la difesa di Buscetta e l’attacco contestuale al pentitismo di mafia) e in quello per la moralizzazione della vita pubblica nazionale, contro la “partitocrazia”.
L’ARRESTO DI UN EDUCATORE CARCERARIO Il 25 ottobre 1993 un’inchiesta della Procura di Roma portò all’arresto, per concorso in associazione terroristica ed eversiva, attentato contro gli organi costituzionali e violenza e minaccia a pubblico ufficiale, di un educatore carcerario, poi assolto. Nei mesi successivi al suo arresto si è registrato un tentativo da parte dell’organizzazione di accreditare l’ipotesi che l’educatore carcerario fosse l’unico vero artefice delle telefonate a nome della Falange. Dopo il fermo dell’educatore il fenomeno vede un rallentamento, scompaiono quasi del tutto i lunghi comunicati ma proseguono le telefonate “a pioggia”, brevi e diffuse sul territorio.
ATTIVITÀ “SOSPESA” PER LE ELEZIONI DEL ’94 Mentre l’educatore era in carcere nel marzo 1994 pervenne all’agenzia di stampa Adn-Kronos un lungo comunicato della Falange Armata, che annunciava di avere sospeso le attività nell’imminenza delle elezioni. Un messaggio che per contenuti e lessico utilizzato era simile a precedenti telefonate autentiche della Falange.
LA BANDA DELLA UNO BIANCA La sigla ricompare l’1 dicembre 1994, in seguito all’arresto di cinque poliziotti implicati nei delitti della banda della “Uno bianca”. La Falange rivendica di avere forzato la rete telematica dell’Adn-Kronos e lascia un comunicato impresso sui terminali, messaggio inviato il giorno successivo anche sul pc di uno studente di Cagliari, con cui smentisce qualsiasi collegamento tra gli arrestati – definiti “terroristi idioti ed incapaci” e l’organizzazione terroristica. 
IL PICCO NEL ’93 Il Ministero ha stilato un prospetto per descrivere la distribuzione delle rivendicazioni durante un arco temporale che vede la massima espressione nel 1993, per poi decrescere lentamente nel biennio 94-95 e in modo più marcato negli anni successivi, fino a raggiungere livelli poco significativi dagli anni 2000.
Questo il prospetto dei comunicati: nel 1990 28, 308 nel 1991, 189 nel ’92, 437 nel ’93, 291 nel ’94, 172 nel ’95, 104 nel ’96, 47 nel ’97, 52 nel ’98, 38 nel ’99 e 16 nel 2000.
LA FALANGE MACEDONE Il nome “Falange” richiama la terminologia militare che rievoca le formazioni di combattimento impiegate nell’antica Grecia e presso i macedoni di Alessandro Magno. La formazione a falange era quella che i reparti di fanteria assumevano con uno schieramento rettangolare con la fronte al nemico. Venne adottata fino all’epoca rinascimentale, poi perse importanza con l’avvento delle armi da fuoco.
IL FALANGISMO SPAGNOLO Nel 900 in Spagna il termine “falangismo” ha contrassegnato un movimento e un’ideologia politica sostenuti dalla “Falange Spagnola”, interpretato spesso come una variante iberica del fascismo italiano. L’allora servizio segreto Sisde, il 17 febbraio 1992 ha prodotto un’analisi nella quale ritiene verosimile l’ipotesi che “la sigla Falange sia strumentalmente adoperata inizialmente da elementi legati alla criminalità…” ma non esclude che “la grande bagarre suscitata dall’enorme diffusione rivendicativa non possa nascondere oscuri disegni o, quanto meno, essere utilizzata a fini destabilizzanti”.
L’ANALISI DEL CESIS Secondo un’analisi del Cesis, del 30 marzo 1993, si sostiene che “potrebbe essere presa in considerazione la tesi che la sigla in questione copra una struttura appositamente “creata in laboratorio”, con specifici intenti di inserimento e di manovra in ambienti di pubblico interesse… In questo senso, confortano anche dichiarazioni del Ministro dell’Interno che, in una intervista a “La Repubblica”, ha parlato di “istituzione fantomatica… E’ una centrale di intelligence che pratica orari di ufficio e simula una struttura burocratica… La sua attività sembra sottrarsi ai normali canoni logici”.
