‘Ndrangheta: negati funerali pubblici a un mafioso, ma il parroco celebra messa con tutto il paese

La Repubblica, Lunedì 24 Ottobre 2016

‘Ndrangheta: negati funerali pubblici a un mafioso, ma il parroco celebra messa con tutto il paese

Il questore ha disposto le esequie private all’alba per Giuseppe Barbaro, affiliato alla cosca di Platì e morto in carcere. Al cimitero non si sono però presentati solo i parenti. E dopo alcune ore, la funzione nella chiesa. Il procuratore della Dda di Reggio: “E’ strano assistere ancora a queste iniziative”

di ALESSIA CANDITO

Fari puntati della Dda di Reggio Calabria sulla parrocchia di Platì, dopo il duro braccio di ferro fra don Giuseppe Svanera e il questore Raffele Grassi sui funerali di Giuseppe Barbaro, affiliato all’omonimo clan, morto nel carcere di Vibo. Per lui, il questore ha disposto il divieto di esequie pubbliche per motivi di sicurezza, ordinando che il funerale fosse celebrato all’alba, direttamente al cimitero. Un provvedimento ormai di routine per capi e gregari dei clan, ma che il sacerdote di Platì non ha gradito.

Contro l’ordinanza del questore, don Svanera ha fatto ricorso al ministero dell’Interno, lamentando una presunta infrazione del “principio di non ingerenza fra Stato e Chiesa”. Per il religioso infatti “il provvedimento questorile integra un illegittimo impedimento e limitazione allo svolgimento dell’ordinario rito funebre in forma pubblica previsto dal rito cattolico”. Alla fine però don Svanera si è dovuto piegare. Ma lo ha fatto a metà. I funerali sono stati celebrati alle 6 del mattino, ma alle esequie non hanno partecipato solo i più stretti congiunti. “In tanti in paese lo conoscevano e gli volevano bene. Lo dimostra il fatto che ai funerali privati, svoltisi stamattina alle 6, malgrado il questore avesse imposto la partecipazione ai familiari più intimi, si sono presentati in tanti”, sostiene don Svanera.  In più, il sacerdote, d’accordo con la famiglia, ha celebrato una funzione religiosa in memoria del defunto nel pomeriggio alla chiesa matrice di Platì cui ha partecipato quasi tutto il paese.

“Attendiamo un’annotazione di servizio dei carabinieri per decidere il da farsi”, afferma il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, che sottolinea: “Certo è strano che ancora si debba assistere a iniziative di questo genere sul territorio calabrese, dopo i ripetuti richiami che sono stati fatti”. Condannato definitivamente per ‘ndrangheta nel processo Minotauro, Giuseppe Barbaro era uno dei personaggi di spicco della criminalità locale di Volpiano, nel Torinese. Secondo i pentiti, era un santista, che coordinava lo spaccio di droga e le estorsioni nel Torinese. Affetto da diverse patologie croniche, aveva presentato tramite i suoi legali, un’istanza di scarcerazione, rigettata sulla base del responso dei periti, secondo i quali Barbaro poteva essere curato in carcere. Per fugare ogni dubbio sull’assistenza ricevuta dietro le sbarre, è stata effettuata un’autopsia. “Attendiamo i risultati, poi decideremo il da farsi” annuncia l’avvocato della famiglia, Giampaolo Catanzariti, che in una nota sottolinea: “Per me, era un uomo che avrebbe meritato di andare a casa per essere curato e seguito anche dall’affetto dei suoi cari. Un uomo che ha avuto la sventura di essere nato a Platì, comune della Calabria, in una nazione serva, di dolore ostello, nave sanza nocchier in gran tempesta, non donna di province ma bordello


 
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