ndrangheta la memoria di Agnelli: «Così i capi ultrà intimidivano la Juventus»

 

Il Corriere della Sera, Lunedì 27 marzo 2017

ndrangheta la memoria di Agnelli: «Così i capi ultrà intimidivano la Juventus»

Le 36 pagine, inedite, inviate dal presidente della Juventus e dai legali alla Procura federale. Ritenuto ribaltato il senso dell’indagine: «Concessioni per l’ordine pubblico»

di Elisa Sola

«Lo spessore criminale dei capi ultrà, interlocutori obbligati della società, ha determinato, nei dipendenti deputati a trattare con costoro, uno stato di soggezione che la relazione, pur conoscendola, ha finito col sottovalutare». Lo scrivono Andrea Agnelli e gli avvocati della Juventus, Luigi Chiappero e Maria Turco, nella memoria con cui si chiede alla Procura federale di archiviare la posizione del presidente e della società. Una posizione su cui pesa quella che viene definita una «ansia accusatoria»: dimostrare presunte relazioni tra Agnelli e Rocco Dominello, uno dei principali indagati, considerato dalla pubblica accusa un esponente della cosca dei Pesce-Bellocco.

«La vittima trasformata in complice»

Nell’atto di 36 pagine Agnelli prende le distanze dall’accusa mossa dalla Figc di aver «favorito l’osmosi tra mondo ultrà e criminalità organizzata». Dopo aver premesso che i rapporti tra Juventus e soggetti legati alla ‘ndrangheta «erano già stati esclusi dalla Autorità giudiziaria», ribadisce: «l’avere voluto indagare, sostituendosi alla magistratura ordinaria, ha condotto gli estensori della relazione a commettere un gravissimo errore, la vittima di indebite pressioni è diventata artefice e complice del giro di facili guadagni derivanti dal bagarinaggio. Non è così». Secondo il presidente bianconero, Pecoraro avrebbe reso una «ricostruzione dei fatti non aderente con quanto avvenuto», arrivando a dichiarare che la società avrebbe «assecondato le richieste di biglietti emettendoli in numero superiore per interessi economici».

Il tema dell’ordine pubblico

«Non è così — viene ripetuto nella memoria — l’ unico obiettivo era l’ordine pubblico dentro al nuovo stadio». Che la Juventus fosse una «vittima» degli ultrà lo avrebbero scoperto già i carabinieri della compagnia Torino Oltre Dora. Nella memoria viene citato un rapporto in cui i militari descrivono «strategie criminali» finalizzate ad «estorcere biglietti e benefit». «Le concessioni — scrivono Agnelli e i legali — sono il frutto della necessità di mantenere un ordine pubblico che è sempre stato gestito in collaborazione con le forze dell’ordine». E proprio nei confronti di queste ultime, viene sottolineato come, prima dell’indagine Alto Piemonte, «nessuno ha mai preso provvedimenti» e come «…per evidenti politiche di gestione dell’ordine pubblico, è stata la Juventus a doversi occupare all’interno dello stadio della sicurezza, con la necessità quindi di doversi confrontare costantemente con soggetti problematici di difficile gestione».

Lo sciopero del tifo

Lo scendere a patti con «criminali» avrebbe portato dipendenti della Juventus a scelte «estreme». In quest’ottica andrebbe letto, secondo Agnelli, uno dei fatti che Pecoraro contesterebbe alla società, relativo allo sciopero del tifo della curva bianconera in occasione del derby dell’ottobre 2014. Alessandro D’Angelo, braccio destro di Agnelli, tentò una mediazione con Raffaello Bucci, che lo convinse a fare entrare «di nascosto« nello stadio uno zaino che, come emerse nelle ore successive, conteneva il famoso striscione dello «schianto» di Superga. In cambio di questa azione gli ultrà avrebbero dovuto cantare, ma cambiarono le carte in tavola all’ultimo momento. D’Angelo, intercettato, disse per «scusarsi»: «È venuto Ciccio a dirmi… So che ti incazzerai ho parlato con Dino (Geraldo Mocciola, ndr) che ha parlato con quelli di Milano, non cantano il primo tempo, cantano il secondo… Io gli ho detto no! Non va bene, è finita, o sistemate la cosa… O potete non cantare tutta la partita… Gli accordi erano diversi… Io non mi esponevo come ho fatto… Sto per fare una figura di merda che non avrei mai voluto fare». Il presidente della Juventus gli aveva risposto: «No no ma sono dei coglioni». Secondo la squadra mobile, Agnelli avrebbe potuto sapere che sarebbe stato portato quello zaino nello stadio. Ma l’accusa viene respinta dalla Juventus, che nella memoria odierna spiega: Agnelli venne informato dopo, quando il direttore dello stadio gli comunicò cosa vide nei filmati delle videocamere.

Le intercettazioni «omesse»

E D’Angelo, sarebbe un uomo sottoposto a una «pressione» che «non doveva essere poca cosa, visto che dalle telefonate trascritte emerge la pretesa di Dino Mocciola, pluricondannato e pregiudicato, libero e non daspato indiscusso capo dei Drughi, che D’Angelo come Juve andasse in questura a chiedere che lo striscione dei Drughi potesse essere nuovamente autorizzato». Altri tipi di pressioni sarebbero arrivate alla squadra anche in occasione dell’insediamento dei locali della Continassa. In una telefonata del 26 ottobre 2014, D’Angelo riferì a un terzo interlocutore che ad Agnelli sarebbe stato chiesto di dare spazio a una cooperativa «in cambio della tranquillità». «È così perché noi siamo la generazione di mezzo tra il vecchio marcio e il nuovo che vuole andare avanti per meriti…» avrebbe detto Agnelli a D’Angelo, dopo aver rifiutato di inserire la coop. I firmatari della memoria, nel chiedere alla procura federale di archiviare le posizioni di Agnelli e della Juventus, domandano alla Figc perché, nella relazione, Pecoraro non abbia riportato anche intercettazioni come quest’ultima.

 

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