«UNA SCHEGGIA IMPAZZITA DELLO STATO» Nella stessa analisi il Cesis riporta anche le dichiarazioni del senatore Gualtieri, presidente della Commissione Stragi, “particolarmente determinato nel sostenere che “Falange Armata” costituirebbe una scheggia impazzita dello Stato e fortemente critico nei confronti della struttura Gladio”. Il dossier del Cesis si conclude con la seguente valutazione: “va rilevato come nessuna organizzazione inquadrabile nella tipologia consueta delle formazioni eversive sia mai riuscita a catturare l’attenzione dei mass media per quasi tre anni, senza aver compiuto alcun attentato. In ciò manifestando una conoscenza delle tecniche di disinformazione che va ben oltre i connotati solitamente spontaneistici di un gruppo di matrice eversivo. Palesando, altresì, in un contesto del tutto privo di contenuti ideologici radicali, orientamenti di tipo “tradizionalista conservativo”. Parimenti non è mai avvenuto in passato che organizzazioni terroristiche abbiano ritenuto di dover fare riferimento alla Relazione semestrale sull’attività dei Servizi in considerazione del richiamo fattovi, e ricorrendo addirittura ad un comunicato avente i caratteri di una smentita stampa, con u ordine espositivo proprio di mentalità burocratica…”.
I DUBBI DELL’AMBASCIATORE FULCI Nella prima metà del 1993, poi, l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, già segretario generale del Cesis, riferi al Capo della Polizia e al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri che, secondo proprie personali valutazioni, erano emerse correlazioni tra appartenenti al Sismi e la sedicente organizzazione “Falange Armata”. Il diplomatico avanzò dubbi che a suo avviso i vertici del Sismi potrebbero aver fatto parte o essere stati al corrente dell’organizzazione “Falange Armata”, coincidendo le località di provenienza delle rivendicazioni da parte della “Falange Armata con i centri Sismi”.
GLI ATTENTATI IN CALABRIA Sono state ripescate dagli archivi anche le tre rivendicazioni di attentati ai danni dei militari dell’Arma dei Carabinieri avvenuti in Calabria tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994 e che sono alla base del processo “‘Ndrangheta stragista”.
La prima “rivendicazione” risale al 20 gennaio 1994 e si sostanzia in una telefonata anonima pervenuta alla Stazione Carabinieri di Scilla, nel corso della quale una voce maschile, con cadenza dialettale calabrese ha pronunciato la frase “se continuante così ne uccideremo altri quattro. Vedete che non stiamo scherzando”. Il contenuto viene ricondotto all’omicidio dei Carabinieri Fava e Garofalo, avvenuto il 18 gennaio 1994 sull’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria nei pressi di Scilla (in foto la scena del delitto).
La seconda rivendicazione è dell’1 febbraio 1994, ancora una volta una telefonata anonima giunta alla Stazione Carabinieri Rione Modena, con la quale una voce femminile con inflessione dialettale calabrese ha pronunciato la frase “maledetti stiamo facendo una strage maledetti”. Il contenuto è ricollegabile anche al ferimento di due carabinieri, avvenuto quello stesso giorno sulla SS 106 nei pressi degli svincoli Arangea e San Gregorio.
La terza rivendicazione, del 4 febbraio 194, l’unica nella quale emerge un riferimento a organizzazioni di tipo terroristico. Alla stazione carabinieri di Polistena quella mattina è giunta una lettera contenente un documento a firma “Falange Armata”, redatto con il normografo, col seguente testo: “Quanto ci siamo divertiti per la morte dei due carabinieri bastardi uccisi sull’autostrada, è un inizio di una lunga serie e mi auguro che a Polistena facciate tutti la stessa fine”.
(redazione@corrirecal.it)

7 maggio 2020

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/

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