. ‘Ndrangheta, sequestrato l’impero di Marcello Pesce «u ballerinu»

Il Corriere della Sera, martedì 4 Aprile 2017 

Ndrangheta, sequestrato l’impero di Marcello Pesce «u ballerinu»
Undici arresti per associazione mafiosa tra gli affiliati del potente clan di Rosarno. E soprattutto sigilli ai possedimenti del boss, tra aziende e terreni. In manette anche il figlio di Pesce, Rocco, che, con il padre in prigione, si occupava degli affari della cosca

di Carlo Macrì

Il trasporto su gomma degli agrumi della Piana di Gioia Tauro verso i mercati ortofrutticoli di tutta Italia era monopolio della cosca Pesce di Rosarno. Il nuovo filone d’indagine della squadra mobile di Reggio Calabria, guidata da Francesco Rattà, e lo Sco, denominata «Recherche», evidenzia le molteplici risorse del clan di Rosarno che, seppure decimato dagli arresti, ha continuato a gestire ogni tipo di attività economica sul territorio. Attraverso alcuni società, intestate a prestanome, Marcello Pesce, 52 anni, detto «u ballerinu», arrestato lo scorso 1° dicembre dopo sei anni di latitanza, il clan gestiva il trasporto dei prodotti ortofrutticoli. Agli undici fermati la procura distrettuale di Reggio Calabria ha contestato i reati di associazione a delinquere di tipo mafioso, illecita concorrenza con minacce e violenza, intestazione fittizia di beni, traffico di sostanze stupefacenti, favoreggiamento personale nei confronti del boss Marcello Pesce. Sequestrati, inoltre, beni per dieci milioni di euro. Tra i fermati, anche Rocco Pesce, figlio del boss, e molti esponenti del clan che avrebbero favorito la latitanza di Marcello Pesce, facendo da vivandieri e portando le «imbasciate» del boss ai componenti della famiglia. Il figlio Rocco, in particolare, si sarebbe occupato del controllo e del coordinamento delle attività illecite e teneva i rapporti con il vertici delle altre cosche. Sarebbe, inoltre, titolare di molte aziende agricole e di un centro scommesse, gestito da prestanomi.

L’attività investigativa

L’attività investigativa per risalire al nucleo operativo della cosca si è avvalsa di particolari telecamere e di strumenti d’avanguardia che hanno permesso di controllare il territorio e, soprattutto, gli spostamenti degli affiliati al clan. Così, lo scorso dicembre, è stato possibile catturare Marcello Pesce, considerato il capo strategico della omonima cosca, con alle spalle una condanna a 16 anni per associazione mafiosa rimediata al processo «All Inside», che ha messo in ginocchio le cosche rosarnesi che dagli anni ’70 hanno tenuto sotto pressione il paese e il suo hinterland. Di lui aveva parlato nel corso del processo «All Inside» il suo ex avvocato Vittorio Pisani, arrestato e condannato a 4 anni e mezzo per violenza privata nei confronti di «Cetta» Cacciola, la giovane morta suicida, dopo aver scelto di collaborare con la giustizia. Pisani nel corso del dibattimento aveva tracciato il profilo di Marcello Pesce, parlando dei suoi rapporti trasversali con rappresentanti delle forze dell’ordine e padrini di ‘ndrangheta.

 

Passione per il calcio

Durante la sua latitanza – secondo quanto ha riferito l’avvocato Pisani – Marcello Pesce avrebbe cercato di costruirsi la sua difesa al processo con prove false sino al punto di fabbricarle stampando documenti che avrebbero dovuto provare la sua assoluta «povertà» per eludere i sequestri di beni. Tra le attività di Marcello Pesce c’era anche il calcio, diventato affare di famiglia. C’era lui il giorno dell’inaugurazione del manto sintetico dello stadio di Rosarno, intitolato a Papa Giovanni Paolo II. Allora, era il 2005, Marcello Pesce era direttore generale della squadra e ebbe anche il privilegio di essere intervistato dalla Tv di Stato. Portò prima la Libertas Rosarno, formazione condotta nel 2001/2002 al campionato di Interregionale, poi la Nuova Rosarnese, che in due anni passò dalla Promozione all’Interregionale. Marcello Pesce avere grandi aspirazioni anche nel mondo del pallone.

La latitanza
E così nella stagione 2004/2005 lasciò la Rosarnese per assumere il ruolo di direttore generale del Sapri, squadra che quell’anno militava nel campionato Interregionale. Di lui si era parlato addirittura di un incarico nel Cosenza Calcio, ma la trattativa non si concluse. Sapri fu comunque l’ultima volta di Marcello Pesce su un terreno di gioco. La latitanza lo portò nuovamente a Rosarno, a gestire gli affari del clan. Droga, estorsioni, appalti. Oltre a gestire i traffici illeciti Pesce era amante della bella vita. Frequentava le discoteche e gli piaceva ballare. Da qui il nomignolo di «u ballerinu». Uomo colto, nel suo rifugio sono stati trovati testi di Proust e Sartre, ad un passo dalla laurea in giurisprudenza, raffinato nei modi, Marcello Pesce è un personaggio che in passato ha fatto parlare di sé anche per le amicizie politiche e massoniche. Nel 1995 fu coinvolto in una inchiesta su ‘ndrangheta-politica e massoneria condotta dall’allora procuratore di Palmi Agostino Cordova. Tra i 131 indagati figurava anche Licio Gelli, l’ex capo della P2. Pesce, così come quasi tutti gli indagati, fu prosciolto dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa.

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